venerdì 2 dicembre 2016

Massimo D’Angelo: essere artisti, tra narrazione, ricerca e sperimentazione

Pensieri

L’esigenza di dipingere nasce da bisogni diversi e apparentemente incompatibili, ma tutti profondamente radicati nell’animo dell’artista e volti al solo scopo di sperimentare, non tanto le tecniche pittoriche, quanto la capacità di spingersi oltre i propri limiti. La pensa così Massimo D’Angelo, un pittore che ha fatto della sperimentazione la propria impronta su tutte le sue tele ricche di suggestioni e di storie da raccontare.
Nonostante il percorso di studio e di lavoro abbia condotto Massimo D’Angelo ben lontano dal mondo dell’arte, portandolo a una carriera tra aziende e multinazionali, la sua passione per la pittura non si è mai sopita del tutto e ha rappresentato un cammino di vita parallelo a molti altri. La sua capacità di coniugare tecniche differenti, come l’acquerello e l’acrilico, con efficacia costante, restituendo agli occhi dei fruitori un mondo visto attraverso lenti inedite, ci porta a passeggio su un campo di girasoli, tra nuvole e palloncini colorati, metafore di crucci e spensieratezza, ma anche tra costellazioni e sprazzi di colore che prendono la forma di corpi voluttuosi, fino all’interno del nostro stesso corpo, tra il cuore e il cervello, irrorati da un sangue che si riscalda dinnanzi a tanta meraviglia.
In esposizione con altri artisti presso la Galleria Spazio 40 di Roma, a partire dal prossimo 9 dicembre, nella Mostra collettiva “Diari di Viaggio”, Massimo D’Angelo è un pittore dalla personalità originale ed eclettica che sa imprimere sulla tela la profondità delle proprie idee attraverso un irresistibile arcobaleno di colori.

Aurora

Libera
Che artista sei? Da dove nasce la tua esigenza di dipingere: è una passione che coltivi da sempre o si tratta di un talento che hai scoperto recentemente?

Ho sempre disegnato. Di tutto e con tutto, ma soprattutto a china, cose serie e meno serie, dai chiaroscuri di Roma sparita alle etichette dei vini, immagini pubblicitarie per arrotondare all’università. Poi cartellonistica con veri e propri capolavori dei grandi del fumetto. Successivamente ho perso un po’ gli stimoli fino a che la pittura si è risvegliata facendo acquerelli in riva al mare, con l’acqua marina e una cartolina pronta in dieci minuti al posto di una foto. Da lì non mi sono più fermato.

Addosso
Dietro ogni opera si cela una storia da raccontare: cosa vuoi comunicare e cosa ti ispira maggiormente? Quali sono le tecniche che prediligi e i soggetti che preferisci?

La mia opera si sviluppa su direttrici diverse, talvolta tanto diverse, da sembrare che abbia origine da diversi autori. È come se avessi diversi periodi pittorici, ma uno sovrapposto all’altro, ora con il bisogno di raccontare storie, ora con quello di prendere immagini dall’anatomia del corpo umano. In realtà il fil rouge è quello di sperimentare, non importa con quale tecnica, con quale tema pittorico. Stigmatizzare i problemi che ci travolgono. Di sicuro mi piace sfruttare l’istinto del disegnatore e del chiaroscuro e far incontrare il figurativo con l’astratto. Trovo irresistibili le “forme”, ma spesso sono gli stimoli che cerco costantemente a guidare la mia esecuzione. Che poi sia l’acquerello o l’acrilico lo strumento, questo poco importa.
L’acquerello è sempre con me, in vacanza, ma anche in una serata d’estate, mi fermo in qualsiasi posto, tiro fuori il mio quaderno Fabriano formato cartolina, i miei goauche Winsor & Newton, un bicchiere di carta e via. Con l’acrilico ogni volta cerco una novità: materia, sabbia, supporti improbabili, pigmenti tirati, spugnati, spatolati, silicone colorato, dripping. Insomma ogni volta emerge l’esigenza di realizzare un’idea come richiesto dal soggetto da creare.

Corpo celeste
Che ruolo ha, o potrebbe avere, l’arte in un periodo di precarietà come quello che stiamo vivendo? Che cosa significa essere un artista nella società di oggi? Raccontaci un episodio, un aneddoto, una storia legata al tuo percorso.

Quando inviti qualcuno ad una mostra rimane sbalordito, come se dipingere fosse un risvolto di pazzia in una società dove si fanno solo cose legate al commercio. Eppure in Italia si stimano circa 6.000 pittori (il giudizio se veri non spetta a me) intorno ai quali si aggirano personaggi più o meno organizzati, più o meno esperti, che cercano di guadagnarci sopra per regalare loro un secondo di pubblica gloria, spesso effimera e artificiale. Ti chiedono anche 400 € per esporre un’opera, spesso senza portare visitatori e senza mai spendere una sola parola sull’arte. Così si terrorizzano i talenti, la storia ripete le sue atrocità, ma con la peculiarità contemporanea dell’illusione della visibilità garantita dai Social e dai siti virtuali, tortura per gli amici e totale indifferenza del pubblico tutto.
Un momento di grande interesse personale è stato quando ho esposto a Londra, in una galleria vicino al National Gallery ma con la gallerista che, a causa di una bega con l’organizzatrice, ha trattenuto per mesi le nostre opere fino a che non ci siamo rivolti all’ambasciata italiana a Londra. Il giorno dopo il corriere ha ritirato tutto. In compenso il gruppo artisti ha fatto quadrato su una chat di Whatsapp e per questo siamo rimasti in contatto, per difenderci dagli avvoltoi o scambiarci informazioni su iniziative artistiche.
Simpatica è anche la considerazione di una signora che davanti al mio “Folla”, stilizzazione del tratto coroideo del cervello, effettivamente simile ad una folla, ha dichiarato: “Questo deve essere uno con la personalità fortemente disturbata”.

Folla
Immagina di poter viaggiare su una macchina del tempo: quali sono i tuoi Maestri di riferimento? A quali Movimenti Artistici del passato ti rifai?

Più che di ispirazione, direi che nutro una vera e propria venerazione per Jackson Pollock e Boccioni e, in parte, per Picasso. Tra i classici apprezzo Caravaggio. Ho grande invidia per le intuizioni contemporanee di Keith Haring, Banksy e Brainwashed. Guttuso, invece, è il più grande italiano del Novecento.
Anche gli Impressionisti, che penso di aver visto in tutti i musei possibili, non mi sono di ispirazione diretta, ma il pointillisme mi ha lasciato qualcosa dentro. Tuttavia se la macchina del tempo funzionasse davvero vorrei essere l’aiutante di Pellizza da Volpedo mentre crea il Quarto Stato.   

Globuli rossi
A cosa stai lavorando attualmente? Svelaci quali sono i tuoi programmi per il futuro.  

A breve parteciperò alla mostra collettiva “Diari di Viaggio”. organizzata dall’Associazione Artistica di cui faccio parte, “Ars Movimento Culturale”, con tema Racconti di viaggio, che sarà visitabile dal 9 al 15 dicembre, presso la Galleria Spazio 40 di Roma, e dove porto un’opera sul memorial dell’11 settembre che l’estate scorsa mi ha profondamente colpito. In generale, invece, qui è il vero problema. Da un progetto ne nascono due e da due… quattro. Non c’è il tempo e l’energia per dare seguito a tutto e soprattutto i fondi. Sto lavorando ad un progetto di Crowdfunding sulla multidisciplinarità e l’interrelazione delle arti, sto ideando una mostra per affiancare fotografie di bravi autori e amici con un dipinto della foto stessa. Sto cercando anche di dare un risvolto concreto all’esperimento del tour emozionale dell’esposizione che ho terminato lo scorso 31 ottobre: persone che vengono analizzate da software per il riconoscimento delle emozioni davanti ad un’opera d’arte; non è una prima mondiale, ma le tecnologie lo sono e, oggi, si possono mettere in campo APP sorprendenti, se non si tralascia l’altra metà del cielo costituita dagli psicologi.


Macchie nella mente

Massimo D'Angelo Web Site


domenica 27 novembre 2016

Cecile Bertod: l’amore, quando meno te lo aspetti!


Quando una ragazza è timida, insicura e anche un po’ accomodante, è davvero difficile farsi notare dal principe azzurro. Lo sa bene Sam, una promettente redattrice dalle grandi potenzialità nascoste sotto qualche chilo di troppo e un abbigliamento decisamente fuori moda, la quale, da quando ha iniziato a lavorare al “Chronicle”, ha un debole per Dave, lo sfacciato e presuntuoso vicedirettore del giornale, che ama il lusso e il divertimento e non la considera affatto. Sono quattro anni che Sam sogna a occhi aperti il giorno in cui Dave si accorgerà di lei e imparerà a guardare oltre le apparenze, ma il momento giusto sembra non arrivare mai e Sam perde definitivamente le speranze quando vede Dave in TV accanto all’ennesima bellissima donna che non ha nulla a che vedere con lei. Meglio mettere da parte i sogni irrealizzabili e concentrarsi sul lavoro, si convince Sam, e non c’è occasione migliore per mettersi alla prova della settimana della moda di San Francisco, uno degli eventi più importanti per tutti i giornalisti che, come lei, si occupano di life style. Ma, si sa, le cose più strane e imprevedibili accadono sempre quando meno ce lo aspettiamo e chissà che proprio nella settimana più intensa dell’anno Dave non inizi ad aprire gli occhi e a rendersi conto che, dietro a una ragazza come tante, può nascondersi una perla dal valore inestimabile, complice la comparsa di Al, un imprevedibile rivale che ha tutte le carte in regola per scalzare Dave dal cuore di Sam.
Dopo i grandi riscontri ottenuti da “Tutto ma non il mio tailleur” e “Non mi piaci ma ti amo”, Cecile Bertod è appena tornata sugli scaffali di tutte le librerie col suo ultimo romanzo, “Ti amo ma non posso”, Newton Compton, una nuova commedia romantica che scalderà il cuore di tutte le lettrici e di tutti i lettori che hanno sentito la mancanza dello stile ironico e brioso di quest’autrice di grande talento. Dimenticate, dunque, le protagoniste tutte palestra e parrucchiere che vi squadrano dall’alto dei loro tacchi dodici: Sam è una come tante, piena di dubbi e insicurezze, proprio come tutte noi e che, per questo, ci farà sorridere ed emozionare ancor di più, fino all’ultima pagina.

Dopo il successo di “Tutto ma non il mio tailleur” e “Non mi piaci ma ti amo”, è appena arrivato in libreria “Ti amo ma non posso”, Newton Compton, una nuova commedia romantica ambientata nel mondo del giornalismo e della moda. Raccontaci la genesi di questo romanzo: cosa ti ha ispirato durante la stesura?

Ogni libro che ho scritto parla di un pezzo della mia vita che per qualche motivo non andava, o tutt’ora non va e del macabro, inutile, sconsiderato tentativo di rimetterlo dove avrei voluto che fosse. Ricucitura dell’insieme, ripristino degli angoli del puzzle, sperando che quella maledetta natura morta in bianco e nero si trasformasse in un’esplosione di colori. Ecco anche il perché di personaggi femminili sempre un po’ sopra le righe. Io, d’altronde, le righe le ho perse da parecchio, sostituite da menù ad alto tasso di carboidrati e coupon dell’erboristeria. Detto ciò, per una volta, invece, è stato un po’ il senso di ingiustizia a muovermi, perché per una volta volevo lanciare un messaggio che poi è ciò che penso nel profondo. Quest’idea che le persone normali non siano speciali, che per essere al centro del mondo bisogna rispettare canoni e misure preordinate… Facciamoci caso, se leggiamo un rosa cosa troviamo il più delle volte? Donne innaturalmente belle che, spesso e volentieri, sono distanti anni luce dalla nostra vita e solo loro possono aspirare a quel genere di amore travolgente e assoluto che sogniamo un po’ tutte. E intanto noi, dall’altro lato delle pagine, ci trasciniamo nelle nostre insicurezze, ci abbandoniamo alla malinconia, a volte gettiamo la spugna. Smettiamo, insomma, di credere di poter diventare le persone che vorremmo, senza renderci conto che intanto realizziamo cose che persone come quelle descritte nei libri non riuscirebbero mai neanche a immaginare. Normali, ma inconsapevolmente straordinarie, ci barcameniamo in vite difficili, dure e senza mezzi, se non la forza di volontà. Sam, protagonista di questo libro, è il mio piccolo, modestissimo tentativo per dire a tutte che non c’è nulla di più bello di quello che è già nelle nostre mani, se solo riuscissimo a rendercene conto.



Da dove e quando nasce il tuo bisogno di scrivere? Che autrice sei: segui l’ispirazione in qualunque momento della giornata o hai un metodo collaudato al quale non sai rinunciare?

Metodo, sì. Ma subentra dopo. Quando decido di rendere un piccolo input qualcosa di concreto. Prima sono solo immagini confuse, spezzoni di musica che mi suggeriscono singole scene, idee del momento. È qualcosa che non saprei descrivere, perché non c’è nulla di programmato, è un continuo avere idee differenti che si accumulano sul desktop del mio computer, quasi sempre destinate a rimanere incompiute, e che mi fissano con cattiveria sperando che prima o poi mi decida a metterci un punto. Che autrice sono? Boh, quella che divora biscotti in pigiama con due occhiaie che le arrivano alle ginocchia, accavallando parole, briciole e pensieri su un foglio bianco. Direi un’autrice come tutte le altre, solo meno gnocca, meno ricca e meno conosciuta!

Come definiresti Sam e Dave, i protagonisti della tua storia, così diversi eppure tanto uniti da un destino comune? In generale come delinei i personaggi dei tuoi romanzi e le vicende che li coinvolgono?

Di norma prima c’è una storia. L’idea di quello che in generale vorrei far accadere, poi ci rifletto e “creo” personalità. Non sempre limitandomi a rifletterci, ma elaborando schemi, appunti, seguendo fili logici. A volte anche solo mettendo le mani sulla tastiera e vedendo cosa viene fuori. Poi, certo, dopo delineo più concretamente i profili. In linea di massima qui abbiamo tre personaggi, o meglio, personalità differenti e mi piaceva l’idea perché volevo mettere davanti a un bivio qualcuno come Sam. Esserino insicuro, timido, incapace di dire no, sempre pronto a buttarsi giù. Qualcuno che, pur di ottenere l’approvazione degli altri, accetterebbe di rinunciare alla sua vita. Ecco, una come Sam volevo che avesse la possibilità di scegliere. Di mettere a confronto un sogno irrealizzabile come Dave (egocentrico, un po’ maschilista, abituato ad averla sempre vinta, circondato da lusso, bellezza e tanto altro) con qualcosa di totalmente diverso. E allora Al. L’amico, il “bravo ragazzo”, quello sempre disponibile a scarrozzarti ovunque quando ne hai bisogno. E volevo vedere cosa avrebbe fatto, chi dei due avrebbe scelto quando si sarebbero accorti entrambi che tutto sommato Sam non è solo Sam, ma qualcosa più, qualcosa di infinitamente più complesso e meraviglioso di una ragazzina avvolta in una tuta di pile troppo larga.



In un mondo dell’editoria segnato da crisi e transizioni, tra autopubblicazioni e digitale, come può barcamenarsi un autore emergente per non passare inosservato? È ancora possibile, secondo te, fare della scrittura un mestiere a tempo pieno? Dai un suggerimento a chi volesse intraprendere questo percorso.

Le cose si stanno evolvendo a una velocità impressionante. Il mondo sembrava a un passo dalla svolta quando ho iniziato, oggi subisce rivoluzioni ogni venti minuti! La cosa a cui prestare più attenzione, almeno secondo il mio punto di vista, è che prima, cioè quattro anni fa, quando una qualunque come me ha detto “e se provassi?”, il self publishing semplicemente non esisteva. Noi non eravamo scrittori (e tutt’ora non lo siamo). Noi non eravamo considerati. Gli autori italiani in generale avevano un mercato quasi inesistente in Italia, soprattutto nel rosa. E in quel clima di velata indifferenza, io mi sono buttata in un’impresa che appariva epica. Oggi chiunque pubblichi ha la possibilità di farsi notare. Prezzi bassi, far parte di gruppi di lettura, aprirsi un blog. Insomma, se non si hanno grandi possibilità la nostra forza è Facebook. Alla portata di tutti. Poco i siti web. Ancora meno il marketing “tradizionale”. E, paradossalmente, le case editrici sono diventate quasi un limite per l’autore. Perché le case editrici vivono ancora del vecchio concetto di editoria che purtroppo poco comprende il nuovo modo di leggere, di scambiarsi informazioni, di vivere la lettura. Farne un lavoro a tempo pieno è diverso, perché poi la cosa si fa più complessa. Attirare un nugolo di curiosi non indica che li si riuscirà a tenere legati ai propri lavori nel tempo. A quel punto subentrano crescita personale, preparazione, idee sempre in linea con le tendenze del momento. E non si può neanche prevedere una formula matematica infallibile. Quindi è tutto un enorme punto interrogativo. Se sapessi rispondere a questa domanda ora sarei una persona molto meno insicura. Ma non è così. 

A cosa stai lavorando attualmente? Svelaci quali sono i tuoi progetti per il futuro.


Per ora, oltre “Ti amo ma non posso”, ho altri tre inediti sotto contratto con la Newton Compton, dopodiché chissà cosa accadrà. Vedremo! Io intanto non sto mai ferma e, come una formichina, immagazzino storie chiedendomi se un giorno le leggerà mai qualcuno. Sto lavorando a un romanzo che avevo iniziato a pubblicare a puntate su Wattpad, poi lasciato lì per mancanza di tempo. Una storia un po’ cupa, amori difficili, travagliati. Molto diverso da quello che chi mi legge è abituato a trovare nelle mie storie. Vedremo a breve se verrà fuori un buon lavoro. Spero proprio di sì.

www.cecilebertod.com



domenica 20 novembre 2016

Alessandro Reali: una nuova indagine per Sambuco e Dell’Oro


Fortunago è un ridente paesino dell’Oltrepò Pavese dove il tempo è scandito da ritmi che sembrano cristallizzati in un passato ormai remoto e la nebbia cela scorci apparentemente dimenticati tra le colline ricoperte di rugiada. Tutto scorre imperturbabile, almeno finché un inaspettato mistero sconvolge la vita degli abitanti del borgo. L’irreprensibile e ricchissimo conte Simeone di Oramala, proprietario terriero e di una sontuosa villa in cui vive con la moglie invalida e la stravagante e ipnotica cognata, scompare inaspettatamente. Quando viene ritrovato morto, i suoi più cari amici decidono di affidarsi all’intuito investigativo della premiata ditta Sambuco e Dell’Oro per cercare di venire a capo delle oscure trame che, pian piano, si dipanano di fronte agli occhi di tutti. Tra intrighi e inganni, Dell’Oro e Sambuco saranno costretti a barcamenarsi fra una macabra esecuzione a Pavia e l’infamante assassinio del conte, la cui cognata mette a dura prova i sentimenti del povero Sambuco. Ma come si collegano i pezzi di questo imprevedibile mosaico apparentemente senza senso?
“Ultima notte in Oltrepò”, Fratelli Frilli Editori, è l’ultimo romanzo di Alessandro Reali che ha firmato così, grazie al grande entusiasmo dei lettori, la quinta indagine di Sambuco e Dell’Oro. Tanto è riservato e pragmatico Sambuco, quanto è istrionico e incosciente Dell’Oro. Ma, forse, è proprio questa diversità di indole che rende i due investigatori inseparabili, perché in grado di compensare i reciproci pregi e difetti, dando vita a una miscela irresistibile per il lettore. Al di là della trama noir e del conseguente mistero da risolvere, infatti, lo stile pulito e rassicurante di Alessandro Reali è caratterizzato da una profondità di narrazione e di introspezione psicologica dei personaggi che innalza il livello delle storie verso una continua crescita interiore della quale i lettori sembrano non riuscire più a fare a meno.



Sambuco e Dell’Oro, investigatori d’eccezione, sono giunti alla loro quinta indagine nel tuo nuovo romanzo “Ultima notte in Oltrepò”, Fratelli Frilli Editori, nel quale faranno i conti con la misteriosa scomparsa di un conte, ma anche con gli imprevedibili capricci del cuore. Raccontaci la genesi di questo libro: cosa ti ha ispirato durante la stesura?

Per la prima volta ho scelto il luogo dove ambientare il racconto, invece di partire dai personaggi, come faccio di solito. Conoscevo Fortunago da tempo. È un paese incantevole in una bella valle. Dopo alcuni sopralluoghi la mattina presto, ho deciso di raccontare una storia tra quelle case avvolte nella foschia autunnale. La figura del conte mi è sembrata ideale: attorno a lui ruota tutto un mondo che mi sono divertito ad analizzare dal punto di vista psicologico. Come sempre è presente anche Pavia, dove a muoversi questa volta è più che altro Selmo Dell'Oro, alle prese con delitti efferati.

Che autore sei: segui l’ispirazione a qualunque ora del giorno o hai un metodo ben preciso al quale non puoi rinunciare? Quando e da dove nasce il tuo bisogno di scrivere?

Le idee vanno e vengono durante la giornata. Spesso prendo appunti su fogli, in modo un po' disordinato. Scrivo diversi generi, ma per quel che riguarda il noir è necessario, a mio parere, avere un metodo, una disciplina di lavoro costante, per essere quotidianamente alle prese con i meccanismi che devono reggere la trama. Il bisogno di scrivere nasce da bambino, quando mi divertivo a raccontare storie sugli indiani d'America. Poi ho letto moltissimo, a cominciare dai classici, e questo è senza dubbio fondamentale. Il mio grande editore Marco Frilli, purtroppo recentemente mancato, ogni volta che ci si sentiva mi ripeteva che io ero un narratore puro, prestato al genere giallo. Credo si riferisse al fatto che nelle mie storie gli aspetti ambientali, i caratteri dei personaggi e i loro sentimenti valgono quanto l'effettiva trama.

Come definiresti Sambuco e Dell’Oro, gli investigatori protagonisti delle tue storie? Come si fa a fidelizzare i lettori quando si crea una serie fortunata come la tua che ha nei personaggi principali il proprio fulcro? Svelaci il tuo segreto…

Non c'è un segreto. Sono nati spontaneamente e la cosa più facile è stata la scelta dei nomi. È stata quella senza mai un dubbio. Volevo fossero molto diversi tra loro. Uno, Sambuco, è piuttosto serio, segnato da un dramma personale, riservato, taciturno e appassionato della musica di storici cantautori. Affronta il mestiere quasi per inerzia, ma, in realtà, non può farne a meno. Il suo disincanto nei confronti della realtà è la caratteristica dominante. Lui è la vera anima dell'agenzia investigativa. Dell'Oro, invece, è una specie di matto poco raccomandabile. Non resiste al fascino femminile e si butta in ogni avventura, anche mercenaria, con lo spirito dell'eterno ragazzo. Frequenta delinquenti e affini e, più di una volta, è stato "salvato" da Sambuco e dal suo vecchio amico, l'ispettore Michele Grenziana. Credo che il buon successo della coppia sia dovuto proprio a questo loro essere, in modo diverso, fuori dagli schemi: ideali per le storie raccontate che quasi mai possiamo definire poliziesche. Inoltre non va dimenticata, sullo sfondo, la città di Pavia, umida e torrida, oppure nebbiosa e gelida, ideale per raccontare vicende un po' misteriose.

Per saper scrivere bene occorre, certamente, leggere molto. Che autori e quali generi preferisci? Che libri ci sono sul tuo comodino?

Come dicevo, leggo moltissimo da sempre. Ho amato molto gli americani come Faulkner, Steinbeck e Caldwell. Hemingway sicuramente. I grandi russi; Hamsun e Celine. Kerouac, Bukoswki e Fante. Tra gli italiani sicuramente Pavese, Buzzati, Fenoglio. Per quel che riguarda il noir ho un debole per Giorgio Scerbanenco e soprattutto Georges Simenon, che ho iniziato a leggere da ragazzo grazie a mio padre, suo grande ammiratore. Quando scrivo noir è senza dubbio l'autore a cui faccio riferimento. Però, davvero, fare alcuni nomi è riduttivo, perché sono tanti gli autori che amo...

A cosa stai lavorando attualmente? Svelaci quali sono i tuoi progetti per il futuro.


In questo momento sto rifinendo una nuova avventura di Sambuco e Dell'Oro e correggendo alcuni racconti rurali, con sfumature macabre, molto radicati nella tradizione popolare della mia terra.


domenica 13 novembre 2016

Cristina Migliaccio: un esordio su “ali di Farfalla”


Sono pochi gli editori che, al giorno d’oggi, danno fiducia agli autori emergenti, prendendosi cura di loro in modo tale da trasformarli da bruchi a farfalle. Tra le Case Editrici più attente, tuttavia, c’è, senza dubbio la Butterfly Edizioni che, rendendo giustizia al suo nome, ha permesso a molti scrittori di crescere e di spiegare le ali verso cieli colmi di soddisfazioni.
Tra gli esordienti delle ultime settimane, in classifica su tutte le principali piattaforme online ormai da più di un mese, c’è Cristina Migliaccio con la sua frizzante commedia romantica “Ti amo, stupido!”, una nuova esilarante dimostrazione che gli opposti sono destinati ad attrarsi, nonostante tutto.  
Rebecca e Scott non si vedono da anni quando, per uno strano scherzo del destino, si incontrano nuovamente nella loro città natale, dove Rebecca è costretta a fare ritorno dopo aver perso il suo posto di lavoro. Complici due cani a dir poco chiassosi, Scott e Becky tornano alle sane vecchie abitudini: litigare, litigare, litigare, in ogni occasione possibile. Ma siamo sicuri che, dietro al carattere apparentemente spigoloso della ragazza, non si nasconda, in realtà, una profonda sensibilità? Scott è sempre più incuriosito e, questa volta, non vuole lasciarsi sfuggire per nulla al mondo l’occasione di far breccia nel cuore di questa giovane donna che lo attrae almeno tanto quanto lo innervosisce.
Spassoso e divertente proprio come le grandi firme del genere, ma anche caratterizzato da un’identità ben precisa e già matura, quello di Cristina Migliaccio è uno degli esordi più riusciti degli ultimi mesi che ci auguriamo sia solo il primo romanzo di una fortunata serie, visto il successo di pubblico che questa giovane autrice sta avendo, anche grazie al passaparola della rete.



Equivoci, battibecchi e un’attrazione irresistibile: sono questi gli ingredienti di “Ti amo, stupido!”, Butterfly Edizioni, il tuo romanzo d’esordio. Raccontaci la genesi di questo libro: cosa ti ha ispirato durante la stesura?

Tutti i giorni sono costretta a passare davanti la casa di una signora che ha due cani da guardia sempre piazzati vicino il cancello e che non perdono mai l’occasione di abbaiarmi contro. Un giorno, presa dalla rabbia, gli ho urlato contro: “Stupidi cani!” e una lampadina mi si è accesa nel cervello. Ho pensato: “Perché non provare a scriverci qualcosa?” ed è così che è partita la trama di “Ti amo, stupido!”.

Quando e da dove nasce la tua esigenza di scrivere? Che autrice sei: segui l’ispirazione a qualunque ora del giorno o hai un metodo collaudato al quale non puoi rinunciare?

Ho scritto sin da piccola, ma i veri testi di senso compiuto sono arrivati durante l’adolescenza. Mi sono allenata molto con il Web, passando dai forum alla piattaforma di EFP, e sono profondamente grata a quel periodo perché è lì che ho capito quale sarebbe potuta essere la mia strada. Non tutti hanno ben chiaro cosa vogliono dalla vita, per me è stato facile capirlo, soprattutto perché è nato come un hobby, un’esigenza di mettere su carta le parole che avevo nella testa. In alcuni momenti ho trovato la scrittura molto terapeutica: riversare le proprie emozioni all’interno di una storia è ciò che poi la rende tua.
Della mia scrittura ho capito questo: se vado in cerca d’ispirazione, sicuramente non la troverò, per questo lascio che sia lei a trovare me. Ammetto che il più delle volte vengo colta dall’estro creativo nei momenti meno opportuni, perché non posso mai appuntarmi quello a cui ho appena pensato; infatti sono tantissime le idee finite nel dimenticatoio, e dire che giro sempre con un quaderno in borsa!

Come definiresti Rebecca e Scott, i protagonisti della tua storia, tanto diversi da non poter fare a meno l’uno dell’altra? In generale, come delinei i personaggi dei tuoi romanzi?

Come li definirei? Cane e gatto, tanto per cominciare!  Per quanto diversi, entrambi hanno in comune un grande difetto: la testardaggine. Rebecca è l’acidità in carne ed ossa e riversa tutta la sua negatività sul povero Scott (che in fin dei conti non le ha fatto proprio niente) il quale, invece, nonostante i musi lunghi e la lingua tagliente, cerca di scoprire la sua vera natura. Ho voluto creare due personaggi forti che fossero diversi, ma al tempo stesso simili tra loro, trovare un equilibrio nello squilibrio, due protagonisti che si sapessero tenere testa nella vita e nell’amore. In genere, ho un debole per i rapporti di odio-amore, è il mio stereotipo letterario (non a caso una delle mie scrittrici preferite è Susan Elizabeth Phillips che in questo è una vera e propria maestra) e cerco sempre di rendere al meglio questo rapporto fatto di battibecchi fino all’ultimo istante.

Per saper scrivere bene, occorre, certamente, leggere tanto: che generi e quali autori prediligi? Che libro c’è sul tuo comodino?

Sono un’appassionata di romanzi rosa, si può dire che tutto è iniziato ai tempi in cui divoravo i volumi de “Le ragazzine” finché non è arrivato il giorno in cui ho conosciuto Sophie Kinsella e il suo “Sai tenere un segreto?”. Non è stato il primo libro che ho letto di quest’autrice, ho iniziato con la serie di “I love shopping”, ma è con “Sai tenere un segreto?” che ho capito che il nostro sarebbe stato un lungo amore. Di recente scoperta è, invece, Susan Elizabeth Phillips, una donna meravigliosa dalla penna impeccabile che per me è diventato un punto di riferimento nell’universo romance. A differenza dei miei coetanei con la passione per Harry Potter, ho passato l’adolescenza tra i libri di Nicholas Sparks, riscoprendo il piacere della lettura e il potere del buon dramma. Come penna letteraria del nostro secolo, ammiro profondamente Carlos Ruiz Zafon e la sua serie de “L’ombra del vento”, ma se devo confessarvi qual è il libro sul mio comodino, non aspettatevi nulla di complesso e doloroso: “Voglio scrivere per Vanity Fair” di Emma Travet è la mia Bibbia!

A cosa stai lavorando attualmente? Svelaci quali sono i tuoi programmi per il futuro.


Ho il brutto difetto di iniziare tanto e finire poco.  Ci sarebbero così tanti potenziali romanzi da concludere o sviluppare, ma il più delle volte manca il tempo o l’ispirazione adatta. Attualmente mi sto dedicando alla stesura di un nuovo romance, anche se a dirla tutta non mi dispiacerebbe approfondire le vicende di Amelia e Bea, forse perché sono troppo affezionata a “Ti amo, stupido!” per lasciarli andare così in fretta! 


domenica 6 novembre 2016

Valeria Montaldi: professione scrittrice, tra giornalismo e narrativa


Dopo una brillante carriera giornalistica durata oltre vent’anni passati a raccontare eventi culturali di ogni tipo e a intervistare personaggi del mondo dell’arte a tutto tondo, Valeria Montaldi ha deciso di dedicarsi alla narrativa, assecondando la sua naturale sensibilità verso la storia e la fantasia. A partire da “Il mercante di lana”, pubblicato da Piemme nel 2001, tutti i suoi romanzi, editi anche all’estero, hanno avuto un grandissimo successo di critica e di pubblico, rimanendo per settimane ai primi posti delle classifiche e coinvolgendo migliaia di lettori appassionati di romanzo storico e non solo, grazie alle ambientazioni ammalianti, ricostruite in modo impeccabile, e ai personaggi sempre credibili e coraggiosi.
“La randagia”, Piemme, l’ultimo romanzo di Valeria Montaldi, l’ha definitivamente consacrata tra le più abili autrici italiane a coniugare con grande sapienza ed efficacia generi apparentemente inconciliabili, come il romanzo storico e il giallo, sviluppando storie parallele tra il Medioevo e i giorni nostri. Tutto inizia nel lontano 1494, Britta è una giovane indomita e indipendente, che vive sola nei boschi di Machod e aiuta gli abitanti dei villaggi vicini grazie alla sua impareggiabile conoscenza delle erbe, finché non viene accusata di essere una strega. Molti secoli dopo, nel 2014, Barbara Pallavicini, una studiosa di storia medievale, sta compiendo delle ricerche nei sotterranei di un castello della Valle d’Aosta, quando scopre il cadavere di una giovane donna del luogo, il cui omicidio nasconde un oscuro mistero. Riuscirà Barbara a ricucire le trame strappate del tempo e a venire a capo di questa intricata vicenda che sembra affondare in un oscuro passato? Al suo fianco ci sarà una fitta rete di personaggi memorabili, tra cui il Maresciallo Giovanni Randisi, deciso quanto lei a risolvere il caso a ogni costo. Un romanzo indimenticabile, ricco di colpi di scena fino all’ultima riga.



Dopo una brillante carriera giornalistica, ti sei dedicata alla narrativa con l’entusiasmo e l’impegno che ti contraddistinguono. Raccontaci le motivazioni di questa scelta: cosa ti ha spinto e cosa ti ha ispirato?

È molto semplice: volevo capire se sarei stata in grado di scrivere un romanzo. La scrittura d’invenzione è un’attività ben più impegnativa del giornalismo: richiede impegno, disciplina, pazienza, continuità, grande severità verso se stessi. Non sapevo se ci sarei riuscita, ma quello che mi sento di affermare è che, fin da subito, ho capito quanto mi fossero stati utili i venticinque anni passati a scrivere articoli: il giornalismo insegna a non “sbrodolare” il testo, ad asciugarlo il più possibile, ma, soprattutto insegna a osservare. Mentre intervisti una persona, la guardi, la ascolti, spii le sue reazioni alle tue domande: insomma la studi. Il che torna poi utile quando devi dar vita a personaggi d’invenzione e vicende che abbiano credibilità: cura da non sottovalutare, perché il rischio di creare figure e situazioni inverosimili è sempre in agguato. 

Quando e da dove nasce la tua esigenza di scrivere a tutto tondo? Che autrice sei: segui l’ispirazione in qualunque momento della giornata o hai un metodo ben preciso al quale non sai rinunciare?

Ho sempre letto e scritto molto, sia nell’infanzia che nell’adolescenza. Fin da allora, mi piacevano le trame ben costruite, con personaggi in grado di intrecciare le loro storie in modo naturale, senza artifici di sorta. Quanto alla cosiddetta ispirazione, per quanto mi riguarda, non esiste: quando decido di cominciare un nuovo romanzo, rifletto a lungo prima di stabilire l’argomento di cui scrivere. È un ripensamento continuo: le idee possono essere tante e prima di trovare quella giusta ci vuole tempo. Alla fine, però, la si scova da qualche parte, la si fa propria e finalmente si comincia a costruire una trama. È ovvio che, seguendo questo metodo, non tutte le giornate danno buoni frutti, ma di solito la perseveranza è premiata.

Sappiamo che per la stesura di un romanzo storico è necessario un lungo periodo di ricerca: come si struttura il romanzo storico perfetto? Come gestisci l’intreccio tra storie ambientate in epoche differenti e l’interazione tra personaggi storici e di fantasia?

La documentazione deve essere accurata, perché è facilissimo commettere errori, anche grossolani. Generalmente, strutturo i miei romanzi in modo che la trama scorra su piani ambientali e temporali diversi: il che significa alternare capitoli in cui vicende apparentemente slegate fra loro si incastrino a poco a poco, creando un tutto unico. In quest’ottica, sono i personaggi di fantasia ad avere la meglio: quelli storici, seppur presenti e ampiamente documentati, restano relegati al ruolo, spesso significativo, di comprimari. Credo che, qualunque sia il periodo storico di cui si parla, le passioni umane, positive o negative, siano sempre le stesse: non è quindi difficile far diventare il presente uno specchio del passato, e viceversa.

È ancora possibile oggi, secondo te, fare della scrittura una professione a tempo pieno, a prescindere dall’ambito? Cosa significa collaborare con grandi e piccoli editori? Dai un suggerimento a un giovane che volesse seguire le tue orme.

Per me la scrittura “è” una professione a tempo pieno e, oggi come oggi, non potrei farne a meno. È la mia vita, la mia passione, il mio modo di analizzare me stessa e il mondo che mi circonda. Attualmente non vedo grandi differenze fra grandi e piccoli editori, il mercato è avaro di soddisfazioni per tutti: per questo, l’unico consiglio che mi sento di dare a chi volesse intraprendere il mio stesso mestiere è quello di bussare a molte porte, senza precludersene nessuna. Nonostante la crisi che stiamo vivendo, è difficile che un editore serio si lasci scappare uno scrittore promettente.


A cosa stai lavorando attualmente? Svelaci quali sono i tuoi programmi per il futuro.


Sto cominciando il mio nuovo romanzo, cos’altro dovrei fare, del resto? E il mio programma è scriverlo il meglio possibile!


www.valeriamontaldi.it



domenica 30 ottobre 2016

Amedeo Di Marco: sono un artista “grigio-verde”!


Ama definirsi proprio così Amedeo Di Marco, classe 1954 e origini lucane: un artista grigio-verde, grigio nei capelli, ma verde nello spirito, perché quella passione per l’arte, nata sui banchi di scuola e rimasta sopita per una vita intera, è sbocciata di nuovo e con rinata intensità, ora che i tempi gli permettono di dedicarvisi anima e corpo, senza distrazioni. Non ha mai preso parte a una mostra, né i suoi paesaggi e i suoi scorci a olio hanno mai varcato la soglia di una galleria d’arte, ma la vitalità che esprimono è tale da catturare il fruitore con la sola potenza dei colori e delle storie che narrano e, grazie al passaparola della Rete, questo artista di grande talento ha ricevuto numerosi apprezzamenti e altrettante soddisfazioni.
Di sicuro non c’è un’età per emergere, né una data di scadenza per esprimere se stessi al meglio e le pennellate decise di Amedeo Di Marco, in continua tensione tra i ricordi dell’infanzia, la luce delle terre natie e le aspettative di un futuro ancor più luminoso, riscaldano l’animo di chi osserva le sue opere con grande energia. Non è la nostalgia ad animare Amedeo Di Marco, ma la speranza e l’entusiasmo per il bagaglio di emozioni che i ricordi di gioventù gli hanno lasciato e che è rimasto impresso sulla tela senza difficoltà. La stessa freschezza che Amedeo Di Marco sta dando alle sue poesie e ai suoi racconti, omaggio alle grandi tradizioni lucane e di prossima pubblicazione.
 
I colori di maggio

Da dove nasce il tuo bisogno di dipingere: è una passione che coltivi da sempre o si tratta di un talento che hai scoperto recentemente? Che artista sei?

Cattedrale di Moliterno
Da piccolo amavo disegnare e colorare come tutti i bambini, ma più di tutti gli altri la mia era una vera passione. Acquerelli e pastelli non mancavano mai nella mia cartella. Allo Scientifico espressi il meglio della mia vena artistica giovanile, ma incontrai lo scoglio di un Professore, bravissimo acquerellista, che bollò i miei lavori come farina di altro sacco, chissà perché, e decisi di cimentarmi in altro. Per venticinque anni, dunque, percorsi strade distanti dal mondo dell’arte finché, a metà degli anni Novanta, eventi casuali mi portarono ad aprire una cartolibreria. Incoraggiata da tele e colori, la passione sopita riesplose più forte di prima. Scoprii la pittura a olio e me ne innamorai dando vita, così, a tutti i miei attuali dipinti.  
Che artista sono? Amo stimolare il bambino che alloggia in me e, credo, in ognuno di noi, per cui oso definirmi artista grigio-verde, grigio nei capelli, ma verde nello spirito!

Cosa vuoi comunicare e cosa ti ispira maggiormente davanti a una tela bianca? Quali sono i soggetti che preferisci e le tecniche che prediligi?

Dodici anni
Sarà perché il desiderio di esprimermi in giovane età non ebbe guida, né sfogo; sarà perché sono molto legato a Marsicovetere, il paese nativo che lasciai a sedici anni; o forse sarà perché, contento e sazio del poco che c’era, ho il ricordo di una bellissima infanzia: per tutti questi motivi nel bianco di una tela ritrovo semplicemente la mia gioventù. Una gioventù fatta di amicizia, di aria aperta, di giochi e musica, di sano respiro della natura, di quella gioia di vivere e di attaccamento alle radici che porto sempre con me e che sono felice di condividere attraverso i miei dipinti. I soggetti preferiti nelle mie prime opere furono, ovviamente, gli angoli ed i vicoli di Marsicovetere. Seguirono paesi e paesaggi lucani, in rappresentanza dell’amore illimitato per la mia terra, i fiori e le stagioni, espressione costante di una forte attrazione per la natura, quella stessa natura che negli ultimi lavori ingloba e raffigura anche gli stati d’animo dell’uomo.
La tecnica pittorica che prediligo, soprattutto per la sua caratteristica brillantezza, è la pittura a olio su tela. Ha lo svantaggio di una lunga essiccazione, ma mi consente di ritoccare nel tempo il dipinto fino al pieno raggiungimento di quanto ho in animo di esprimere e comunicare.

Cosa significa essere un artista nella società di oggi? Che ruolo ha, o potrebbe avere, l’arte in un periodo di crisi come quello che stiamo vivendo?

La casa di Melinda
L’arte, in ogni sua espressione, subisce l’influenza di quello che accade nella società.  Compito dell’artista nella società di oggi è quello di riuscire a gestire contemporaneamente lo stato creativo e quello commerciale.  Mentre lo stato creativo riesce ad adattarsi a ogni nuova situazione, quello commerciale, in periodi di crisi, subisce pesanti contraccolpi. Il danno economico colpisce soprattutto gli artisti che già tanto hanno investito e che vedono aprirsi una voragine tra loro percorso e il successo.  Gli artisti di oggi, inoltre, dovranno essere capaci di organizzarsi tecnologicamente, perché hanno a loro disposizione potenti e innovativi mezzi di comunicazione e ignorarli significherebbe morire ancor prima di nascere.
Dal punto di vista umano, nei momenti difficili della vita, l’arte è il rifugio che ci accoglie, la mano tesa in cui adagiamo i nostri sentimenti, soffiandoli verso l’eternità. È un potente antidoto alla solitudine, alla sofferenza morale, alla depressione.





A quali movimenti artistici del passato ti rifai? Quali sono i tuoi Maestri di riferimento?

Montagne nere
Se mi si concedesse un viaggio nel passato, il periodo artistico che visiterei sarebbe quello a cavallo tra Ottocento e Novecento: dall’Impressionismo all’Espressionismo. È in questi movimenti che mi perderei e ripercorrerei il cammino di Van Gogh e di Cézanne, che sono i Maestri che più mi affascinano.
Ogni vero pittore ha un suo stile personale, col quale marchia i propri lavori firmandone l’originalità.
Che nei miei dipinti la critica riesca a cogliere la mia mano e con essa la mia anima è la cosa che più conta e che più gratifica, a prescindere dall’opera in se stessa e da ogni collegamento col passato.

A cosa stai lavorando attualmente? Svelaci quali sono i tuoi progetti per il futuro.

L'agitazione
Il dipinto che sto per completare ha per titolo “L’agitazione” ed è la rappresentazione pittorica dello stato d’animo di tanti disperati in questo difficile periodo di crisi. Insieme alla pittura, sto scrivendo dei  racconti sui miei ricordi d’infanzia, con l’aggiunta di poesie,  anche dialettali, che raccoglierò in un libro dal titolo “Il paese felice”, a voler rappresentare, appunto, la bella gioventù che mai muore. La gioventù, infatti, come ogni bel ricordo, non va mai letta con nostalgia, ma vissuta con rinnovata gioia e con trasporto, proprio la stessa gioia di vivere che tutt'oggi guida i miei pennelli. Parola di artista grigio-verde!

domenica 23 ottobre 2016

Patrisha Mar: il mio Mondo di Scrittrice, tra Eccezioni e Incontri

Foto di Alessandra Carretta

Come vi sentireste se il vostro nuovo fidanzato fosse il modello più famoso al mondo? Siete sicure che tutto sarebbe proprio come in una favola, tra lusso e romanticismo? O forse sareste sempre in allarme, accecate dalla gelosia per le ammiratrici e dalla paura di non sentirvi all’altezza?
Sara ci è appena passata e, da quando sta con Daniel, uno tra i modelli più ricercati, sa bene cosa si prova a doversi confrontare con differenze che sembrano incolmabili e che hanno sconvolto la sua vita, prima decisamente monotona. Dopo le prime disavventure, infatti, tutto sembra procedere a gonfie vele, tanto da spingere Sara e Daniel a pensare di fare il grande passo insieme, ma, ancora una volta, il destino si mette di traverso. Prima la proposta di entrare a far parte del cast di un nuovo film hollywoodiano, poi il ritorno decisamente inaspettato di una persona che sembrava ormai solo un ricordo, scuotono la vita di Daniel, rimettendo tutto in discussione. Riuscirà Sara a mantenere il giusto equilibrio per entrambi o davvero l’amore non può vincere su tutto? In un crescendo di esilarante comicità e grandi sentimenti, Patrisha Mar torna a stupirci con “Ti ho incontrato quasi per caso”, Newton Compton, il nuovo romanzo che continua a raccontarci le peripezie sentimentali di Sara e Daniel, la ragazza acqua e sapone e il modello più reclamato del momento, già protagonisti del bestseller “La mia eccezione sei tu”. In attesa del terzo volume di quella che si avvia a essere una delle trilogie più amate degli ultimi anni per tutti gli appassionati di commedia romantica made in Italy, Patrisha Mar indaga a fondo sul significato dei sentimenti che possono legare due persone talmente diverse tra loro, da non poter fare a meno l’una dell’altra. Lo stile scorrevole e frizzante, che si modula a seconda del punto di vista dal quale vengono narrati i fatti, e un’impeccabile struttura sorretta da spassosi personaggi secondari, rendono questa lettura davvero imperdibile per tutti gli inguaribili sognatori, convinti che improbabile non significa impossibile

Dopo il grande successo di “La mia eccezione sei tu”, Newton Compton Editore, Daniel e Sara tornano a fare i conti con le stesse diversità che li hanno fatti innamorare, in un seguito che non deluderà le aspettative dei lettori, tra equivoci, risate e romanticismo: “Ti ho incontrato quasi per caso”. Raccontaci la genesi di questi romanzi: cosa ti ha ispirato durante la stesura? Cosa vuoi comunicare?

Prima di tutto grazie ad Alessandra per avermi ospitata nel suo blog e per l'opportunità che mi ha dato di parlare un po' del mio mondo. Quando ho pensato per la prima volta al plot di “La mia eccezione sei tu”, venivo da un periodo pieno di impegni, avevo una gran voglia di scrivere commedia, di divertirmi e distrarre la mente. Ed ecco che, complice un servizio fotografico particolarmente hot di David Gandy che mi ha mostrato un'amica, ho avuto l'idea di base per il romanzo. Se fossi la ragazza di un modello famoso, che non disdegna servizi fotografici senza veli, come reagirei, come mi sentirei, come vivrei il nostro rapporto? Da lì è nata l'idea che la protagonista fosse una ragazza come tante, come noi, con una vita normale. Volevo enfatizzare questo aspetto importante delle differenze, in particolare di come si possano vivere le differenze, appunto, appartenendo a due "mondi" tanto diversi. Inoltre volevo che un altro fulcro centrale fosse la gelosia di lei, il suo modo di imparare a controllarla e a controllarsi, a mettere da parte le sue paure e i suoi dubbi per trovare un nuovo equilibrio. Per questo, per creare una maggiore empatia con la protagonista da parte del lettore, ho proposto solo il suo punto di vista, negando ai pensieri di Daniel, il protagonista maschile, di venire a galla. È stata una scelta sofferta per me, non far "parlare" Daniel è stato molto difficile perché la sua mente è più complessa di quanto possa sembrare. Non è l'uomo perfetto che Sara crede e noi con lei, vivendo nella sua testa tramite le pagine del libro.
Per questo la necessità di scrivere “Ti ho incontrato quasi per caso” è stata forte. Volevo che Daniel acquisisse agli occhi dei lettori quella tridimensionalità che in parte gli avevo negato nel primo romanzo, pur cercando sempre di arricchirlo e "spiegarlo" con i dialoghi e le situazioni vissute con Sara.
Poiché io credo nel lieto fine, nella vittoria del vero amore, e i miei romanzi ne sono la prova, volevo dimostrare che dopo un happy ending come quello di “La mia eccezione sei tu”, ci potesse essere altro, che i problemi non svaniscono all'improvviso per magia, ma che la felicità va conquistata giorno per giorno, a costo di sacrificare qualcosa di sé per andare incontro all'altro e questo proprio come nella realtà. Ho cercato di rendere reale una storia improbabile ma possibile, contestualizzandola anche grazie alla presenza di famiglie e amici che sono il sostegno dei protagonisti.
Si può dire che sia il primo sia il secondo romanzo siano commedie brillanti, ma dietro c'è qualcosa di più, anche se ho cercato di rendere i messaggi nascosti qua e là "leggeri".
Nelle mie intenzioni, fin dal tempo del self publishing, c’era di scrivere una trilogia delle eccezioni, con “La mia eccezione sei tu” appunto, “Ti ho incontrato quasi per caso” e l'ultimo che, invece, è dedicato a Virginia e Alessandro, rispettivamente la sorella di Sara e il miglior amico di Daniel.



Che autrice sei: segui l’ispirazione in qualunque momento della giornata o hai un metodo collaudato al quale non vuoi rinunciare? Quando e da dove nasce la tua esigenza di scrivere?

La mia esigenza di scrivere è lì, sempre presente. Nasce dalla mia fantasia, dalla mia voglia di immaginare vite e persone, situazioni lontane o magari più vicine, di immedesimarmi in altri caratteri e cercare di capirli. È una sorta di viaggio nella vita, e non riesco a farne a meno. Mettere tutto su "carta" lo rende più reale, lo rende possibile.
Se potessi scrivere nel momento stesso in cui l'ispirazione è all'apice, sarebbe perfetto, un vero sogno. In realtà devo piegarmi alle necessità della vita famigliare, quindi scrivo quando la mia bimba è alla scuola materna e quando fa il riposino pomeridiano. Non sempre, quindi, l'ispirazione è al top, se proprio vedo che non è giornata, mi vado a leggere un buon libro. Scrivo di getto direttamente al computer, ma quando ho delle idee e non posso scrivere al pc, segno tutto nella mia agenda, per riutilizzarle in un secondo momento. Lavoro molto sui personaggi, che diventano un vero punto di partenza, e su cui poi modello la traccia di trama che ho in mente, cambiandola in corsa, quando necessario, per adattarla all'esigenza dei personaggi stessi.

Come definiresti Daniel e Sara, i protagonisti della tua storia, così apparentemente diversi eppure tanto legati da un destino che li vuole uniti? Come delinei, in generale, i personaggi dei tuoi romanzi?

Che bella domanda! Daniel è un uomo passionale e appassionato, in tutto quello che fa. Un uomo che ha bisogno di dimostrare quanto vale, che ha sofferto in passato, ma ha saputo farne un punto di forza per costruirsi un futuro migliore. Un uomo che vuole credere nell'amore e che, alla fine, viene premiato. Sara è la ragazza della porta accanto, è noi. Piccoli sogni nel cassetto, grandi aspettative per l'amore, una donna che ha bisogno di controllare tutto per non permettere alle sue insicurezze di farla da padrona.
Per quanto riguarda i personaggi in generale, in realtà, non so neppure dire come funziona: si affacciano nella mia mente così, all'improvviso, mi suggeriscono il carattere, il background, i desideri e le paure. E io li assecondo, lasciando l'istinto libero di seguirli, aggiustando la storia che avevo in mente per permettere ai personaggi di essere se stessi e coerenti fino in fondo. Mi accorgo così, che involontariamente, i miei personaggi sono molto diversi l'uno dall'altro, proprio come le persone sono diverse nella vita reale. È un processo creativo davvero stimolante.

Per saper scrivere bene occorre, certamente, leggere tanto: che generi e quali autori prediligi? Che libri ci sono sul tuo comodino?

La lettura è la vera palestra di un autore, dove si esercita la mente e si affina la lingua, dove la fantasia è libera di volare.
Ho sempre letto fin da ragazzina, cominciando dai classici come Piccole Donne e Anna dai capelli rossi, che resteranno sempre cari al mio cuore. Crescendo sono diventata una grande fan dell'Ottocento inglese e dei suoi incredibili autori, di cui ho letto tutto il possibile: Jane Austen, Charlotte Brontë, Charles Dickens, Anne Brontë, Elisabeth Gaskell, Oscar Wilde per citarne solo alcuni. Sono state le mie letture di formazione.
A questi autori se ne sono aggiunti di contemporanei che adoro, tra cui, per fare degli esempi, Mary Balogh e Lisa Kleypas, un must per me nel romance storico, per il fantasy Cassandra Clare e Maggie Stiefvater, per le commedie brillanti Susan Elisabeth Philips per citarne una, ma ce ne sono tante altre, moltissime italiane.
Sul mio comodino si troverà sempre un romance storico, un classico inglese, un fantasy e contemporary romance, che sono anche i miei generi preferiti.



A cosa stai lavorando attualmente? Svelaci quali sono i tuoi progetti per il futuro.


In futuro uscirà una nuova commedia brillante con Newton Compton, per cui ho già firmato. Ho finito di scrivere il romanzo in cui i protagonisti sono Virginia e Alessandro, già incontrati nei primi due libri, e sono, quindi, in attesa di novità. Al momento sto scrivendo un nuovo romance, più intimistico e sentimentale, che spero verrà come voglio io. La storia mi ha totalmente avvinta!