martedì 30 giugno 2015

Fiorella Benvenuti: Sergio, torna a casa dai tuoi figli!


La dura crisi economica che ci ha colpito negli ultimi anni ha messo alla prova la resistenza delle nostre famiglie alla sofferenza che comporta l’instabilità lavorativa. In ogni famiglia possono nascere problemi che, se non osservati dalla giusta prospettiva, sembrano insormontabili e minano le nostre piccole certezze.
Da quando Sergio Russo è stato costretto a chiudere la sua piccola ditta di autotrasporti a Prato, la città in cui vive con la moglie, Fiorella Benvenuti, e i due figli, nulla sembra più essere come un tempo. Superati i cinquanta è difficile per Sergio reinventarsi e sopportare l’idea di lavorare come subordinato, dopo tanti anni di indipendenza e autonomia e il clima familiare ne risente. Le apprensioni di tutti i giorni generano incomprensioni e a volte è difficile restare lucidi.
Sergio è inquieto e probabilmente preoccupato. Esce di casa verso l’ora di pranzo dell’11 aprile scorso, come fa spesso quando vuole schiarirsi le idee, senza dire niente a nessuno. Ma quando, la mattina dopo, ancora non ha fatto ritorno a casa, è evidente che qualcosa non quadra. Si è allontanato con l’aiuto di qualcuno, stanco del momento di difficoltà che sta vivendo? O gli è successo qualcosa per cui non riesce a tornare a casa? Si è cacciato in un brutto giro? O se n’è andato volontariamente in cerca di qualcosa che gli sembra di aver perduto nella sua quotidianità?
Questa non è solo la storia di un uomo del quale si sono perse le tracce, ma di una famiglia sospesa tra la morsa dell’incertezza e la necessità di andare avanti. Le domande che affollano la mente di Fiorella e dei suoi figli sono tante e, per ora, restano senza risposta.

Chi è Sergio? Raccontaci la sua storia.

Sergio è una persona piena d’inventiva, con tante idee sempre nuove, capace di fare amicizia con tutti e con un carattere apparentemente semplice e solare, ma in realtà molto complesso. Negli ultimi cinque anni la situazione in casa non è stata semplice: Sergio aveva una ditta di autotrasporti che è stato costretto a chiudere a causa della crisi economica e ciò lo riempiva di preoccupazioni. Una volta chiusa l’azienda, Sergio faticava a trovare lavoro e, le volte che riusciva a ottenere un posto, stentava a mantenerlo, perché non poteva stare alle dipendenze di qualcun altro, dopo tanti anni di lavoro autonomo. Questa condizione di incertezza era molto pesante per me e per i miei figli. Litigavamo spesso e Sergio commetteva tante piccole leggerezze che ci portavano a discutere.
Sergio è sempre stato un uomo forte, ma nello stesso tempo facilmente condizionabile: ha continuo bisogno di conferme da chi gli sta accanto e questo lo ha danneggiato negli anni. In particolar modo era attaccatissimo ai suoi genitori, coi quali condivideva ogni decisione.

Quando lo hai visto l’ultima volta? Come si sono svolte le prime ricerche?

L’ultima volta che ho visto Sergio è stato l’11 aprile scorso, assieme al mio figlio più piccolo. Erano all’incirca le 13:30 e lui è uscito di casa in seguito a un bisticcio di poco conto. Era fatto così: quando c’era qualche piccola discussione doveva uscire a schiarirsi le idee e, anche quella volta, si è comportato come sempre, senza dare nessun segnale allarmante o manifestare la volontà di allontanarsi così a lungo. Non ci aspettavamo assolutamente di trovarci in una situazione del genere.
A volte stava fuori anche delle ore, quindi non ci siamo allarmati subito. Quel sabato ho iniziato a chiamarlo verso le cinque del pomeriggio e il telefonino era già staccato. Gli ho mandato tanti messaggi e ho provato a telefonargli decine di volte, pensando che fosse con gli amici fino a notte tarda. La mattina successiva non era ancora tornato e allora ho iniziato a pensare che qualcosa non andasse. Quando, verso l’ora di pranzo, hanno chiamato i genitori di Sergio che lo aspettavano per mangiare e non avevano sue notizie, ci siamo preoccupati sul serio, convinti che fosse successo qualcosa, così siamo corsi a fare la denuncia. Le forze dell’ordine ci hanno comunicato che si sarebbero attivati immediatamente, coinvolgendo anche la Protezione Civile, ma noi non abbiamo mai assistito a vere e proprie battute di ricerca, né in città, né nei dintorni. Noi della famiglia, invece, assieme ad alcuni amici di Sergio, abbiamo fatto tanti volantini e li abbiamo appesi in giro per tutta Prato, nella speranza che qualcuno ci desse notizie. Solo su mia insistenza gli inquirenti sono venuti a prendere il computer di Sergio e a dare un’occhiata ai suoi effetti personali, alla ricerca di qualcosa che a noi potesse essere sfuggito, ma senza nessun risultato, al momento. Forse la scomparsa di Sergio è stata presa un po’ sottogamba all’inizio e adesso i giorni passano e diventa sempre più difficile ricostruire l’accaduto.

Tu che idea ti sei fatta? Secondo te cosa è accaduto a Sergio?

Non lo so davvero! Abbiamo fatto tante ipotesi. Abbiamo pensato subito che potesse essergli successo qualcosa. Poi ci siamo domandati se invece possa essere andato all’estero, ma siamo dubbiosi: Sergio non aveva contatti con nessuno fuori dall’Italia, anche gli amici più stretti ce lo confermano. Col passare dei giorni, chiedendo in giro, abbiamo saputo che, quando usciva la sera, non andava a divertirsi con gli amici, come diceva a noi, ma aveva iniziato a frequentare delle persone poco raccomandabili, inserite in brutti giri. Puoi immaginare la preoccupazione! Nessuno sapeva quello che faceva realmente Sergio, né noi familiari, né gli amici o i conoscenti e questo sta complicando molto le cose.
Ultimamente i nostri rapporti erano difficili, la vita ci stava mettendo alla prova, ma posso dire con assoluta certezza che Sergio non avrebbe mai abbandonato i suoi figli volontariamente per tutto questo tempo, né i suoi genitori. Da qui deriva la mia preoccupazione che gli sia accaduto qualcosa di serio o che magari abbia conosciuto delle persone che possano averlo coinvolto in un brutto giro dal quale fatica a uscire. Questa è la mia paura più grande.

Qual è stato il momento più difficile in queste settimane? Chi vi sta più accanto concretamente e quotidianamente?

A parte i miei figli e i miei genitori, devo ringraziare l’Associazione Penelope e l’Associazione Scomparsi Italiani che mi seguono con tanta premura e impegno. Nessun altro, neanche della famiglia di Sergio, mi sta accanto concretamente, forse perché non hanno accettato alcuni aspetti della vita di Sergio che sono emersi in questi mesi. Sono sola, ma il mio unico scopo nel tenere alta l’attenzione su Sergio è solo che torni a casa o dia sue notizie ai suoi figli.
Ogni momento è sempre più difficile. Ogni giorno c’è qualcosa di nuovo da affrontare. I miei figli sono sempre più preoccupati. Non accettano che il babbo possa averli abbandonati e, nello stesso tempo, temono che gli sia accaduto qualcosa.

Cosa diresti a Sergio se sapessi che sta leggendo le tue parole? Rivolgiti direttamente a lui.

Gli direi di tornare tranquillamente a casa o, se non se la sente, almeno di parlare coi ragazzi e di dar loro una spiegazione che li rassereni.
Ci basta sapere che sei vivo, Sergio! Vorrei solo che tranquillizzassi i tuoi figli, perché, in questo modo, loro sono rimasti sospesi, come tutti noi ed è giusto che, invece, possano crescere e andare avanti con la loro vita e le loro piccole cose di tutti i giorni. Sono preoccupati, sono arrabbiati, sentono la tua mancanza!

Sergio dovrebbe farsi avanti per proteggere i suoi figli o, almeno chi è con lui, dovrebbe mettersi una mano sulla coscienza e fare qualcosa per farci sapere che Sergio sta bene. Chiediamo solo questo. Tante persone che, all’inizio ci stavano vicine, ora ci stanno allontanando e non sappiamo neanche il perché. Non abbandonateci!

domenica 28 giugno 2015

Ursula Franco: il ruolo del Consulente della Difesa nel Processo Penale

Da quando la Legge n. 397/2000 ha introdotto il titolo VI bis nel nostro Codice di Procedura Penale, il difensore dell’imputato può svolgere le cosiddette indagini difensive, con l’obiettivo di raccogliere tutti gli elementi a favore del proprio assistito, ex art. 391 bis e seguenti c.p.p. Lo scopo della riforma è di dare alla difesa gli strumenti processuali idonei a esercitare le proprie funzioni in regime di parità con l’accusa, in ossequio ai principi costituzionali. L’avvocato difensore può, a questo proposito, avvalersi del supporto di investigatori privati autorizzati e consulenti tecnici, tra cui spicca, senza dubbio, la figura del criminologo, in grado di guardare l’insieme degli incartamenti raccolti con la capacità di cogliere gli elementi idonei alla difesa, grazie alla sua professionalità e competenza e all’abilità nell’interpretazione delle perizie.
Ma cosa fa realmente un criminologo quando veste i panni di consulente per la difesa dell’imputato? Ce lo spiega nel dettaglio Ursula Franco, medico chirurgo e criminologa di grande esperienza, oggi consulente per la difesa di Michele Buoninconti, rinviato a giudizio per l’omicidio della moglie, Elena Ceste.
Certamente la verità è una sola. Ciò che ci auguriamo tutti è riuscire a fare in modo che la nostra verità processuale coincida il più possibile con la verità dei fatti. Questa è la vera frontiera della giustizia: un orizzonte dal quale, forse, siamo distanti, ma al quale dobbiamo sforzarci di guardare con fiducia.



Dopo la Laurea in Medicina ti sei dedicata alla Criminologia compiendo studi in Italia e all’estero. Che differenze hai notato tra la figura del Criminologo nel nostro Paese e Oltreoceano?

In realtà ho vissuto a Buffalo, New York, appena laureata e non mi occupavo ancora di criminologia, ma di ricerca nel campo della otorinolaringoiatria e della chirurgia maxillo facciale infantile. Di quell’esperienza mi è rimasta la conoscenza della lingua inglese, che mi permette di studiare i testi americani e di aggiornarmi anche oggi che mi occupo di altro. Internet è una fonte importante di aggiornamento ed aiuta anche a costruirsi una propria casistica. Ci sono molti programmi americani di crimine che svolgono un’importante funzione didattica. Gli americani istruiscono i loro detectives in modo molto accurato, focalizzandosi sullo studio del linguaggio verbale e non verbale di un sospettato. Sull’analisi del linguaggio costruiscono, infatti, strategie d'indagine difficilmente fallaci. Anche l’analisi delle telefonate di soccorso è di estrema importanza per decidere una case strategy, da noi, invece, è praticamente ignorata. Ciò che però mi stupisce di più in Italia è la difficoltà che hanno gli addetti ai lavori nel relazionarsi con i serial killers, la loro reticenza nel definire un soggetto con tutte le caratteristiche psicopatologiche dell’assassino seriale un serial killer e la facilità invece con cui attribuisco alcuni reati a fantomatici serial killers.

Che ruolo svolge il consulente all’interno di un processo penale? Cosa significa compiere indagini per la difesa dell’imputato e quali mezzi si hanno a disposizione?

Un criminologo ha una cultura specifica che è d’aiuto ad un avvocato. Io ho la fortuna di essere un medico, ciò mi permette di essere in grado di leggere in modo critico sia le perizie medico legali, che quelle psichiatriche; spesso un legale non è in grado di collegare tra loro le risultanze medico legali per ricostruire la dinamica di un omicidio. La ricostruzione di un omicidio è completa quando tutti i singoli elementi presenti nel referto autoptico si spiegano con la dinamica ipotizzata. Quando si compone un puzzle, un pezzo non può rimanere escluso ed altri pezzi non possono essere forzatamente costretti in posizioni che non sono le loro. Il cadavere parla e a noi deve interessare tutto ciò che ci dice, non possiamo tralasciare nulla, solo così ricostruiremo il modus operandi dell'autore del reato e, attraverso questo, sarà più facile individuare il colpevole. Il modus operandi infatti ci fornisce informazioni sulla personalità dell'autore di un reato e, naturalmente, più particolare sarà il modus operandi, più facile sarà arrivare a lui. Il ruolo di un criminologo varia da caso a caso e a seconda delle sue competenze. Le indagini difensive tendono a produrre perizie specifiche come quelle che produce l’accusa, ma spesso non sono necessarie: le perizie dell’accusa, infatti, se analizzate nel modo giusto possono condurre spesso a conclusioni opposte, è un problema di interpretazione. È come quando ci troviamo ad analizzare un Cold Case credendo che il caso non sia stato chiuso per carenze investigative: spesso invece è stato raccolto tutto l’occorrente per giungere alla verità, sono le analisi precedenti che sono state superficiali.

L’ultimo caso di cui ti stai occupando, come consulente per la difesa, riguarda la morte di Elena Ceste, della quale è stato accusato il marito, Michele Buoninconti. La prima udienza è fissata per il primo luglio: a che conclusioni sei giunta col tuo lavoro? Come hai proceduto nella tua consulenza?

Un criminologo una volta raccolti tutti i dati possibili su un caso li valuta nella loro totalità e, infine, li integra in una spiegazione plausibile: lo stesso ho fatto nel caso della morte di Elena Ceste. Ho iniziato ad occuparmene già all’indomani del ritrovamento del corpo, nell’ottobre 2014, poi, quando hanno arrestato Buoninconti, certa della sua innocenza, ho contattato i suoi legali e ho ricevuto l’incarico di consulente. Il vero punto cruciale di questo caso è che nulla indica che ci sia stato un omicidio, Elena è morta per una tragica fatalità, le indagini hanno condotto ad un clamoroso errore giudiziario dando, tra l’altro, un innocente, cui è morta la moglie, in pasto ad un circo mediatico senza scrupoli. La procura, convinta che la morte della Ceste fosse, invece, ascrivibile ad un omicidio e pur di ritagliarsi ad hoc i risultati di un’autopsia negativa per morte violenta, ha sostenuto una causale connessa ad asfissia, ipotizzata dai consulenti solo in via residuale. Il fatto che il cadavere della Ceste si sia naturalmente decomposto e siano, in tal modo, scomparse le parti molli e cartilaginee del collo è naturale, è una forzatura imperdonabile collegare l’assenza dell’osso ioide e del resto delle strutture molli del collo ad un evento asfittico. Questo cammino percorso dagli inquirenti è ingannevole e li ha portati sulla falsa strada, innamorarsi di un’ipotesi è l’errore più grave che si possa fare in criminologia. Dopo aver ipotizzato un omicidio, gli inquirenti hanno cercato di costruirvi intorno degli indizi, ma, poiché hanno commesso un errore, non sono riusciti a raccogliere veri indizi e non è un caso che nulla avvalori la loro ipotesi e che gli pseudo indizi costruiti dall’accusa siano tutti confutabili: la verità infatti è una sola e dopo che un fatto è accaduto, dura in eterno. La Ceste era psicotica, quella mattina si allontanò volontariamente in preda ad un delirio persecutorio, si nascose ai suoi ‘fantomatici’ persecutori, si addormentò per la fatica, che le aveva indotto il delirio che durava dal pomeriggio del giorno precedente, e per il freddo, e morì per assideramento. Questo dato ce lo confermano, non solo l’appurato disturbo psichico di Elena, ma anche l’assenza di segni di una colluttazione, sia in casa, che sul corpo dei due coniugi, l’assenza di segni di trasporto del cadavere sull’auto di Buoninconti, l’assenza di un referto per una causa di morte violenta e l’assenza di un movente. Inoltre, studiando le carte, ho scoperto che l’interpretazione della perizia sulle celle telefoniche fatta dall’accusa è completamente fallace e, in più, una testimone colloca Michele vicino a casa sua nel momento in cui l’accusa lo posiziona vicino al corso d’acqua dove è stato ritrovato il cadavere di Elena. È difficile, in queste condizioni, sostenere l’ipotesi omicidiaria. Il disconoscere la psichiatria da parte degli inquirenti ha condotto ad un clamoroso errore giudiziario. Uno dei rischi maggiori che si corre durante un’indagine è cadere nel tranello della ‘tunnel vision’, generalmente vengono scartate delle ipotesi e, nonostante nulla conforti la propria, si continua ad indagare in quel senso. Nel nostro caso l’errore viene dal convincimento degli inquirenti che qualcosa non andasse nel racconto di Buoninconti e che la Ceste non potesse essersi allontanata nuda. La criminologia è una scienza esatta, innamorarsi di un’ipotesi ed adeguargli i fatti non porta lontano, non si possono distorcere i fatti per trasformarli in indizi nel tentativo di supportare un’ipotesi. Un’ipotesi veritiera si costruisce sulla base degli indizi e non il contrario. Un'ipotesi va scartata se, non solo un fenomeno, ma più d’uno non si accordano con essa, quando, invece, ad un’ipotesi si confanno perfettamente le risultanze investigative, evidentemente, si è di fronte alla verità. Una ricostruzione è completa e probabile quando tutti i singoli elementi d’indagine si spiegano con la dinamica ipotizzata.

L’interesse dell’opinione pubblica verso la cronaca nera è altissimo, anche a causa del clamore mediatico che si sviluppa attorno ad alcuni casi. Come si vive, da addetti ai lavori, l’ingerenza dei mezzi di informazione nelle indagini? Comporta solo delle complicazioni o è da stimolo per la ricerca della verità?

Per fortuna non ho la televisione, ormai da molti anni. Personalmente trovo orribile che si disquisisca della responsabilità o meno di qualcuno in un caso di omicidio, o presunto tale, senza avere una preparazione specifica e, nel caso la si abbia, senza conoscere gli atti. Diciamo che, a prescindere dal circo mediatico in sé, la vera complicazione viene dai testimoni che si lasciano manipolare dal mezzo televisivo e poi riportano ai magistrati, non ciò a cui hanno in realtà assistito, ma quello che gli ha fatto credere un certo programma televisivo. La testimonianza è un processo delicato, è il risultato di un percorso dinamico fatto da tre fasi successive: acquisizione, ritenzione e recupero, fattori personali ed elementi esteriori agiscono su ciascuna delle tre fasi del processo testimoniale distorcendolo. Tali distorsioni sommandosi tendono ad allontanare il contenuto testimoniale dalla realtà dei fatti. Nessun testimone è capace di rievocare i fatti sotto forma di riproduzioni fotografiche. Un testimone, suo malgrado, rievoca solo verità soggettive che sostituiscono quelle oggettive in toto od in parte, il ricordo non è altro che una personale interpretazione dei fatti osservati. La personalità psichica del testimone, la suggestione, i condizionamenti dei media ed il modo in cui un esaminatore si rivolge ad un teste, sono tutte fonti di distorsione. Per questo un testimone suggestionato diviene un problema se il nostro obiettivo è scoprire la verità.

Tra le tue attività gestisci anche un Blog molto interessante, dove parli dei tuoi studi e dei casi di cui ti occupi. Quali sono i tuoi progetti per il futuro?


Grazie per i complimenti al Blog. Per quanto riguarda i miei progetti, sto scrivendo un libro sul caso Ceste. L’idea è di scrivere, prendendo spunto da questo caso, una specie di mini manuale di criminologia.

Ursula Franco Blog

venerdì 26 giugno 2015

Susy Esposito: mio figlio, Antonio Barbatelli, poteva essere salvato!


Oggi voglio raccontarvi una storia che, ancora una volta, potrebbe diventare la storia di chiunque, anche se preferiremmo non pensarlo.
È il 24 agosto 2011, una calda sera d’estate come tante, in una Napoli che si sta, pian piano, rimettendo in moto, dopo le ferie di Ferragosto. Quando Susy, passata l’ora di cena, non vede rientrare a casa suo figlio Antonio, si preoccupa subito. Perché non tutti i ragazzi di vent’anni sono soliti non accorgersi del tempo che passa, pensando solo a girovagare con gli amici. Non tutti fanno cose che non si dovrebbe, tenendole nascoste alle proprie famiglie o smaniano per allontanarsi da casa senza un motivo. E Antonio è uno di questi ragazzi. Timido, responsabile, preciso. Susy sa che è andato a correre nel Bosco di Capodimonte, a qualche chilometro da casa, perché Antonio è un amante dello sport e della natura e, anche d’estate, si tiene in forma. Prima di uscire, era così tranquillo, da lasciare perfino il telefonino a casa, per poter correre più liberamente.
Quando il ritardo di Antonio aumenta, Susy non ci pensa due volte e chiede aiuto alle forze dell’ordine. Vuole fare una denuncia di scomparsa, vuole che qualcuno l’assista nelle ricerche di Antonio, poiché, se ancora non è tornato a casa, gli è successo qualcosa. Perché non tutti i ragazzi di vent’anni devono, per forza, allontanarsi volontariamente, desiderosi di far baldoria da qualche parte, senza dirlo a nessuno. Forse Susy non lo sa, ma il suo istinto di mamma le sta facendo mettere in pratica un principio molto intuitivo: di fronte a un fenomeno apparentemente inspiegabile, l’ipotesi migliore è quella più semplice, la più immediata. Questo è il cosiddetto Rasoio di Occam, che tutti i buoni investigatori conoscono bene. Se Antonio non è tornato, data la sua indole serena e la sua vita apparentemente tranquilla, gli è successo qualcosa che gli impedisce di fare ritorno a casa.  
Ma, ahimè, le ore passano, per fare la denuncia è troppo tardi, bisogna aspettare la mattina successiva e che trascorrano ventiquattro ore. Inoltre il Bosco di Capodimonte è chiuso, sarà difficile far aprire i cancelli per iniziare le ricerche quella notte stessa. Tutti affermano e si augurano che Antonio sia in giro. Non può essergli accaduto nulla.
Quando alla fine, nella notte, Susy e la sua famiglia riescono ad entrare nel Bosco, scortati dalle forze dell’ordine, le ricerche sono superficiali perché il buio non aiuta e non riescono a trovare nulla. La notte passa senza nessuna notizia. Il corpo senza vita di Antonio viene ritrovato il giorno dopo, in fondo a un dirupo in uno dei sentieri meno battuti del Bosco di Capodimonte. Ha ancora gli occhi incrostati di lacrime. Dall’autopsia risulta essere spirato molte ore dopo la caduta, a causa del trauma. Un incidente? Una rapina finita male? Sarà banale dirlo, ma forse poco importa. Susy Esposito, la mamma di Antonio Barbitelli, non riesce a smettere di domandarsi se Antonio potesse essere salvato, se si fosse intervenuti più celermente, in modo più efficace.
È una storia difficile, lo so. Di quelle che non puoi limitarti a leggere sui quotidiani per qualche giorno e poi su una rivista consumata, dal parrucchiere. È una storia di quelle che, stupidamente, non racconteremmo ai nostri ragazzi, per paura di turbarli inutilmente, non pensando che saranno loro gli uomini del domani. Perché la cosiddetta disgrazia può accadere davvero a chiunque. E in uno Stato di Diritto come il nostro deve esserci una Cultura dell’Emergenza. Dobbiamo essere, pronti, abituati, educati e non increduli, impigriti, impreparati.
Molto spesso, di fronte a un caso di scomparsa, pensare ad un allontanamento volontario non è l’ipotesi più semplice, come diceva Occam tanti e tanti secoli fa. È solo l’ipotesi più facile. E, si sa, percorrere piste facili ogni tanto porta in vicoli ciechi, dai quali non si può più uscire, come nel caso di Antonio. Abbiamo un apparato di Forze dell’Ordine e di Protezione Civile le cui potenzialità sono immense e tanti giovani, che credono fermamente in questi Enti, dedicherebbero loro la vita. Abbiamo un Sistema Giudiziario Garantista e una Costituzione i cui Principi sono più studiati all’estero, che in Italia, per la loro estrema importanza e modernità: dobbiamo solo metterli in atto più efficacemente. Dopo la promulgazione della Legge 14/11/2012 n. 203, “Disposizioni per la ricerca delle persone scomparse”, qualcosa è cambiato: chiunque può denunciare l’allontanamento di una persona, quando ritiene che dalla scomparsa possa derivare un pericolo per l’incolumità della persona stessa e l’avvio delle ricerche deve essere immediato, tanto per i minorenni, che, se ritrovati, sono ricondotti dai genitori, quanto per i maggiorenni. Ma, nonostante questo importante traguardo, il cammino da percorrere verso la cultura dell’emergenza è ancora lungo. Dobbiamo fare in modo, tutti insieme, che la storia di Antonio smetta il prima possibile di diventare la storia di chiunque.

Ciao Susy. Ti ringrazio di aver trovato la forza di condividere con tutti noi il tuo dolore. Chi era Antonio e chi è oggi? Raccontaci la sua storia.

Mio figlio aveva appena compiuto vent’anni. Ricordo che facemmo una piccola festicciola in casa e gli preparai una torta. Era un ragazzo molto responsabile e maturo per la sua età. Essendo l’unico figlio maschio, si sentiva responsabile per me e per le sue sorelle ed era sempre molto premuroso con noi. Durante quel mese di agosto del 2011 avevamo passato molte giornate insieme: Antonio era molto legato alla famiglia e amava trascorrere anche il suo tempo libero con noi. Era un giovane sensibile e ancora ingenuo per certi aspetti, riservato, ma anche socievole quando superava il muro della timidezza. Adorava i videogiochi ed era uno sportivo. Ci teneva a mantenersi in forma e a seguire una dieta adeguata. Amava la natura e faceva spesso jogging, anche nel Bosco di Capodimonte, e lunghe passeggiate. Era generoso e giocherellone e quando c’era da aiutare un amico non si tirava mai indietro.
Quel 24 agosto faceva davvero molto caldo, così Antonio decise di uscire nel tardo pomeriggio per andare a correre al Bosco di Capodimonte e passare al supermercato per alcuni acquisti. Aveva con sé venti Euro circa. Quella è stata l’ultima volta che l’ho visto vivo.
Di solito non rientrava più tardi delle venti e trenta, era molto preciso e puntuale. L’unica leggerezza che commise quel giorno fu di non portare con sé il telefono cellulare. Intorno alle nove, non vedendolo rientrare, le mie figlie ed io ci preoccupammo subito, perché non era da lui fare tardi senza avvisare. Dento di me ebbi come una premonizione, mi sentii mancare, come se avessi la certezza che gli stava accadendo qualcosa. Così decisi di uscire assieme alla mia figlia maggiore e ci dividemmo per cercarlo: lei si diresse verso la zona del Bosco, dove sapevamo che si era recato, e io andai a chiamare il padre di Antonio, perché ci aiutasse.
Di Antonio non c’era traccia, così, verso le ventidue, decidemmo di andare a fare la denuncia di scomparsa, ma la risposta che ricevemmo fu che dovevano trascorrere ventiquattro ore prima di intervenire e riuscimmo a fare solo una segnalazione ai Carabinieri. Verso le ventitré eravamo disperati e stabilimmo di andare tutti insieme, personalmente, al Bosco per vedere cosa si potesse fare, ma i custodi del parco non volevano farci entrare senza la presenza delle forze dell’ordine.
Il tempo passava, ormai era quasi mezzanotte. Quando, dopo tanti tentativi, ci raggiunsero i Carabinieri, i custodi del Bosco ci permisero di entrare a perlustrare il parco, ma non riuscimmo a trovare nulla. Era molto buio e le torce che i Carabinieri avevano portato con loro si scaricarono quasi subito, così dovemmo desistere.
La mattina dopo ci avvisarono che qualcuno aveva ritrovato Antonio senza vita in un dirupo in un uno dei sentieri secondari del parco. Era precipitato. Una parte di me è morta con lui quel giorno.
La zona dove è stato ritrovato il corpo di Antonio era già stata interdetta in precedenza dai Beni Culturali, perché considerata zona a rischio, solo che non era chiusa al pubblico. C’era solo un cartello che segnalava la pericolosità di quel tratto. Le recinzioni, per impedire l’accesso in quel punto, sono state messe dopo la morte di mio figlio. Antonio conosceva bene i sentieri più battuti del Bosco, ma, forse, correndo, quel giorno ha deciso di fare un percorso diverso, senza accorgersi del cartello. Il sentiero era ricoperto da un tappeto di edera che non permetteva di vedere il vuoto del dirupo, proprio là sotto, e, magari passandoci sopra, mio figlio è caduto sotto il suo stesso peso. Ci domandiamo anche se era solo o magari qualcuno può averlo aggredito o spinto. Forse hanno provato a rapinarlo e lui ha tentato di difendersi e per questo è caduto. In effetti, quando è stato ritrovato, non aveva più né i soldi, né la collana che aveva sempre al collo. Ma queste sono solo le congetture e le supposizioni di chi non sa darsi pace: purtroppo non saprò mai come sono andate realmente le cose quel giorno.
Io sono molto arrabbiata. Non so se Antonio si sarebbe salvato, se mi avessero dato ascolto quella notte, ma almeno lo avremmo soccorso. Avremmo provato a fare tutto il possibile e non sarebbe morto solo. Lo hanno ritrovato con le mani al petto e ancora le lacrime agli occhi. Ci avrà chiamato, in cerca di aiuto? Avrà avuto paura? Il dubbio che, se lo avessimo trovato subito, si sarebbe potuto salvare mi accompagna ogni istante della mia vita. Nessuno potrà mai restituirmi mio figlio, ma speriamo che la giustizia faccia il suo corso e punisca chi doveva vigilare sulla sicurezza dei luoghi dove si è consumata la tragedia di Antonio. Noi non ci arrendiamo.
Quando arriva il periodo estivo per me è una tortura. Perdere un figlio, per una madre, è una cosa innaturale, ma perderlo nelle circostanze in cui è accaduto a me è particolarmente straziante e ogni giorno che passa è sempre peggio. Antonio era così giovane, aveva una vita da vivere e tanti sogni da realizzare. Io sono una cittadina onesta come tante e nessuno ha ascoltato il mio grido di aiuto quando ne ho avuto bisogno: questa è la cosa che mi fa soffrire maggiormente. In quel momento di emergenza e difficoltà ero sola e mi sentivo abbandonata. Non ero in grado di salvare mio figlio da sola e nessuna delle Istituzioni mi ha sostenuta come avrebbe dovuto. Bisogna continuare a lottare perché questi episodi non si ripetano.

Solo la Fede, al momento, mi sta aiutando a non arrendermi. Credo nella Vita Eterna e so che Antonio adesso si trova in un posto migliore ed è finalmente sereno e libero da sofferenze. Sopravvivo solo per le mie tre figlie, che devono vedermi forte e tutto il coraggio che mi resta lo spendo per loro, con tutto l’aiuto di Dio. 

mercoledì 24 giugno 2015

Ilaria Beltramme: tanti modi di raccontare Roma


Come coniugare la Storia con la storia? Dai tempi di Alessandro Manzoni questo è, senza dubbio, il cruccio di tutti gli scrittori che si occupano di romanzo storico, ma anche di tutti gli storici che vogliono divulgare i loro studi con un linguaggio narrativo efficace per i lettori più esigenti. Come si amalgamano le nostre piccole storie quotidiane con la grande Storia con la esse maiuscola? E come fanno gli scrittori a valorizzarle entrambe? Secondo la scrittrice romana Ilaria Beltramme, il segreto sta nel piacere di raccontare ciò che maggiormente ci coinvolge. E col suo stile inconfondibile, dal quale traspare il suo entusiasmo e la sua grande professionalità, Ilaria riesce sempre ad avvolgerci tra le pagine, tenendo viva la nostra curiosità. Che si tratti di saggi o romanzi, varia o narrativa, è il suo modo di raccontare a fare la differenza: a rendere grandi anche le leggende meno note e alla nostra portata persino i personaggi storici più indigesti. Ma forse non tutti sanno che è il suo amore per Roma, la città in cui è nata e vuole continuare a vivere, il vero protagonista di tutti i suoi libri.

Dalla saggistica, al romanzo storico: due settori solo apparentemente diversi. Che percorso formativo ti ha condotto ad approfondirli entrambi? Che scrittrice sei?

È il piacere di raccontare che mi ispira quando lavoro per la varia e pure quando sto per mettermi su un romanzo. Considero ogni storia che leggo o che mi accingo a scrivere come fosse un’avventura. E mi ispiro sempre al consiglio di Alejandro Jodorowsky di trasformare ogni racconto di famiglia in una storia epica. Ecco, se Roma è la “mia famiglia” ogni storia che la riguarda, anche la più minuscola, voglio raccontarla come fosse parte di una grande saga. Prima di tutto perché lo è e poi perché, raccontando il passato, mi sembra più semplice vivere il presente. Mi spiego più cose, metaforicamente parlando, il racconto mi fa sentire più salda alle mie radici. E spero che anche chi mi legge possa sentirsi, diciamo così, “avvantaggiato” e, di conseguenza, “radicato”.

Leggendo i tuoi saggi si percepisce il legame forte che ti unisce alla tua città: Roma. Ma, chi ci vive lo sa: la Capitale è una città complessa. Svelaci qual è, secondo te, la prima cosa da non fare a Roma, nemmeno una volta nella vita, e che proprio non possiamo immaginare…  

Lamentarsi. Roma è amore allo stato puro. E l’amore si mangia senza discutere, altrimenti non è amore. Questa città ha un mare di difetti, problematiche serissime che rischiano ogni giorno di schiacciare tutti, cittadini compresi. Ma lamentarsi e basta non serve a niente. Di certo non serve quando ci dedichiamo una giornata per “fare i turisti” nella nostra città. In quel momento si può firmare un tregua, accogliere le lentezze di Roma e semplicemente lasciarsi condurre dai nostri piedi, facendoci le domande giuste che per me sono: “Perché questo monumento è qui? Che cosa ci dice?” e non “Perché questo non funziona? Oppure “Perché c’è così tanta gente?”. Ribadisco che questo invito non è da estendersi alla nostra vita quotidiana, non voglio suggerire una sorta di “cecità” alla realtà oggettiva. Cioè, l’invito a lamentarsi di meno e agire di più è un consiglio secondo me utile sempre, ma quando si decide di fare una passeggiata, lasciamo che la mente e il cuore si muovano sul terreno inesplorato della meraviglia, piuttosto che su quello iper-abusato della frustrazione che ci attanaglia tutti i giorni.

La società segreta degli eretici e Il Papa guerriero: due romanzi storici che tengono col fiato sospeso dalla prima all’ultima pagina. Come si scrive un romanzo storico? Raccontaci questo percorso, dalla ricerca storica, alla stesura: su quali tecniche ti basi e come ti rendi conto che la strada che stai intraprendendo è quella giusta?

I miei romanzi storici sono “figli” delle mie ricerche. Nascono da lì. E sono il “contenitore” perfetto per raccogliere i dettagli di alcune storie così minuscole da non avere trovato posto, se non parzialmente, nei miei libri di varia.  La narrativa, inoltre, mi aiuta a realizzare il sogno di tornare indietro nel tempo e “vedere”, finalmente, dopo tante ore di studio, dopo tante congetture, la realtà che sto per raccontare. Il respiro lungo del romanzo mi dà questa possibilità. Di solito, quindi, anche i miei romanzi storici nascono in biblioteca. Per prima cosa approfondisco i temi generali, le condizioni storiche di partenza, il papa del periodo, la vita quotidiana nell’epoca in cui ambienterò la mia storia. Da lì, cerco di individuare un punto di vista e una vicenda che racchiuda il grande nel piccolo. Poi comincio a ragionare sugli snodi principali del romanzo, approfondisco le ricerche, costruisco i personaggi e gli do una storia personale su cui basare le loro reazioni. Ogni romanzo, ogni storia in generale, sia che venga scritta in un romanzo, o al cinema, inoltre, racconta una trasformazione. Questo cambiamento deve avvenire nei personaggi e, nel mio caso, anche nella Storia ufficiale. Nei miei romanzi l’arco di trasformazione dei protagonisti di solito coincide con quello della città, che cerco di fotografare sempre nei suoi momenti di transizione, a mio parere i più interessanti da raccontare. I più densi di emozioni. 

È ancora possibile, al giorno d’oggi, diventare scrittori di professione? Cosa significa collaborare stabilmente con una grande Casa Editrice come la Newton Compton? Che consiglio daresti agli aspiranti autori del domani?

Non so se è ancora possibile. Non so se, al giorno d’oggi, è possibile diventare qualsiasi cosa “di professione”. E allora tanto vale seguire l’aspirazione di fare (più che essere) quello che ci fa stare bene. Ma scrivere non è un hobby. È un mestiere nobilissimo che richiede molte competenze, oltre al famoso talento. E fra queste – ricordatelo sempre – c’è quella di pensare alla pubblicazione come a un lavoro di squadra, in cui le correzioni, le richieste di riscritture, non sono un’angheria nei confronti del vostro “bambino perfetto”, ma l’invito a migliorare e risolvere difetti che nel momento creativo – ve lo giuro – diventano invisibili.
Io mi ritengo fortunata a essere capitata “dalle parti” della Newton Compton nel momento in cui stavano cercando un autore giovane per iniziare la collana dei 101, ma vengo dall’ambiente editoriale, ho lavorato per anni in una redazione e, all’epoca, sapevo come comportarmi, professionalmente parlando, con un editore anche grande come la Newton. E forse, venendo dal lavoro in redazione, ho sempre pensato alla scrittura come un lavoro, più che come a un’attività artistica libera e indipendente al cento per cento. Tuttavia, pur non considerando la scrittura per un grande editore un’attività del tutto libera, rimane la cosa che mi piace fare di più al mondo. In questo senso è il lavoro perfetto. Ed è questo, infine, il consiglio che darei agli aspiranti scrittori: rapportatevi con la scrittura e la pubblicazione in modo professionale, se volete pubblicare e quindi lavorarci. Rendetevi conto che l’editore è e rimane un imprenditore e che fra voi e lui (o lei) non ci sarà un rapporto padre/madre-figlio/figlia. Ma una relazione basata su un fruttuoso (e spero) felice rapporto di lavoro, in cui entrambi guadagnerete, alla fine. L’arte lasciatela al momento splendido in cui sarete davanti al documento di Word vuoto, anche perché quando la collaborazione con una casa editrice diventa stabile, pure le vostre idee più creative, affinché siano pubblicate, dovranno incontrare il progetto editoriale (legge industriale) di chi poi vi pubblicherà investendo in grafici, editor, segretari, correttori, tipografi, distributori e in anticipi sui diritti d’autore. E di questi tempi non è uno scherzo.
L’ultimo consiglio è di natura generale, invece. Leggete. Leggete sempre. Se volete trasformare questa passione in un lavoro. Inoltre, leggere è importante anche per capire che cosa si pubblica ora in questo paese ed essere così pronti a proporre un’idea che si rapporti con questo contesto editoriale. Ora, non fra dieci anni, o un secolo fa. E poi, prima di contattare uno o più editori, studiatevi i loro cataloghi per bene, cercate di capire quali sono i libri che pubblicano, come sono divisi nelle varie collane. Così, quando proporrete il vostro manoscritto, lo farete con cognizione di causa, consapevoli del tipo di collocazione che l’editore potrebbe dare a un lavoro come il vostro.  

Raccontaci quali sono i progetti nei quali sei impegnata attualmente e quali sono i tuoi programmi per il futuro.


Al momento sto lavorando al nuovo libro per le strenne natalizie della Newton Compton. Non posso anticipare granché, solo che sarà un titolo di varia e non un romanzo storico. Il mio futuro, almeno quello prossimo fino alla fine dell’estate, sarà di lavoro intenso. Poi mi dedicherò a preparare delle conferenze sulla storia di Roma che andrò a tenere a fine Novembre e poi spero di poter andare un po’ in vacanza. Perché penso che a quel punto me lo sarò davvero meritato. Sul futuro a lungo termine, invece, non mi pronuncio. Con questo mestiere non si sa mai. 

lunedì 22 giugno 2015

Caterina Catalano: aspettando Fabrizio, mio figlio


Quando Fabrizio Catalano scompare, il 21 luglio di dieci anni fa, da Assisi, non ha ancora vent’anni. Si sta affacciando a una nuova vita, guidato dal sogno di fare della sua musica una cura per chiunque ne abbia bisogno. Una volta diplomato, Fabrizio non ha voluto fare una scelta. Non riesce a scegliere tra la passione per la musica, un talento che lo può portare in giro per il mondo, tra concerti e palcoscenici, e la predisposizione verso le persone in difficoltà, che vorrebbe trasformare in un mestiere al servizio di chi soffre. La sua scelta è la musicoterapia: sarà il suo futuro e non si sente affatto pioniere, ma solo una goccia in un mare di entusiasmo per un avvenire al quale guarda con fiducia.
Fabrizio scompare nel nulla proprio assieme alla sua chitarra e il pensiero che abbia voluto allontanarsi intenzionalmente, per portare la propria musica in giro per il mondo, ci sfiora, ma solo per poco. Quando la sua chitarra viene ritrovata molti mesi dopo la sua scomparsa, abbandonata sul sentiero dove si sono perse le sue tracce, qualcosa stride. Una dissonanza in una melodia. Se mai Fabrizio avesse voluto allontanarsi da tutto e tutti, non si sarebbe mai potuto separare dalla sua chitarra. La sua compagna, la sua confidente, quel prolungamento di sé, grazie al quale faceva risuonare le corde dell’anima.
Caterina Catalano, la mamma di Fabrizio, lo aspetta da dieci anni, non potendosi arrendere al fatto che l’unica testimone di ciò che è accaduto a suo figlio sia proprio quella chitarra. L’attesa di Caterina non è, però, affatto statica e immobile. L’amore verso Fabrizio l’ha guidata in un percorso di dolore e speranza che non ha nella resa il suo punto d’arrivo e, sebbene la meta sia sconosciuta, è il viaggio ciò che conta davvero. Dalla stesura di un libro che racconta la storia di Fabrizio, alla creazione di un’Associazione a lui dedicata: Caterina segue un cammino fatto di solidarietà e unione, dove l’unica cura è la musica del cuore.


Chi è Fabrizio? Raccontaci la sua storia.

Fabrizio è il mio primogenito: un ragazzo come tanti, ma con una forte predisposizione verso l’altro. Si è sempre impegnato nel volontariato e si prodigava per aiutare gli altri in tutti i modi. Dopo la maturità aveva intrapreso un nuovo corso di studi che rappresentava il sogno della sua vita: la musicoterapia, che coniugava le sue due grandi passioni, la musica e la voglia di aiutare il prossimo. Aveva iniziato molto presto a suonare il violino e pian piano, come dicevano i suoi compagni di orchestra, questo violino era cresciuto insieme a lui e si era trasformato in una chitarra, perché era più maneggevole e una buona compagna di viaggio. Insieme al corso di musicoterapia, aveva iniziato con entusiasmo un tirocinio presso una residenza per anziani ai quali, prima di scomparire, aveva lasciato in pegno una delle sue chitarre, con la promessa che presto avrebbero suonato di nuovo insieme.
A luglio del 2005 Fabrizio si reca ad Assisi per motivi di studio e dopo qualche giorno, il 21 luglio, di lui si perdono le tracce. Sul Sentiero Francescano della Pace che va da Assisi a Gubbio è stata ritrovata prima la sua sacca e, dopo sette mesi, la sua chitarra, ma di lui nulla: sembra quasi che sia stato inghiottito da questo sentiero. Fabrizio si trovava ad Assisi assieme a dei compagni di corso che lo hanno visto suonare in Piazza fino a un giorno prima della scomparsa. Quando scompare, Fabrizio lascia il telefono cellulare sotto carica nella sua stanza assieme agli occhiali da vista, cosa davvero strana, visto che, essendo molto miope, non si muoveva mai senza. A volte usava anche le lenti a contatto, ma se mai avesse voluto allontanarsi volontariamente per un lungo periodo, avrebbe di sicuro portato con sé i suoi occhiali. Questo, per noi, è stato il primo segnale che l’allontanamento di Fabrizio non poteva essere volontario, come invece hanno creduto le forze dell’ordine sin dal primo momento e questo forse ci ha fatto perdere del tempo prezioso.


Cosa è accaduto il giorno della scomparsa e, dopo aver dato l’allarme, come si sono svolte le prime ricerche?

Purtroppo Fabrizio scompare il 21 luglio e sappiamo come l’estate non sia un momento facile: persino in Caserma, dove abbiamo presentato la denuncia, ogni volta che ci recavamo a chiedere notizie parlavamo con una persona diversa, a causa delle ferie. La nostra prima denuncia ai Carabinieri, di fatto, è rimasta abbandonata in un cassetto per sette mesi, finché non è stata ritrovata la chitarra di Fabrizio e il fascicolo è stato tirato fuori di nuovo. La sacca di Fabrizio, invece, era stata ritrovata pochi giorni dopo la scomparsa, suscitando in noi grande angoscia, poiché dentro c’erano tutti i suoi oggetti personali, inclusi i soldi, ma neppure quel dato è servito nell’immediatezza. Il verbale di ritrovamento, infatti, non è stato redatto immediatamente, a causa di una serie di assurde perdite di tempo e le indagini vere e proprie stentavano a partire. Ricordo che, in occasione della prima battuta di ricerca, gli elicotteri non poterono alzarsi in volo a causa del maltempo. Io avevo consegnato, piena di speranza, gli indumenti che Fabrizio aveva indossato nei giorni precedenti, ma, stranamente, sono andati perduti e anche questo è stato un dolore che ancora adesso brucia. Anche i mezzi televisivi, impegnati col gossip dell’estate, hanno parlato molto poco di Fabrizio nell’immediatezza. Nei giornali la notizia si limitava a un trafiletto, con foto minuscole di ben poca utilità per le ricerche.
Quando, nel mese di agosto, tutti erano presi dalle feste di paese e dalle ferie imminenti, gli inquirenti ci hanno quasi congedato, dicendoci che, a settembre, si sarebbe aperta la caccia e sarebbe iniziata la stagione dei funghi: trovare un cadavere durante l’estate o di lì a pochi mesi non avrebbe fatto differenza. Queste sono parole che feriscono e le cui cicatrici restano per sempre, accanto al dolore, sempre vivo, per la scomparsa di un figlio. Nessuno dovrebbe mai sentirsi dire qualcosa di così inconcepibile. Purtroppo abbiamo potuto constatare che si è tutti impreparati di fronte a queste vicende: così come sono impreparati i genitori, sono impreparate le forze dell’ordine.



In questi anni chi vi è stato più accanto concretamente e quotidianamente, sostenendovi nelle ricerche?

Il coordinamento durante le ricerche è difficile: la chitarra di Fabrizio, ad esempio, è stata ritrovata il gennaio successivo alla scomparsa, in un luogo molto visibile e battuto dai cacciatori ed è stata consegnata alla Polizia, che ci ha chiamati per restituircela. Di fronte alle nostre richieste che venisse sottoposta a un’indagine scientifica, gli inquirenti hanno deciso di aprire un fascicolo e finalmente un Magistrato ha iniziato a occuparsi del caso cercando di ricostruire i fatti, nonostante i tanti buchi e i lunghi mesi passati. Molti testimoni, tra cui gli artisti di strada che avevano conosciuto Fabrizio ad Assisi, non erano stati ascoltati subito dopo la scomparsa, anche se, forse, poteva essere importante sentirli, come ci siamo resi conto successivamente.
Solo noi della famiglia siamo riusciti a ricostruire, dopo oltre due anni, una piantina di tutti gli avvistamenti, andando a chiedere informazioni di nostra iniziativa a chi poteva avere notizie. Nella zona in cui è scomparso Fabrizio ci sono molte comunità di tipo religioso e non solo, alle quali abbiamo provato a rivolgerci per sapere se avessero informazioni utili: alcune hanno provato ad aiutarci, ma altrettante ci hanno chiuso la porta in faccia, senza neppure ascoltarci.
Abbiamo fatto davvero di tutto e, nonostante i tanti errori compiuti nelle indagini, la solidarietà dei volontari che ci hanno aiutato nelle ricerche nel corso degli anni è stata tanta e da tutta Italia: da Collegno, in provincia di Torino, dove noi viviamo, fino alla Calabria, la mia regione d’origine. La prima battuta vera e propria del sentiero dove è stata ritrovata la chitarra c’è stata ventisette mesi dopo la scomparsa di Fabrizio. Abbiamo cercato di scandagliare minuziosamente ogni punto, in particolar modo i luoghi in cui Fabrizio era passato, secondo le testimonianze, ma non abbiamo trovato nulla. Le forze dell’ordine erano con noi, ma ciò che ci siamo sentiti dire è che le speranze erano esigue data la presenza di un gran numero di cinghiali che non lasciano nemmeno i lacci delle scarpe. Quelle parole sono state l’ennesimo boccone amaro da ingoiare, tra rimpianti, rimorsi e la paura che il tempo perduto ci avrebbe segnati per sempre, ma la nostra risposta fu che il non trovare nulla significava alimentare ancor di più la nostra speranza che Fabrizio fosse vivo da qualche parte e non ci siamo persi d’animo. Questa è la forza che ci rende ancora attivi nel continuare la nostra attesa senza resa, come raccontiamo nel libro dedicato a Fabrizio.


La storia di Fabrizio è raccontata in un libro dal titolo “Cercando Fabrizio – Storia di un’attesa senza resa”, scritto a quattro mani con Marilù Tomaciello. Da dove nasce l’esigenza di scrivere e di fare di questa attesa un momento costruttivo, tanto da creare anche un’Associazione dedicata a Fabrizio e a tanti altri di cui si sono perse le tracce?

L’idea del libro è nata per fare un tentativo nuovo di ritrovare Fabrizio attraverso il racconto della sua e della nostra storia. Dopo ricerche, concerti, tornei, fiaccolate, abbiamo sentito l’esigenza di mettere nero su bianco tutto ciò che avevamo vissuto e di raccontarlo agli altri, anche per smuovere le coscienze. Noi siamo convinti che tutte le storie vadano raccontate, perché solo raccontandole si può arrivare a una verità. Se nessuno si preoccupa di far conoscere le storie di queste persone di cui si sono perse le tracce, costoro scompaiono di nuovo. E noi non vogliamo che Fabrizio scompaia una seconda volta, perché di lui nessuno parla più. Inoltre noi vogliamo mettere a servizio degli altri la nostra esperienza, affinché gli errori e le mancanze che abbiamo subito noi non vengano vissuti anche da altre famiglie, giacché tutti riflettano sulla loro condotta.
Il libro, tuttavia, mette in luce anche molti sentimenti positivi: dall’amicizia di Marilù, che mi accompagna in questa attesa senza resa sin dall’inizio, al sostegno e alla solidarietà di tutti i volontari che ci sono stati accanto, rispondendo al mio urlo di mamma che non può e non vuole arrendersi. Vogliamo che la nostra testimonianza incoraggi le persone che, come noi, vivono questa angoscia, invitandole ad avere il coraggio di non fermarsi davanti a nulla. Le forze dell’ordine e i magistrati devono aiutarci perché questo è il loro compito e noi non dobbiamo intimorirci di fronte a loro, dobbiamo chiedere e pretendere aiuto e dare loro spazio e fiducia.
Noi speriamo che questo libro, passando di mano in mano, giunga a Fabrizio o a qualcuno che conosce il mistero della sua scomparsa: in quelle pagine c’è tutto il nostro amore e la nostra speranza che vanno conosciuti da tutti. Ecco perché stiamo portando questo progetto anche nelle scuole, per sensibilizzare i ragazzi e trasmettere loro tutti questi sentimenti positivi e di speranza, oltre che per far conoscere il dolore che c’è nel fenomeno degli scomparsi. L’informazione è innanzitutto prevenzione e i giovani, con la loro consapevolezza possono aiutarci in tutti gli aspetti che ci sono dietro un caso di scomparsa che non è solo la questione legata alla ricerca vera e propria, ma anche l’aspetto legale, psicologico, sociale, che possono coinvolgere chiunque.
L’Associazione “Cercando Fabrizio e…” nasce per gli stessi motivi: mettere la nostra esperienza a disposizione degli altri, cercando di sostenerli. Nelle sue poesie Fabrizio scriveva che la vita può essere un sentiero tortuoso a volte, ma è comunque un viaggio verso l’amore e io credo che è in queste parole che è racchiuso ciò che noi facciamo attraverso l’Associazione. Io spero che, prima o poi, il mio viaggio mi porti a riabbracciare Fabrizio, ma nel frattempo, grazie a lui, sto conoscendo tante storie come la nostra e sto abbracciando tante persone che, come noi, vivono nella speranza di ritrovare i loro cari.


Che ruolo svolgono, o potrebbero svolgere, l’opinione pubblica e tutti i mezzi d’informazione di fronte a un caso di scomparsa? Che cosa diresti a Fabrizio se sapessi che sta leggendo le tue parole?

Io penso che gli organi d’informazione siano fondamentali nei casi di scomparsa, ma vanno usati bene. A volte si leggono titoli che sono solo titoli e pagine che sono solo parole inutili. Tante volte abbiamo subito il trauma di allarmismi inutili, senza il minimo tatto verso il nostro già precario equilibrio familiare e tante altre volte siamo stati vittima dell’indifferenza più totale, solo perché senza novità succulente non c’è notizia e Fabrizio sembrava dimenticato. Ecco che i media possono fare tanto bene, ma anche tanto male. L’informazione, quindi, è fondamentale se usata correttamente e solo così si può arrivare a qualcosa di concreto. Tutte le storie hanno diritto di essere raccontate e di essere ascoltate, ma senza morbosità, solo pensando che occorre l’aiuto di tutti. Se nessuno ne parla è difficile avere segnalazioni e testimonianze e per noi familiari è importante parlare dei nostri cari e continuare a tenere viva la speranza, anche grazie alla solidarietà di chi ci ascolta.
Ormai sono passati dieci anni dalla scomparsa di Fabrizio e ho paura che non possa leggere queste parole, perché so che, se fosse cosciente o avesse la libertà di potersi muovere, non potrebbe stare così tanto tempo senza farsi vivo con noi, sono convinta di questo. Spero solo che qualcuno che sa cosa sia successo a Fabrizio possa sentirsi toccato leggendo queste parole e abbia voglia di farsi avanti per raccontare la verità. Io penso che se Fabrizio ancora non si è fatto sentire è perché, forse, può aver trovato asilo in uno di questi eremi dove si vive come in un’altra dimensione e dove, magari, è stato plagiato, oppure è in grosse difficoltà, forse ha perso la memoria, sta ai margini della società e la cosa mi spaventa molto. Ci sono tanti invisibili che affollano le strade delle nostre città, ne abbiamo molte segnalazioni. Fabrizio non ci avrebbe mai negato il piacere di sapere che lui sta bene: il legame che aveva con la famiglia e con gli amici, in particolar modo col fratello di poco più piccolo, era così grande, da non poter sparire volontariamente in questo modo. Quindi io mi rivolgo a tutti coloro che ci leggono: qualunque cosa, anche un minimo indizio è importante per arrivare alla verità. Chiamateci, segnalatecelo anche sul sito dedicato a Fabrizio. In questi anni non abbiamo mai lasciato nulla di intentato e continueremo a provarle tutte!

www.fabriziocatalano.it

giovedì 18 giugno 2015

Salvatore Carbone e la Cooperativa Sociale “La Nuova Arca”: quando la solidarietà è uno stile di vita


Proviamo a pensare al vero significato dell’espressione impegnarsi nel sociale. Tra le varie frasi fatte che ingombrano il nostro vocabolario, questa è, senza dubbio, una delle più stravaganti. Se l’uomo è un animale sociale, cosa dovrebbe significare realmente impegnarsi nel sociale? E perché dare velatamente l’idea che il sociale debba richiedere un particolare impegno straordinario rispetto alle nostre attività quotidiane? Forse dovremmo iniziare proprio sfatando questo falso mito: l’unico impegno che ci richiede il sociale è essere completamente noi stessi. Ogni cammino di solidarietà parte del nostro io più intimo e si protende agli altri, tracciando storie e percorsi che ci completano e ci fanno sentire parte di un progetto che è, nello stesso tempo, a nostra misura, ma anche più grande di noi. Ecco il significato più vivo e profondo dell’impegnarsi nel sociale: nient’altro che vivere più consapevolmente la nostra realtà, fatta di rapporti e relazioni con persone come noi. A questi e a molti altri ideali si ispira il cammino della Cooperativa sociale La Nuova Arca di Roma, fondata nella primavera del 2007 da Salvatore Carbone, attuale Presidente, e da un gruppo affiatato di Soci, assieme alle loro famiglie. Il desiderio di condividere percorsi di solidarietà è diventato, man mano, una realtà, concretizzandosi in progetti ambiziosi, tra i quali spiccano la realizzazione di una Casa Famiglia che accoglie madri e figli in difficoltà e l’organizzazione di un progetto di agricoltura e artigianato sociale che, oltre a dar vita a un’economia più sostenibile, dà lavoro a molte persone. Per comprendere meglio come tutto ciò può realmente diventare uno stile di vita, non ci resta che leggere l’esperienza diretta del Presidente de La Nuova Arca, Salvatore Carbone, che ha voluto condividere con noi la sua storia.

Cosa significa, al giorno d’oggi, gestire una Cooperativa sociale? Quali sono gli obiettivi de La Nuova Arca e gli ostacoli contro cui vi scontrate ogni giorno in questo percorso di solidarietà?

Una Cooperativa sociale è una realtà che mette insieme un capitale di risorse e, quindi, di persone, fortemente caratterizzato dalla missione di tipo sociale che esse si prefiggono. Questo è un elemento essenziale all’interno della Cooperativa: si tratta, infatti, di risorse che lavorano per risorse, persone che lavorano per persone, che si impegnano per un fine comune di carattere sociale. Per quanto riguarda il lavoro all’interno della Cooperativa, oltre ai Soci che percepiscono un compenso, possono esservi anche delle risorse che si impegnano senza essere retribuite. La Cooperativa sociale è, dunque, caratterizzata da un capitale di risorse e di persone, che si prodigano per fornire servizi ad altre persone in maniera retribuita o volontaria.
L’obiettivo comune che la Cooperativa si prefigge deve essere chiaro e tenacemente perseguito da chi la gestisce, poiché le risorse che la compongono, pur essendo tutte contraddistinte dalla volontà di rendersi socialmente utili, potrebbero farlo in modi assai differenti e l’abilità di chi si trova a guidare questo prezioso capitale di persone sta proprio nel saper esaltare le potenzialità di ognuno, rispettandone l’unicità e facendo in modo che tutti si sentano parte importante nel raggiungimento degli scopi che la Cooperativa si propone. È fondamentale che tutte le persone condividano l’obiettivo comune e lo sentano proprio da ogni punto di vista.
La forte motivazione che ci ha spinto a intraprendere questo percorso con la fondazione de La Nuova Arca è la convinzione che il vero cuore della nostra identità di persone sia nelle relazioni che instauriamo. Questa motivazione così forte corre però un grande rischio, che si potrebbe individuare nell’iper-coinvolgimento che il singolo potrebbe avere in questo contesto, convincendosi di poter far fronte a ogni difficoltà da solo, in totale buona fede. In sostanza si rischia di trovarsi in situazioni più grandi di noi senza la giusta organizzazione per farvi fronte. Il modo più efficace per gestire questo tipo di pericolo sta proprio nella massima condivisione di tutto ciò che accade in Cooperativa. I momenti di incontro, come riunioni e dibattiti, sono fondamentali a questo proposito: tutto va affrontato insieme e dobbiamo essere, molto umilmente, i limiti e, nello stesso tempo, le ali, gli uni degli altri. Da qui capiamo come il coinvolgimento personale e la forte motivazione di ognuno sono fondamentali per tutti solo se gestiti con equilibrio e spirito di squadra.
Bisogna sempre essere attenti a pianificare oculatamente i progetti che coinvolgeranno la Cooperativa sul lungo periodo, valutandone la sostenibilità da ogni punto di vista, anche economico. Perché tutto proceda, è necessario mantenere la consapevolezza dei propri limiti anche come organizzazione, oltre che come individui, poiché solo avendo ben chiari gli ostacoli sarà possibile superarli insieme e, molto spesso, gli ostatoli più grandi sono proprio quelli interni a noi stessi.
Da questa analisi capiamo come, anche nell’ambito di una Cooperativa sociale, sia importante riuscire a coniugare l’aspetto vocazionale con quello più concretamente professionale, affinché i progetti abbiano il successo sperato. Il vero e più importante rischio è quindi interno al sistema della Cooperativa stessa e sta nel saper mantenere l’equilibrio tra il fattore vocazionale e quello professionale, poiché l’uno non può prescindere dall’altro.
L’ambizione più grande è proprio tentare di impostare una nuova economia che tenga conto di questi fattori, più che di tutti gli altri: l’economia della gratuità. Tutti si domanderanno: potrà mai esistere questo tipo di economia? Sì, può esistere ed è una sfida che possiamo e dobbiamo raccogliere tutti.

Quali sono le vostre principali attività attuali e quali i progetti per il futuro? Come si fa ad aiutarvi concretamente?

Nel caso de La Nuova Arca alcune famiglie hanno deciso di unirsi per rispondere a dei bisogni peculiari del nostro tempo che vedono nella fragilità di fare percorsi comuni una grande povertà del periodo difficile e frenetico che stiamo vivendo. L’obiettivo è, quindi, aumentare e ottimizzare le nostre capacità relazionali, in particolare stando accanto alle figure, spesso ignorate, delle mamme e dei bambini in difficoltà attraverso la gestione di una Casa Famiglia che li ospiti. Lo scopo è sviluppare una rete tra noi Soci e questo è il primo passo perché questa catena di solidarietà possa essere di supporto e integrazione sociale, lavorativa e abitativa per le mamme e i loro bambini. Si tratta di un percorso che vede noi Soci accanto a chi si trova in difficoltà, ma che, di fatto, arricchisce tutti sotto molti aspetti.
Oltre a questa dimensione di accoglienza, abbiamo sentito l’esigenza di impegnarci anche a creare percorsi lavorativi sostenibili che valorizzino la dignità della persona come individuo all’interno di una società complessa. Abbiamo cercato, quindi, di creare anche una realtà lavorativa agendo su più fronti: innanzitutto aiutando concretamente le persone a inserirsi in contesti lavorativi esterni a noi e, inoltre, sostenendo alcuni gruppi per fare delle esperienze di lavoro cosiddette di prossimità, cioè esperienze lavorative a noi vicine e affini, nelle quali le persone possono essere particolarmente supportate. La nostra più significativa esperienza in questo ambito è proprio nell’agricoltura sociale. L’obiettivo nel settore lavorativo è, quindi, prima di tutto creare lavoro attorno alla terra, ma anche plasmare una nuova identità per noi consumatori, che ci veda più responsabili nei confronti dell’ambiente che ci circonda e più consapevoli del nostro contributo, affinché anche l’agricoltura diventi sempre più sostenibile.
Per iniziare ad aiutarci concretamente il primo passo è condividere con noi del tempo. Il tempo che gli altri ci dedicano disegna il nostro futuro. Bisogna solo volere e poter mettere a disposizione le proprie competenze che possono essere tra le più svariate: dalla capacità di spargere la voce sul web, a quella di saper stare accanto ai bambini e alle mamme, passando per l’abilità nel formare e motivare le persone che collaborano con noi.
Un altro modo di aiutarci è dare la propria disponibilità a seguire percorsi solidali in senso nuovo e più ampio nel proprio piccolo quotidiano. Basta poco per rendersi conto che, per fare questa scelta, non occorre essere superuomini, bisogna solo aver fiducia nelle proprie possibilità e voglia di condividere obiettivi comuni.
Oltre a ciò, naturalmente, c’è il fattore economico, un sostegno che è sempre utile alla Cooperativa per continuare a portare avanti progetti specifici di varia natura: dal sostegno alle mamme e ai bambini, alla nuova agricoltura che mira a creare un’economia diversa e a nuovi progetti futuri. Per poter creare relazioni più profonde tra le persone c’è bisogno di tempo, risorse e energia, quindi anche l’aspetto economico è importante.

Facciamo un bilancio di questi anni di attività: quanto è difficile sensibilizzare le coscienze degli individui di fronte a temi tanto importanti? E quanto le persone comuni riescono a sostenervi in questa sfida?

C’è un profondo bisogno di condivisione nelle persone e l’interesse che queste mostrano nei confronti della Cooperativa è grande. Molti esprimono il desiderio di affrontare tematiche che non possono essere rimandate o delegate, dando così un senso alle proprie giornate.
C’è una grande sensibilità anche nell’aspetto più pratico della faccenda, quindi nella capacità e nella volontà di riuscire concretamente a realizzare quelli che sono i nostri ideali, attraverso una progettualità comune.
Le difficoltà comunque restano. In primo luogo, trattandosi di una Cooperativa, è fondamentale che, nella realizzazione concreta di ogni progetto, ognuno riesca a trovare il proprio spazio, compatibilmente col tempo che dovrà dedicare ad altri aspetti della propria vita. È questa ricerca di una dimensione comune, nel rispetto della nostra individualità, che ci caratterizza sempre e questo è il nostro vero motore e nello stesso tempo è la difficoltà più grande su cui lavoriamo quotidianamente, alla ricerca dell’equilibrio. La perseveranza ci porta a superare ogni preoccupazione per il futuro.

Dalla Casa Famiglia La Tenda di Abramo, all’agricoltura e artigianato solidale: come si può colmare, nel quotidiano, il divario tra l’utopia della perfezione e la difficoltà di uno stile di vita più sano e più giusto? Che consiglio ti senti di dare a chi, in un periodo di crisi come questo, vorrebbe fare di più, ma, a volte, non ci riesce?

Prima di tutto bisogna trovare la propria dimensione, nel senso che bisogna fermarsi a cercare di comprendere cosa vogliamo fare e, in un secondo momento, cercare di pianificare cosa possiamo fare realmente. Il tutto, naturalmente, pensando sia a noi stessi, sia a chi ci circonda. Solo così si possono fare piccole e grandi cose. Partendo da questo presupposto è importante conoscere tutte le realtà che suscitano il nostro interesse all’interno di una dimensione comunitaria e, di conseguenza, pensare a che tipo di ruolo attivo potremmo svolgere al suo interno. In questo modo nulla è impossibile, perché nulla ci sovrasta e i nostri obiettivi sono alla nostra portata, col supporto degli altri. Analizzando sé stessi è importante comprendere anche le nostre aspettative rispetto alla realtà della Cooperativa, perché è insito nel concetto di condivisione sia il dare, sia il ricevere. Nel fare insieme ognuno deve avere il proprio spazio e questo è il vero e unico modo di essere comunità che può spezzare l’individualismo del nostro tempo.

Raccontaci un aneddoto, un episodio, una storia che in questo cammino di ricerca della giustizia sociale ti ha toccato particolarmente ed è rimasta nel tuo cuore.


Ci sono tante storie che potrei raccontare, ma ciò che veramente porto con me in ogni passo di questo percorso è l’incontro e l’abbraccio quotidiano con i bambini che ospitiamo. L’emozione è davvero indescrivibile! Una volta, ad esempio, una delle mamme che è stata con noi per un periodo, assieme ai suoi bimbi, mi ha domandato come mi sentissi all’interno di una Cooperativa sociale dopo aver lavorato per molti anni in una Multinazionale. La cosa mi ha fatto riflettere. In effetti sembrano mondi incompatibili e io mi sono reso conto che mi sento molto bene all’interno della Cooperativa. Mi sento me stesso. Sento di avere un ruolo e sento di imparare qualcosa di nuovo ogni giorno, oltre a dare il mio contributo. Ma nello stesso tempo ho una difficoltà: essere testimone di grandi dolori e ingiustizie non è facile e ancor più difficile è rassegnarsi al fatto che, per quanto possiamo cercare di renderci utili, non possiamo aggiustare tutto. Qui interviene la forza di essere parte di un gruppo col quale condivido ideali, obiettivi, sogni. Sogni che, se progettati insieme, possono diventare realtà.

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