mercoledì 18 ottobre 2017

Simona Leone: il miglior esordio letterario dell’anno


Il successo di un libro è direttamente proporzionale all’interesse che il lettore sviluppa per il destino di tutti i personaggi principali coinvolti e, in particolare, alle risposte che tenta di darsi alla fatidica domanda che ognuno si pone dopo aver letto l’ultima pagina: cosa sarà successo dopo? La curiosità per il futuro dei protagonisti da parte del lettore è il primo fondamentale ingrediente che dà la spinta a ogni autore per ideare la prossima avventura su carta, a prescindere dall’intreccio di ogni singola storia. E quando questo desiderio di inoltrarsi nelle vite dei personaggi nasce già dalla lettura di un romanzo d’esordio, le premesse per una lunga carriera da scrittore sono ottime, almeno quanto le aspettative del lettore stesso.
Questo è esattamente ciò che accade leggendo “Ultimo compleanno”, il primo libro di Simona Leone, edito da Fratelli Frilli Editori, un noir appassionante, estremamente attuale e costruito con massima cura per i dettagli, sia per quanto riguarda gli sviluppi della storia, sia per quanto riguarda lo stile maturo, equilibrato e coinvolgente.
La protagonista si chiama Lisa, ha 25 anni ed è una giornalista free lance che ogni giorno si barcamena tra l’incertezza di un perenne precariato lavorativo ai limiti dello sfruttamento e il senso di inadeguatezza verso Sofia, la figlioletta di 7 anni che si è ritrovata a crescere da sola dopo un divorzio. Quando Lisa si mette a indagare sul caso di scomparsa di Pietro, un bambino che ha la stessa età di sua figlia, il confine tra professione e vita privata si assottiglia, lasciando che molte paure insite nel cuore di ogni madre prendano prepotentemente il sopravvento, nonostante Lisa cerchi di mantenersi il più distaccata e professionale possibile, fino a un epilogo al cardiopalma, denso di inaspettati colpi di scena. Questo continuo fondersi e spesso confondersi tra la caotica vita privata di Lisa, combattuta tra il desiderio di gettarsi in una nuova storia d’amore e il proposito di essere una madre più equilibrata di quanto non lo sia stata la sua, rende la lettura estremamente scorrevole, ma anche ricca di spunti di riflessione. Cosa accadrà tra Lisa e Guido, l’affascinante vicino di casa dal quale è sempre più attratta? Riuscirà Lisa a scrollarsi di dosso i sensi di colpa che l’accompagnano quotidianamente nell’educazione di Sofia? E come andrà a finire, invece, il burrascoso rapporto che Lisa ha con sua madre? Il successo di questo primo libro di Simona Leone è proprio nella ricerca alle risposte a queste domande che nascono alla fine della lettura, quando l’enigma giallo è risolto, ma la vita dei protagonisti sembra proseguire, proprio come quella dei lettori, in un fantastico e non troppo lontano universo parallelo.

Simona Leone alla prima presentazione del libro alla Libreria Feltrinelli di Piazza C.L.N., Torino

 Un bambino misteriosamente scomparso e una giovane giornalista che si ritrova a conciliare un’indagine sempre più torbida con una complicata vita privata: sono questi gli elementi di “Ultimo compleanno”, Fratelli Frilli Editori, il tuo romanzo d’esordio. Raccontaci la genesi di questa storia: cosa ti ha ispirato durante la stesura?

Sono sempre stata una lettrice appassionata, soprattutto di gialli e noir. Nel momento in cui ho deciso di provare a raccontare una storia, è venuto naturale scegliere lo stesso genere. Essendo mamma di due splendidi bambini, gli articoli di cronaca nera sui minori mi toccano in modo particolare. Più volte mi è capitato di pensare: “E se toccasse a me vivere una situazione simile? E se capitasse qualcosa di brutto ai miei figli?”. Nessuno può considerarsi immune da soprusi o abusi. Si spera di non essere mai coinvolti in fatti violenti, è ovvio. Da questa riflessione, la scelta di incentrare il romanzo sulla scomparsa di un bambino e relativa inchiesta. Sempre sulla scia delle preferenze personali, ho deciso di affiancare all’indagine la vita privata della protagonista. Temi come il precariato e i conflitti generazionali fanno da cornice al nucleo del romanzo.

Che autrice sei: segui l’ispirazione in qualunque ora della giornata o hai un metodo collaudato al quale non puoi rinunciare? Quando e da dove nasce la tua esigenza di scrivere?

Scrivo perché non potrei farne a meno. Mi piace troppo! Ho tante storie da raccontare. Secondo me le cose belle, per essere veramente apprezzate, vanno sempre condivise. I libri possiedono una bellezza intrinseca. Tenere un romanzo in un cassetto è privare il mondo di una cosa bella. Se il lettore, arrivando all’ultima pagina, sorriderà soddisfatto, felice d’aver trascorso qualche ora in buona compagnia, allora avrò raggiunto il mio scopo.
Purtroppo ho poco tempo per scrivere. Lavoro, famiglia e casa assorbono la maggior parte della mia giornata. Inoltre ho bisogno dell’ambiente adatto. Tranquillo e senza rumori. In genere la sera, quando tutti dormono, mi ritaglio un paio d’ore per scrivere. Non tutti i giorni, ma cerco di essere costante. Piuttosto mi accontento di mezz’ora. Per fortuna, quando mi siedo davanti al PC, quasi sempre ho già le idee chiare. Perché durante il giorno, quando mi è possibile, penso a cosa scrivere. Dialoghi, colpi di scena, descrizione dei luoghi nascono mentre guido o durante la pausa pranzo. Rosicchio ogni momento, diciamo, di libertà mentale!

Come definiresti Lisa, la giovane giornalista e mamma, protagonista del tuo romanzo? E come hai delineato il mosaico di personaggi che le ruotano attorno?

Lisa ha 25 anni, una figlia, Sofia, di 7 anni ed è una giornalista free lance. Giovane ragazza madre con un lavoro precario. In una parola, un’eroina. Si barcamena come riesce, senza il bagaglio di esperienze di chi ha vent’anni di più. Riconosce gli errori commessi dalla madre e cerca di non ripeterli con la figlia. È una ragazza molto combattuta. Vorrebbe recuperare il rapporto con la mamma e avviare una relazione con Guido, attraente vicino di casa. Ma la paura di fallire e di deludere, non tanto sé stessa, quanto Sofia, la trattiene anche soltanto dal provare.
Cercavo una protagonista in cui il lettore potesse identificarsi. Fragile e forte allo stesso tempo. L’entourage di Lisa è nato di conseguenza. Personaggi ideali per completare lo status della protagonista.  

Oltre all’intreccio giallo, questo romanzo tocca temi estremamente attuali che caratterizzano la vita di molti giovani che si barcamenano tra le esigenze personali, come l’amore e la famiglia, e un mondo del lavoro sempre più spietato e poco gratificante. Come e perché hai deciso di trattare anche questi argomenti, raccontando le vicende che coinvolgono i tuoi personaggi?

Come dicevo, sono un’appassionata di noir. All’interno del genere, prediligo quei gialli dove, accanto all’indagine investigativa, viene inserita la vita privata di uno o più personaggi. Per citare alcuni autori, Camilla Läckberg, Alessia Gazzola, Alicia Gimenez-Bartlett. La suspense tipica del genere, mitigata da momenti narrativi più leggeri.
Un protagonista con una vita complicata e costellata di problemi crea una maggiore empatia con il lettore. Lisa è sempre in ritardo, con il conto corrente tendente al rosso e tormentata da un senso di inadeguatezza nei confronti della figlia. Una donna comune, eppure protagonista di un romanzo. 

A cosa stai lavorando attualmente? Svelaci quali sono i tuoi programmi per il futuro.


Attualmente sto lavorando al secondo romanzo. Si tratta di un sequel, ma non vincolato al primo. I personaggi principali saranno gli stessi, perché i lettori hanno dimostrato un ottimo gradimento. Anche l’ambientazione non cambierà, la provincia sonnacchiosa, ma pronta a risvegliarsi e ad avere un duro impatto con la realtà, e qualche excursus internazionale. Ancora una volta, la vita privata di Lisa si intreccerà con l’indagine e il risultato, ve l’assicuro, sarà esplosivo!      

mercoledì 11 ottobre 2017

Chef In Camicia: storia di Nicolò, Luca e Andrea


La ricetta giusta per una community dedicata al mondo del food che sta spopolando sul Web, un Social dopo l’altro, ha tre ingredienti: un laureato in economia, un tastierista indie e un artigiano della camiceria. Stiamo parlando di Nicolò Zambello, Andrea Navone e Luca Palomba, i tre giovani fondatori di “Chef In Camicia”, un progetto che, a due anni dalla sua nascita è diventato una realtà fresca e originale per raccontare la tradizione della cucina italiana alle generazioni di oggi e che testimonia come, anche in tempo di crisi, con coraggio e determinazione è possibile fare della propria passione un mestiere a tutto tondo.
Dopo il successo della pagina Facebook e del sito Web originali, “Chef In Camicia” si è moltiplicata, approfondendo anche altri settori del food and beverage, come il mondo della cucina vegana e vegetariana con “Chef In Camicia Veggie” e, solo da qualche giorno, l’arte dei cocktail e della mixologia con “Chef In Camicia Cocktails”. La formula, premiata da centinaia di migliaia di follower, è estremamente dinamica e permette di imparare ricette nuove e rivisitate in pochi minuti, grazie a video esplicativi e coloratissimi post, condivisi su tutti i canali Social.
Ognuno dei tre fondatori di “Chef In Camicia” ha un proprio stile e una propria idea di cucina ben precisa che mette a disposizione di tutti gli utenti: se Nicolò predilige una cucina ricercata, tanto negli ingredienti, quanto nelle tecniche utilizzate, Luca preferisce i profumi e i sapori dell’infanzia della tradizione della sua famiglia, mentre Andrea ama approfondire le ricette regionali del nostro Paese e, forse, sono proprio queste peculiarità a rendere questo trio di appassionati chef così irresistibili.
Ma come si costruisce un successo del genere in così poco tempo? E come è cambiata la vita di Nicolò, Luca e Andrea negli ultimi mesi? A raccontarcelo è stato lo stesso Nicolò Zambello, svelandoci i retroscena di un progetto che ha unito ancor di più un gruppo di amici guidati solo dalla passione per la cucina.


Tra fornelli e Social Network, “Chef in Camicia” è diventata una realtà innovativa ed eclettica, che racconta la cultura del cibo italiano. Facciamo un passo indietro nel tempo: come e perché nasce questo progetto? Chi erano gli inventori e chi sono oggi?

Ciao a tutti! Mi chiamo Nicolò e sono uno dei fondatori di “Chef In Camicia”. Si tratta di un progetto che nasce nel 2015 dall’idea di Andrea, Luca e mia, tre amici d’infanzia e sin dalle elementari. Tutti avevamo percorsi di studi differenti e altri lavori, ma avevamo da sempre una passione in comune: la cucina. Così abbiamo deciso di approfondire la nostra formazione in questo ambito e ci siamo lanciati in questa nuova avventura partendo da piccoli catering o eventi ristretti come chef a domicilio. Nell’arco di un anno siamo riusciti ad avere un riscontro economico tale che, nell’aprile 2016, abbiamo deciso di investire i guadagni nella creazione di “Chef In Camicia”, non solo una pagina Facebook, ma una vera e propria offerta digitale a tutto tondo, dal sito alle pagine Social, passando per Youtube.



A volte il nostro destino risiede proprio nel nostro nome: da cosa avete tratto ispirazione per il vostro, “Chef in Camicia”? Dove avete lasciato la divisa?

“Chef In Camicia”, oltre a essere un nome dal suono accattivante, è una vera e propria filosofia di vita per noi. La camicia per un uomo è una seconda pelle, un evergreen col quale non si sfigura mai, è semplice, ma elegante allo stesso tempo e ci avvicina a tutti i nostri follower che hanno in comune con noi la passione per la cucina e il desiderio di sperimentare ingredienti sempre nuovi, senza dimenticare l’importanza della tradizione. La divisa, invece, la lasciamo ai grandi chef che, diciamocelo, a volte se la tirano un po’…



Se doveste fare un bilancio di questa avventura fino ad oggi, quali sono le difficoltà quotidiane contro cui vi scontrate? E quali, invece, gli obiettivi raggiunti?

Le difficoltà iniziali sono state tantissime. All’inizio soprattutto, quando siamo partiti, i nostri catering non avevano una struttura solida, non avevamo un vero e proprio laboratorio e spesso abbiamo dovuto improvvisare qualcosa per non dire di no a grandi eventi, non facendo sempre bella figura. Da questi errori iniziali dovuti all’inesperienza abbiamo capito che quella strada non ci avrebbe condotto ad avere un’azienda ben strutturata, per cui abbiamo deciso di cambiare cimentandoci col mondo del digitale e il risultato raggiunto è stato eccezionale in così poco tempo. Il nostro più grande obiettivo centrato è stato attirare l’attenzione di un gruppo di investitori e di tante società che hanno creduto in noi e hanno deciso di darci fiducia, permettendoci di ambire a nuovi orizzonti.


Una cosa è certa: tutto ciò che ruota attorno al cibo è di grande tendenza negli ultimi anni. Come vi distinguete da questa grande offerta divulgativa, non solo sul Web?

Il cibo, soprattutto nel nostro Paese, è di tendenza oggi e lo sarà per sempre, perché la nostra tradizione è così ricca che deve essere conosciuta e, perché no, anche rivisitata e rinnovata di tanto in tanto. Nel corso degli anni di sicuro sono cambiate le modalità di racconto e di fruizione del mondo della cucina. Con le nuove tecnologie i modi di intrattenere le persone in questo senso sono in continua evoluzione e oggi, accanto a magazine e riviste, ci sono siti, blog e, soprattutto, pagine Social che devono catturare l’attenzione dei lettori senza rubar loro troppo tempo, ma dando anche informazioni di qualità. Quello che ci ha differenziato rispetto agli altri probabilmente è stata proprio la curiosità che siamo riusciti a creare nelle persone rispetto a ciò che stavamo facendo e questo, ancora oggi, ci permette di avere un buon seguito.



A cosa state lavorando attualmente? Svelateci quali sono i vostri progetti per il prossimo futuro.

La grande novità di questo mese è “Chef In Camicia Cocktails”, una nuova pagina che è stata lanciata solo da pochi giorni, ma sta già riscuotendo un grande successo, aprendoci anche al mondo del beverage, dopo l’incursione di qualche mese fa nella cucina vegetariana e vegana della pagina “Veggie”.
Oltre a ciò, grazie alle competenze acquisite in questi anni di attività, stiamo lavorando alla produzione di nuovi format sempre legati all’ambito della cucina che a breve vorremmo mettere a disposizione delle aziende del settore. Capita che alcuni imprenditori non comprendano immediatamente il modello di business su cui è stato costruito “Chef In Camicia” e siano estranei a una realtà e a un modo di lavorare come il nostro, che invece potrebbe essere molto utile a tutte le aziende del settore, dando grandi vantaggi. Quello che noi potremmo fare per queste imprese, oltre a introdurre contenuti video per proporre i loro prodotti attraverso ricette e consigli, è dare loro una visibilità mirata su tutto ciò che riguarda il mondo del food di oggi, caratterizzato da una comunicazione sempre più digitale

Il sogno nel cassetto, tuttavia, sarebbe quello di arrivare in Tv con un programma tutto nostro… fateci un in bocca al lupo!

www.chefincamicia.com



mercoledì 4 ottobre 2017

Massimo Mangiapelo: la storia di Federica, ragazza del lago


C’era una volta, non troppo tempo fa, una ragazza sensibile e ribelle, di nome Federica, nata e cresciuta nelle vicinanze di un lago che amava molto. Fiera e determinata come sono le adolescenti di oggi, ancora bambine, ma desiderose di crescere in fretta, Federica era molto diversa dalle principesse che popolavano i suoi sogni di bambina. Voleva essere indipendente, lavorare, divertirsi, trascorrere le giornate con famiglia e amici, e di una cosa era certa: aveva incontrato quello che sarebbe stato il suo principe azzurro. Poco importava che questo principe fosse ben diverso da quello delle fiabe, Federica era innamorata come solo le ragazze al loro primo amore sanno essere. Voleva sentirsi amata come una principessa la notte del ballo in maschera, tra le braccia del suo principe.
Quando la mattina del 1 novembre 2012 Federica viene ritrovata morta sulle rive del lago che l’aveva vista crescere, la fiaba che ogni ragazza vorrebbe vivere si trasforma un raccapricciante racconto del terrore. Solo che non si tratta di un romanzo, ma di una storia vera.
Federica Mangiapelo aveva sedici anni quando la sua vita è stata spezzata per mano di chi diceva di amarla, il fidanzato Marco Di Muro che l’ha annegata, abbandonandola sulle rive del Lago di Bracciano, nei pressi di Anguillara Sabazia, a pochi chilometri da Roma. Al dolore e allo sconcerto della famiglia sono seguiti anni di indagini turbolente, inizialmente segnate da una serie di errori che hanno portato al vicolo cieco di un’insensata morte per cause naturali, con conseguente richiesta di archiviazione e, solo due anni dopo, all’arresto per omicidio volontario di Marco Di Muro, condannato successivamente a diciotto anni di reclusione in primo grado e a quattordici in appello.
In attesa che la Cassazione metta la parola fine sulla faccenda giudiziaria, ci ha pensato Massimo Mangiapelo, scrittore e giornalista, a rendere eterna sua nipote Federica con un libro dal titolo “Federica. La ragazza del lago”, Bonfirraro Editore. In queste pagine l’autore ripercorre le tappe dell’intera vicenda fino agli inizi del primo processo contro Di Muro, raccontando la sofferenza di una famiglia alla quale per lungo tempo è stata negata giustizia a causa di perizie sbagliate e indagini superficiali.
In bilico tra il suo ruolo di appassionato cronista e quello di familiare incredulo per l’assurdità di una storia che mai nessuno vorrebbe raccontare, ma che chiunque potrebbe vivere, Massimo Mangiapelo ricostruisce e riferisce con delicatezza e lucidità ogni passo di un’inchiesta che, tra giornali e aule giudiziarie, ha scosso un’intera comunità. La storia di Federica oggi è diventata l’emblema dei nostri tempi difficili, segnati quasi dall’assuefazione circa la violenza sulle donne. Un libro che, a quasi tre anni dalla prima edizione, Massimo Mangiapelo continua a presentare in giro per l’Italia nella speranza che una storia così non debba mai più essere raccontata da nessuno.    



Occhi chiari e profondi da giovane donna, ma sorriso limpido e generoso da bambina che sta crescendo: chi era Federica Mangiapelo? E chi è oggi?

Federica era un’adolescente come tante altre, con i suoi pregi ed i suoi difetti. Come tanti suoi coetanei, era una ragazza che si “ribellava” all’autorità dei genitori e degli insegnanti. Federica era una bellissima “piccola donna” che sembrava più grande rispetto agli anni che aveva. Cercava di mostrarsi un’adulta, ma allo stesso tempo dormiva ancora abbracciata al suo orsacchiotto.

Nel tuo libro “Federica. La ragazza del lago”, Bonfirraro Editore, coniughi lo stile attento e scrupoloso, caratteristico della tua professione di giornalista, con i pensieri e le preoccupazioni più toccanti e profonde che solo un familiare può esprimere. Cosa ti ha spinto a esporti in prima persona? Cosa vuoi comunicare?

Ho voluto raccontare questa tragica vicenda perché l’ho promesso a mia nipote. Ero davanti alla sua tomba e pensavo a quello che le era accaduto. Pensavo che quanto era successo poteva accadere alle sue amiche, ad altre coetanee. Ed è stato in quel momento che ho deciso di scrivere un libro che, oltre alla storia puramente di cronaca e di vicende giudiziarie, ha voluto toccare i sentimenti più profondi, il dolore che abbiamo vissuto noi della famiglia, i ricordi di quanti l’hanno conosciuta. In qualche modo l’ho voluta rendere eterna. Ma, allo stesso tempo, il mio è un forte messaggio contro qualsiasi forma di violenza sulle donne.

Oggi che la giustizia ha risposto ad alcuni degli interrogativi che tu stesso ti ponevi tra le pagine del testo, è cambiato qualcosa negli equilibri della vostra famiglia?  Che ruolo svolge, o potrebbe svolgere, secondo te, l’opinione pubblica per la risoluzione di casi tanto cruenti e dolorosi?

Credo che, purtroppo, questa vicenda abbia ristabilito certi equilibri ed abbia fatto riflettere tutti noi sull’importanza della vita, sull’indispensabilità di vivere felici anche un solo istante. L’opinione pubblica è determinante, ma spesso troppo superficiale rispetto a problemi del genere. Forse l’alta percentuale, sempre in crescita, di femminicidi lascia ormai quasi indifferente l’opinione pubblica. Quasi fosse una guerra che si sta combattendo e alla quale non si possa porre rimedio. Sono due anni che giro l’Italia per presentare il mio libro e per lanciare un appello contro la violenza. Eppure molto spesso questi convegni vengono ignorati dalla gente, che preferisce argomenti più leggeri senza rendersi conto che una tragedia del genere potrebbe accadere dentro le proprie “mura”, nell’ambito della propria famiglia.



È il ricordo a mantenere vive le persone che non ci sono più e a dare alle famiglie la forza di andare avanti. Qual è il tuo ricordo più vivo di Federica? E come ti piacerebbe immaginarla oggi?

I ricordi di Federica sono dentro di me, ovunque, nell’aria che respiro. Federica la ricordo per quello che era, per il suo carattere, che mi piaceva in quanto somigliava all’adolescente che ero stato anch’io. Non so adesso, se fosse viva, cosa farebbe Federica, come sarebbe diventata. L’unica cosa di cui sono certo, vista la sua tenacia, è che di sicuro avrebbe fatto quello che le passava per la testa, quello che più amava. Qualunque traguardo lo avrebbe certamente raggiunto. Un giorno disse: “Voglio diventà famosa”. Mi dispiace che lo sia diventata per una storia così inaudita, per mano di chi avrebbe dovuto proteggerla.

Oltre al giornalismo, ti sei dedicato anche alla narrativa, svelando il tuo talento come autore a tutto tondo. A cosa stai lavorando attualmente? Raccontaci quali sono i tuoi progetti per il futuro. 


Quando mi è stato impartito il sacramento della Prima Comunione, la mia vicina di casa mi regalò “Robinson Crusoe”. Dopo aver letto quel libro ho deciso che nella vita avrei voluto scrivere. È stata dura ma sono riuscito nel mio intento. Ho sempre coltivato questa passione, anche quando ero giovane e facevo tutt’alto lavoro. E questa passione mi ha portato a trovare la mia strada sia come scrittore che come giornalista. Attualmente sto scrivendo un nuovo romanzo, ma è troppo presto per rivelare dettagli. Ne parleremo un’altra volta.

mercoledì 20 settembre 2017

Alessandra Redaelli: Arte, Amore e tante storie da scrivere


A lei scrivere romanzi piace proprio tanto. Ce lo ha confessato col sorriso, nel suo stile scanzonato e senza prendersi troppo sul serio. Soprattutto perché sono loro a guidarla, prendendola per mano, capitolo dopo capitolo. Ma chi è lei? Si tratta di Alessandra Redaelli, critica d’arte e curatrice di mostre d’arte contemporanea e loro sono Martina, Ananda, Nirvana e un mosaico di coloratissimi personaggi, protagonisti del suo primo romanzo, “Arte, amore e altri guai”, Newton Compton Editore, una storia frizzante e fuori dagli schemi, il cui impatto può essere paragonato a quello della Pop Art di Andy Warhol nel secolo scorso.
A dare una marcia in più a questa opera prima, oltre all’impronta stilistica molto personale dell’autrice, che aveva già caratterizzato i suoi saggi sulla storia dell’arte, sono proprio i suoi protagonisti. Quelle creature nate a due dimensioni, tra inchiostro e tastiera che, sul più bello, prendono letteralmente vita e si mettono a fare tutto da soli. E noi, lettori, ma evidentemente anche scrittori, ci mettiamo l’anima in pace e li assecondiamo, soprattutto quando a ispirarci è stata la nostra quotidianità. Alessandra Redaelli scrive di ciò che conosce e di ciò che ama e questo genuino trasporto si percepisce, pagina dopo pagina.
Martina, la protagonista della storia, è una donna che ha da poco superato i quaranta e si divide tra gli impegni di mamma di due adolescenti, i suoi gemelli Ananada e Nirvana, e gli obblighi di redazione della rivista d’arte con cui collabora. Ha un marito bello e attraente che ama moltissimo, ma quando si rende conto che qualcosa nel suo matrimonio inizia a scricchiolare, sarà costretta a mettersi profondamente in discussione, cercando di non perdere l’ironia che la contraddistingue, nonostante i guai che sembrano darle la caccia. Quella di Martina è una vita nella quale è facile immedesimarsi, fatta di fragilità, ma anche di tanti colori diversi, come potrebbe essere quella di ciascuna di noi, eroine di noi stesse, sempre di corsa, ma mai troppo impegnate per guardarci dentro, alla ricerca di un pizzico di romanticismo e passione.



Il passaggio dalla critica d’arte alla narrativa sembra esserti stato particolarmente congeniale, vista la naturalezza con cui hai costruito una storia divertente e dissacrante al tempo stesso, anche se, in fin dei conti, non ti sei allontanata troppo dal tuo mondo, visto che tanti stravaganti artisti fanno incursione tra le pagine di “Arte, amore e altri guai”, Newton Compton. Come nasce questa esigenza di raccontare e cosa ti ha ispirata durante la stesura del tuo primo romanzo?

L’esigenza di raccontare una storia come quella di Martina nasce dalla mia lunghissima esperienza all’interno di un mensile specializzato. Ho lavorato per tantissimi anni come collaboratrice fissa per la rivista Arte – della Cairo Editore – e collaboro ancora, ma per un lungo periodo ho vissuto proprio la vita della redazione. Ho avuto a che fare con diversi direttori, ognuno con i suoi talenti speciali e con le sue peculiarità. Ho lavorato gomito a gomito con colleghi fantastici con cui c’era uno scambio continuo e ho conosciuto una quantità di artisti, giovani o già famosi, che mi hanno entusiasmato e mi hanno fatto amare immensamente questo mondo. E poi c’era il caporedattore storico, quello il cui nome, nella cerchia dei critici e dei giornalisti di settore di Milano, fa ancora “tremare le vene e i polsi”. Un individuo pazzesco, indimenticabile, a tratti feroce e a tratti tenerissimo, che mi ha insegnato tantissimo e che ho messo al posto d’onore nei ringraziamenti del mio primo saggio. A lui – che oggi è in pensione e si gode la vita in una tranquilla cittadina del Piemonte – mi sono ispirata per uno dei personaggi che amo di più di “Arte, amore e altri guai”: il terribile Pitbull.

Già nei panni di saggista e divulgatrice hai dimostrato come, anche un argomento serio come quello della storia dell’arte, possa essere raccontato col sorriso. Facciamo un bilancio dei tuoi primi passi come narratrice: è un’esperienza che pensi di ripetere in futuro? Che autrice sei e come hai dovuto adattare il tuo metodo a seconda dei vari generi in cui ti sei cimentata?

Assolutamente sì: è un’esperienza che intendo ripetere. E già mi frullano mille idee per la testa.
Scegliere un tono leggero, apparentemente facile (e dentro quell’ “apparentemente” c’è tanto) e uno sguardo scanzonato e dissacrante nei confronti di una materia considerata ostica come l’arte contemporanea è stata la mia sfida, e credo di averla vinta. Tanti colleghi – che peraltro stimo moltissimo e da cui ho imparato tanto – si affidano per parlare d’arte a un linguaggio erudito e complesso. Io ho voluto dimostrare che per parlare di cultura si può usare un linguaggio diverso e che la leggerezza, a volte, è la chiave migliore, perché non fa paura, non è respingente, non mette l’interlocutore in soggezione, ma al contrario lo fa sentire a suo agio. Già dimostrare che un mucchio di caramelle o una stanza vuota sono opere d’arte non è la cosa più semplice del mondo, se poi lo si fa arrotolandosi dentro frasi involute il lettore rischia di mettersi a prendere a testate il muro per poi passare a una fiction in tv. Far capire invece anche a chi non bazzica la materia, che l’arte contemporanea può essere assaporata col piacere di una fiction – ma una fiction che ti lascia dentro qualcosa, ti apre la mente e ti rende felice – ecco, è una bella soddisfazione.
In realtà non c’è tanta differenza tra il linguaggio di “Keep Calm e impara a capire l’arte” o di “I segreti dell’arte moderna e contemporanea” e quello del romanzo. L’idea – sostanzialmente – è la stessa: parlare di cose serie (in questo caso il matrimonio a una svolta, i deragliamenti amorosi, il ruolo della donna, l’amicizia, il sesso) in maniera leggera ma precisa e senza sconti. Diciamo che, ora che conosco Martina, la protagonista del romanzo, penso che “Keep Calm” e “I segreti” potrebbe averli scritti proprio lei.




Come definiresti Martina, l’indimenticabile protagonista della tua storia? In generale, come hai delineato tutti i personaggi, più o meno importanti, che le ruotano attorno, a partire dai suoi figli adolescenti, Ananda e Nirvana?

Martina è una donna multitasking tipica del nostro tempo: mamma acrobata, moglie, massaia (più o meno…), professionista. Vorrebbe dare il meglio di sé in tutti i suoi ruoli, ed è sempre in corsa contro il tempo: sia quello della quotidianità – che le sembra perennemente insufficiente – che quello degli anni che passano, del corpo che cambia. Quello che succede al suo matrimonio è come uno schiaffo in piena faccia, e tuttavia è la chiave che le permette di rileggersi come una donna nuova, capace ancora di sedurre e di salvarsi attraverso la passione per il suo lavoro, l’aiuto delle amiche e – arma fondamentale – l’autoironia. Diciamo che per lei si chiude una porta e si apre un portone (o un burrone, come direbbe Fedez… sta a voi decidere).

Immagina di avere una macchina del tempo: quale grande artista o scrittore del passato ti piacerebbe conoscere e intervistare? E quali domande gli faresti?

Oh… Vorrei essere Berthe Morisot e – cavolo – giuro che riuscirei a sedurre Manet, a fargli lasciare la moglie (tanto non l’amava: la tradiva compulsivamente) e a farmi sposare da lui. Altro che accontentarmi del fratello! Ok, seriamente? Vorrei incontrare Artemisia Gentileschi anziana – è morta a sessant’anni… per quegli anni era anziana – e farle una lunga intervista, capire come ha fatto allora, in una delle epoche più buie, lei, donna, indifesa e sola, a farsi strada in quel mondo di lupi (maschi) che è l’arte e a uscirne come la più vittoriosa delle guerriere.



A cosa stai lavorando attualmente? Svelaci quali sono i tuoi progetti per il futuro.


La mia professione ufficiale è quella della curatrice di mostre, e per i mesi a venire ho tanti appuntamenti (si trova tutto sulla mia pagina Facebook). Per Newton Compton, poi, sto lavorando a un nuovo saggio. Sarà completamente diverso dai due precedenti, perché non sarà scandito in microcapitoli monografici su un’opera, ma avrà un andamento fluido e consequenziale. Anche se il tono – dont’t worry – sarà assolutamente il mio. E poi… chissà. Ti dirò: a me scrivere romanzi piace proprio tanto. 

mercoledì 13 settembre 2017

Carmela e Mariagrazia Colletta: aiutateci a trovare Salvatore


Da quando esistono software in grado di invecchiare i volti impressi sulle foto dei minori scomparsi in tutto il mondo, le immagini di adulti con lo sguardo da bambini si moltiplicano ogni giorno, dando una speranza a famiglie dilaniate da anni di dolore e sofferenza. I capelli possono diventare grigi e le rughe segnare guance e fronte, ma non esiste tecnologia in grado di modificare le espressioni pure che solo i bambini hanno quando li immortaliamo in una fotografia. Proprio come è accaduto con Salvatore Colletta, scomparso a quindici anni da Casteldaccia, a pochi chilometri da Palermo, il pomeriggio del 31 marzo 1992, venticinque anni fa.
Non c’erano gli smartphone quando il sorriso curioso di Salvatore è stato cristallizzato nella stessa foto che oggi è stata invecchiata, mostrando, con buone probabilità, che volto Salvatore potrebbe avere ora che ha superato i quarant’anni. Carmela La Spina, la mamma di Salvatore, e Mariagrazia Colletta, la sorella, conservano questo foto come un amuleto da tenere sul cuore, l’ultima speranza perché Salvatore non sia dimenticato, assieme a tanti bambini di cui si sono perse le tracce.
Quel pomeriggio di marzo del ’92, Salvatore si è allontanato in compagnia dell’amico dodicenne Mariano Farina, che ha coinvolto Salvatore nel progetto di vivere un’avventura lontano da casa e dalla famiglia. Salvatore era un ragazzo timido e non ha saputo sottrarsi, così i due ragazzini si sono fatti accompagnare in motorino da un amico in Contrada Gelso e da lì si sono perse le loro tracce. Quella fuga, che probabilmente doveva essere solo una ragazzata, si è trasformata in un incubo per chi è rimasto a casa ad aspettarli entrambi. Un incubo lungo venticinque anni e fatto ricerche a vuoto, segnalazioni infondate e piste inconsistenti, tra pentiti e millantatori. La maggior parte degli avvistamenti, nel corso degli anni, sembravano individuare i ragazzi nei campi nomadi, ma ogni volta che gli inquirenti hanno tentato di verificare le segnalazioni sono arrivati troppo tardi, quando dei ragazzi avvistati non c’era già più traccia.
L’ultima pista percorsa risale a oltre sei mesi fa, quando, a Roccamena, in provincia di Palermo, assieme alle ossa di almeno altri dieci sconosciuti, sono stati individuati i resti di due ragazzi adolescenti. Alla famiglia Colletta è stato prelevato il DNA per accertare o meno che si tratti di Salvatore, anche se è un’ipotesi improbabile, visto che le ossa sembrano risalire a oltre quarant’anni fa. Tuttavia le difficoltà di comparazione dei DNA sta allungando i tempi di attesa delle famiglie, amplificandone il dolore.
La sofferenza di chi aspetta da un quarto di secolo di poter riabbracciare un figlio si percepisce forte nelle parole di mamma Carmela. La stanchezza, la solitudine, la rabbia sono sentimenti che si alternano nei cuori di chi, a volte, si sente più “scomparso” degli scomparsi stessi. Possibile che non si possa fare qualcosa di più per cercare? È questa la domanda che si fa ogni giorno Carmela. Forse solo lo straniamento che si prova osservando le foto invecchiate al computer potrebbe spingerci a fare qualcosa di più perché questi adulti senza volto non rimangano bambini per sempre.

Chi è Salvatore? Ci racconti la sua storia.

Carmela: Salvatore era un ragazzino tranquillo e spensierato. Era riservato e timido. Andava a scuola e il pomeriggio amava giocare a pallone con gli amici. Non aveva problemi e andava d’accordo con tutti, ma soprattutto era molto attaccato ai suoi fratelli, coi quali aveva un rapporto profondo. Sono sicura che non aveva intenzione di scappare di casa, dandoci un dispiacere











Quando lo avete visto l’ultima volta? Cosa è accaduto il giorno della scomparsa e come si sono svolte le ricerche nel corso degli anni?

Carmela: L’ultima volta che lo abbiamo visto, il 31 marzo 1992, è uscito verso le quattro di pomeriggio, come faceva quasi tutti i giorni per andare a giocare con gli amici. Di solito stava fuori un’oretta o due, poi tornava a casa e ci preparavamo per la cena. Non si allontanava mai molto, di solito rimaneva proprio sotto casa. Tra i ragazzi che frequentava in quel periodo c’era anche Mariano Farina, il ragazzino col quale deve essersi allontanato, ma non erano amici intimi. Da allora neppure di Mariano si è saputo più nulla, sono scomparsi insieme, senza lasciare tracce certe che potessero aiutarci a cercarli. Quando ho saputo che Salvatore era andato via con Mariano, sono rimasta stupita, perché tra tutti gli amici che aveva all’epoca, era quello con cui probabilmente aveva meno confidenza. Quel pomeriggio c’erano anche altre persone con loro inizialmente, ma nessuna testimonianza ci ha dato elementi per trovare subito Salvatore. Quando mio figlio Ciro, che era con Salvatore, è tornato a casa e mi ha detto che il fratello sarebbe rientrato di lì a poco, non mi sono preoccupata subito. Ma col passare delle ore ho capito che era successo qualcosa. Non era da Salvatore tardare in quel modo.
Le ricerche sono iniziate tardi e sono state troppo lente fin dal principio. Abbiamo avuto molte segnalazioni, soprattutto nei campi nomadi. Io stessa, dopo quindici giorni dalla scomparsa, sono convinta di aver visto Mariano non troppo lontano casa, sulla Statale 113 a San Nicola, mentre ero in macchina con mio marito; perfino gli abiti coincidevano, ma, appena lui mi ha visto si è allontanato.

Voi che idea vi siete fatti: cosa può essere accaduto a Salvatore? Chi vi è stato più accanto in questo lungo periodo di dolore e attesa?

Carmela: Darei qualsiasi cosa per sapere cosa è accaduto a mio figlio. In questi anni, viste le tante segnalazioni nei campi nomadi, sono arrivata a pensare che un fondo di verità in quella pista forse c’è. Ma è davvero difficile riuscire a ricostruire l’accaduto e nessuno ci ha aiutato a farlo fino in fondo. A volte fatico a credere che siano passati venticinque anni da quel maledetto giorno. La famiglia si è stretta attorno a noi mentre tutti si dimenticavano di Salvatore e del nostro dolore, ma nessun altro, col passare degli anni, ha mai fatto nulla di particolare per la nostra disgrazia. Anche il Comune di Casteldaccia ci ha aiutato con alcune iniziative, ma è davvero faticoso far comprendere agli altri lo smarrimento quotidiano che si prova quando non si hanno notizie di un familiare. Non ci si abitua mai a questa sofferenza senza un perché.

Che ruolo svolge, o potrebbe svolgere, l’opinione pubblica per aiutare le famiglie di fronte a un caso di scomparsa?

Carmela: Ricerche e appelli sono l’unica cosa importante per ritrovare qualcuno. Tutto deve essere accurato, approfondito e soprattutto immediato. Nel caso di mio figlio Salvatore noi siamo convinti che qualcuno sa molto più di ciò che ha detto e, forse, gli inquirenti avrebbero dovuto sentire più approfonditamente queste persone. Possibile che gli amici che, quel pomeriggio, erano con Salvatore e Mariano non sappiano nulla? Non posso crederci. Qualcuno sa e non ha detto tutto.
Solo nei primi dieci anni dalla scomparsa ci sono arrivate migliaia di segnalazioni di avvistamenti. Quante sono state davvero verificate? Neppure noi familiari lo sappiamo per certo. E ora tutti si sono dimenticati di noi.
Dai ritrovamenti dei resti di Roccamena sono passati mesi ormai. Hanno il DNA per le comparazioni, anche se non ci sono altre prove che le ossa ritrovare possano essere di Salvatore, ma ancora non sappiamo nulla di definitivo. Siamo a conoscenza del fatto che i procedimenti necessari per fare tutte le verifiche sono lunghi e complessi, ma ci domandiamo come mai ancora nessuno ci dia notizie.
Dopo circa cinque anni dalla scomparsa, la famiglia di Mariano è emigrata negli Stati Uniti e si trovano ancora lì, raramente ci sentiamo.

È il ricordo a mantenere vive le persone di cui si sono perse le tracce e a dare alle famiglie la forza di non smettere mai di cercare. Qual è il suo ricordo più vivo di Salvatore?

Carmela: Salvatore era troppo buono e genuino. Voleva crescere, ma era ancora ingenuo. Quel sorriso furbo e il suo carattere generoso, come posso dimenticarli? Era un ragazzino semplice e timido che amava la sua vita e la sua famiglia. Oggi sarebbe un uomo. Avrebbe potuto avere una casa, un lavoro, una famiglia tutta sua e invece gli è stato negato tutto. Rinnovo il mio appello a chiunque sappia qualcosa sulla scomparsa di Salvatore, soprattutto alle ultime persone che lo hanno visto, di dire tutta la verità, una volta per tutte.



Anche Mariagrazia, la sorella di Salvatore, ha voluto ricordarlo raccontandoci cosa significa crescere senza sapere cosa sia accaduto a un familiare e lanciando nuovamente un appello a chiunque possa aiutarli, anche dopo venticinque anni dalla scomparsa:

“Non avere notizie di un fratello da oltre venticinque anni è una tortura difficile da spiegare. Potrebbe accadere a tutti, ma nessuno si preoccupa di prendersi cura di noi familiari coinvolti e più passa il tempo e peggio è. Da quando esistono i Social Network e basta un click per diffondere un appello in tutto il mondo, molte famiglie hanno un canale in più per chiedere aiuto. Anche noi abbiamo creato un profilo Facebook a nome di mio fratello, nel quale pubblichiamo continuamente le sue foto per tenere alta l’attenzione su di lui, anche dopo tutto questo tempo. Ma la tecnologia ha anche un’altra faccia della medaglia davvero crudele. In questi anni, oltre a segnalazioni inattendibili, in molti si sono presi gioco di noi, dichiarando di avere informazioni che si sono rivelate un buco nell’acqua. L’ultima delusione l’abbiamo avuta proprio nelle scorse settimane, quando un giovane del centro Italia, che poi abbiamo scoperto essere un lontano conoscente, ci ha contattati su Facebook dichiarando di avere notizie su Salvatore. Abbiamo provato in ogni modo a farlo parlare e a capire la verità, ma ha iniziato a cambiare versione più e più volte e non c’è stato modo di capirne l’attendibilità. Ci siamo anche rivolti alle forze dell’ordine per far fare le dovute verifiche o prendere provvedimenti, ma nessuno ha saputo aiutarci davvero.

Provate a mettervi nei nostri panni. Provate a immaginare, solo per un attimo, cosa si prova a vivere così. Possibile che non si possa organizzare una squadra di professionisti esperti in grado di proseguire più attivamente le indagini, anche per questi casi così difficili e lontani nel tempo? Ci sentiamo abbandonati e dimenticati da tutti, ma noi non vogliamo arrenderci. Non vogliamo perdere fiducia nella giustizia. E, soprattutto, non vogliamo perdere la speranza di riabbracciare Salvatore al più presto”.

mercoledì 6 settembre 2017

Tre buone ragioni per… andare in vacanza a settembre


Siete stanchi di sgomitare per pochi centimetri di spiaggia in più e di fare la fila a caselli, porti e aeroporti per raggiungere le mete delle ferie tanto agognate? Una soluzione c’è e non è certo quella di smettere di andare in vacanza! Si sa, per noi Italiani il Ferragosto è sacro, ma se ciò che state cercando è meno confusione e più tranquillità, con prezzi più accessibili e servizi migliori, dovete rassegnarvi a trascorrere il mese di agosto in città e posticipare di qualche settimana le vostre vacanze, puntando tutto sulle prime settimane di settembre.
Sono sempre di più, infatti, i viaggiatori che considerano questo periodo dell’anno il migliore per spostarsi, tanto al mare, quanto in montagna e perfino nelle grandi metropoli, meno caotiche del solito. “Se ne riparla a settembre” è una frase che non fa più paura ormai, grazie alle nostre tre buone ragioni per andare in vacanza a settembre.

1.      Meno folla, più relax e ospitalità. I numeri sono in aumento, ma viaggiare a settembre è ancora controcorrente, ecco perché sarà più facile rilassarvi e godere della più meticolosa ospitalità da parte delle strutture da voi prescelte, a prescindere dalle vostre mete preferite.

2.        Meno caldo, più natura e cultura. Anche passeggiare per parchi, ville, mostre e musei sarà meno stancante, soprattutto nel nostro splendido Paese, grazie alle temperature più godibili e meno infuocate delle settimane passate.


3.      Meno programmi, più risparmio e buon senso. Desiderate partire senza una meta, ma anche senza spendere troppo? Se non amate programmare al minuto le vostre vacanze e volete lasciarvi andare all’ispirazione senza farvi spennare, vi basterà solo un pizzico di buon senso per comprendere che settembre è il mese ideale per l’avventura.

mercoledì 19 luglio 2017

Sonia Ciampoli: svelare un Mistero? Ecco come…


Dopo avervi raccontato la storia del CICAP, il Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze, e il suo impegno trentennale per un approccio scientifico anche a ciò che è apparentemente inspiegabile, approfondiamo la genesi di uno dei Quaderni del CICAP che ha suscitato in noi maggiore interesse, “Misteri Svelati”, di SoniaCiampoli.
Nato dalle inchieste e dal materiale raccolto per la rubrica “A che punto è la notte”, tenuta da Sonia Ciampoli su Query Online, la rivista ufficiale del CICAP, “Misteri Svelati” è una carrellata di casi più o meno famosi, in gran parte risolti, che, negli anni, hanno interessato gli appassionati e sono stati spiegati grazie all’intervento della scienza. L’obiettivo di questa rassegna di classici del mistero, come ci ha spiegato la stessa autrice, è proprio raccontare ai lettori “come è andata a finire”, giacché la maggior parte di queste vicende, di cui periodicamente si torna a parlare su Tv e giornali, sono, in realtà, risolte.
Dal fantasma di Azzurrina di Montebello, allo sconosciuto Uomo di Somerton, passando per le morti del faro delle Isole Flannan, Sonia Ciampoli ripercorre, con attenzione, accuratezza e uno stile pulito e scorrevole, le principali tappe che hanno condotto gli esperti alla risoluzione di tanti misteri che hanno attraversato la Storia della nostra civiltà.
La conclusione più luminosa di questo viaggio nell’ignoto sta nel fatto che che il cosiddetto rasoio di Occam, il principio metodologico medievale secondo cui, per spiegare un fenomeno, bisogna sempre ricorrere alla spiegazione più semplice, è non solo tuttora valido e intramontabile, ma anche alla base del pensiero scientifico moderno e di una società informata e critica.
 

Dagli U.F.O. ai Medium, passando per l’analisi di luoghi inquietanti e strani oggetti, fino alle storie che hanno ispirato classici della letteratura e del cinema, “Misteri Svelati” è una vera Bibbia per tutti coloro che guardano con occhio critico a queste vicende che non passano mai di moda. Da dove nasce la tua esigenza di approfondire questi temi e cosa ti ha ispirato durante la stesura?

“Misteri svelati” è la rielaborazione della rubrica A che punto è la notte, che ho tenuto per due anni sulla versione online di Query, la rivista del CICAP.
L’idea mi è venuta di colpo, un giorno che navigavo pigramente su Internet senza nient’altro da fare. Ricordavo di aver letto da qualche parte che il CICAP stava per recarsi nel castello di Montebello per indagare sulla leggenda di Azzurrina, la bimba che inseguì una palla di stracci in cantina il giorno del solstizio d’estate 1375 e scomparve nel nulla. Da allora, ogni 5 anni, la notte del 21 giugno, il suo spirito torna a vagare nel castello, e alcuni investigatori del paranormale con una troupe RAI erano addirittura riusciti a registrarne la voce.
Le incisioni e il resoconto di quell’indagine erano ovunque, ma di come fosse andata a finire la ricerca del CICAP non avevo più saputo nulla, bisognava cercare bene online perché la loro versione comparisse fra i risultati.
Così, insieme alla redazione, abbiamo deciso di raccogliere quanti più casi possibile del genere, misteri famosi o meno famosi che continuano a circolare nella versione insoluta sebbene siano stati ampiamente spiegati e sfatati. Abbiamo scelto gli argomenti lasciandoci guidare da inclinazioni personali, gusti, divertimento, ma anche da quello che pensavamo potesse essere più interessante per chiunque si avvicinasse per la prima volta a questi temi, spinto magari dalle stesse motivazioni che hanno sempre mosso anche me: cercare di fare ordine, sgombrando il campo da tutto ciò che è rumore di fondo illogico e infondato, per capire il tessuto razionale connettivo del mondo e poter spostare l’attenzione verso ciò che davvero rimane da scoprire e spiegare.

Cosa ti ha spinto a entrare a far parte del CICAP? Facciamo un bilancio della tua esperienza.

Per rispondere a questa domanda devo fare coming out. Sono una ex believer con qualche vaga tendenza complottista. Da giovane credevo al sovrannaturale, alla possibilità che esistessero spiegazioni alternative e non mi sarei sorpresa tantissimo se avessi scoperto che sulla Luna non c’eravamo mai andati.
Poi venne l’11 settembre, e il complottismo negazionista dell’attacco terroristico. Un giorno finii su un sito che smentiva queste fantasiose teorie e rimasi folgorata. Fu una rivoluzione violenta e illuminante, scoprire che l’applicazione del metodo scientifico potesse essere usata anche per studiare l’astronauta di Palenque o che c’era gente che passava i weekend a realizzare cerchi nel grano. Pochi mesi dopo ero iscritta al CICAP.
Per farmi avanti e offrire la mia collaborazione alle iniziative però ci è voluto più tempo: come tutti, ero in soggezione a parlare con grandi menti, studiosi e scienziati che ne sapevano tanto più di me e veramente mi era difficile immaginare cosa potessi offrire loro. Ho scoperto invece un ambiente accogliente e inclusivo, dove è benvenuto il contributo di tutti, purché ci sia umiltà e desiderio di conoscenza, e dove è praticamente impossibile non imparare qualcosa di nuovo ogni giorno. Oggi alcuni di loro sono diventati amici più che colleghi.
Al CICAP devo molto, è arrivato nella mia vita nel momento in cui avevo più bisogno di fare ordine e avere punti fermi cui appoggiarmi.


Tra i vari Misteri Svelati quale si è rivelato più ostico e perché? Raccontaci come hai fatto a venirne a capo…

Per scelta, quasi tutti i casi che abbiamo raccolto nel libro erano stati già risolti, e le conclusioni raggiunte erano state testate e controprovate. Ce ne  sono però alcuni per i quali non è ancora stata trovata un’univoca spiegazione soddisfacente, e si rimane nel campo delle ipotesi: ad esempio il caso dell’uomo di Somerton, trovato morto su una spiaggia australiana il 1 dicembre del 1948, senza documenti, senza etichette nei vestiti, con il frammento di un libro di poesie persiane in tasca, che riportava da un lato l’ultimo verso del volume, Tamàm Shud, “finito”, e dall’altro un probabile codice che a tutt’oggi nessuno è riuscito a decrittare. O i guardiani del faro delle Flannan Isles, morti in circostanze misteriose dopo aver lasciato ben chiusi porta e cancello, ma anche una sedia ribaltata in cucina e senza indossare, in quel clima proibitivo, l’obbligatorio impermeabile.
In diversi casi ho avanzato delle ipotesi personali, puramente ipotetiche, che spero in futuro di poter approfondire adeguatamente, come nel caso della cassapanca sanguinosa che si trova proprio nel castello di Azzurrina.

Non è vero, ma ci credo: tra religione e superstizione l’Italia sembra essere ancora un Paese di creduloni. Come si potrebbe combattere questa tendenza e che ruolo potrebbe svolgere in merito il CICAP?

Non credo personalmente che l’Italia sia messa molto peggio degli altri paesi occidentali. Sicuramente la dicotomia fra scienza e pseudoscienza oggi si avverte con più forza rispetto al passato, perché viviamo un’epoca generale di opposizioni e fazioni.
Tuttavia, una cosa che ho sempre sentito raccontare dai soci che tengono conferenze e incontri, e che è capitata recentemente anche a me in occasione di un evento in una scuola, è che invece il “pubblico a casa” è estremamente ricettivo a una versione dei fatti più concreta e razionale, ascolta con interesse ed è pronto a rimettere in discussione quelle che non erano tanto convinzioni, quanto posizioni prese per buone perché ovunque la campana alternativista fa più rumore di quella scettica.
Io credo basti questo, continuare costantemente a spiegare, parlare, raccontare scienza, dati, fatti e numeri, senza ghettizzare nessuno aprioristicamente, e accogliendo anche chi ha dubbi e perplessità noti e stranoti. Il dialogo e l’apertura al confronto sono, a mio avviso, la chiave per superare questo momento di impasse collettiva.



A cosa stai lavorando attualmente? Ci sono nuovi progetti letterari in programma? Svelaci quali sono i tuoi piani per il futuro.


Al momento mi sto godendo un po’ di vacanza da mostri e misteri che mi hanno accompagnato in questi due anni. Siccome però le passioni sono impossibili da mettere davvero a tacere, ogni tanto mi riscopro a cercare qualche altra informazione o rileggere gli appunti dei casi non svelati, e magari in futuro potrei buttare giù qualcosa di più ampio e argomentato sull’uomo di Somerton e il suo emulo tedesco Peter Bergmann. D’altra parte, è una storia che ha affascinato anche Stephen King, come posso io non farmene conquistare?