mercoledì 30 settembre 2015

Chiara Colizzi: come si diventa doppiatori


Presta la sua voce a tanti volti tra i più amati del cinema d’oltreoceano e lo fa con una professionalità e una grazia in grado di ammaliare ogni orecchio: Chiara Colizzi è una doppiatrice italiana che ha fatto del suo talento un mestiere, con impegno e dedizione. Da “Titanic”, a “The Others”, passando per “Kill Bill” e numerose serie televisive, tra cui “Cold Case” e “Scrubs”, fino a tanti film d’animazione, la sua lunga carriera ha illuminato ancor di più un mondo squisitamente italiano come quello del doppiaggio, nel quale primeggiamo per tradizione, cultura ed esperienza, grazie ai nomi illustri che lo hanno caratterizzato per oltre mezzo secolo. Ma come si diventa doppiatori oggi? E cosa si prova a recitare servendosi solo delle sfumature della propria voce e immedesimandosi nei panni di un altro attore? Che meccanismi si creano quando ci si trova davanti al leggio, cuffie alle orecchie, a un soffio dal microfono? Probabilmente è tutta una questione di tempismo, che risiede in tanto studio e nell’abilità di sincronizzarsi con la storia che si è chiamati a raccontare al pubblico, ma sarà la stessa Chiara Colizzi a raccontarcelo, ripercorrendo le tappe di un percorso iniziato molto tempo fa e svelandoci i segreti di un mestiere dal fascino unico.


Quella del doppiaggio di tutto ciò che proviene dall’estero e viene proiettato e trasmesso sul grande e piccolo schermo è una cultura e una tradizione italiana profondamente radicata nel nostro Paese. Come si diventa doppiatori oggi? Quale percorso formativo è richiesto?

La mole di lavoro, la qualità del prodotto da doppiare e il progresso, applicato alla parte tecnica di questo settore, hanno determinato un cambiamento enorme nel reclutare nuovi doppiatori. Il fattore tempo detta legge e, se prima c'era la possibilità di formare in una sala di doppiaggio un neofita aspirante attore e doppiatore, oggi non è più possibile farlo. Pertanto occorre arrivare alle sale di doppiaggio con un buon bagaglio attoriale e una certa faccia tosta. Poi qualità come perseveranza, buona educazione, umiltà e passione contribuiranno certamente alla riuscita.


Qual è stato il suo primo approccio a questo mestiere? Cosa significa recitare servendosi solo della propria voce e vestendo i panni di altri attori più o meno famosi?

Essendo tra i fortunati, credo, figli d'arte, ho avuto la possibilità di entrare in una sala di doppiaggio molto presto. Ed essendo anagraficamente piuttosto grandina, ho potuto approfittare del tempo che serviva per imparare bene, al leggio, questo mestiere. Calarsi nei panni di un altro è per me una cosa naturale. La mia recitazione vive solo in presenza di un volto che non è il mio.


Che consiglio darebbe a un giovane che, prendendo ad esempio la sua carriera, volesse seguire le sue orme? È ancora possibile oggi, secondo lei, fare della propria aspirazione un mestiere?

Un giovane dovrebbe rivolgersi ad accreditate Scuole di Recitazione, alcune delle quali insegnano anche il doppiaggio. Ottenuta una certa padronanza del proprio corpo e della propria voce, allora potrebbe farsi strada nelle sale e farsi sentire dai Direttori di doppiaggio, che saranno, come di norma accade, impegnatissimi e scorbutici, ma la costanza premierà l'ambizioso candidato e le sue aspirazioni non saranno frustrate.


Dalla Rose di “Titanic”, interpretata da Kate Winslet, alla Grace di “The Others”, interpretata da Nicole Kidman, passando attraverso numerosi protagonisti di tanti film d’animazione: quale personaggio, al quale ha donato la sua voce, è rimasto più impresso nella sua memoria di professionista e nel suo cuore di donna?

Sono legata a tanti film, da “Titanic”, a “Kill Bill”, e a tante attrici. Nel cuore rimangono le serie che ho doppiato per tanti anni consecutivi, come “Scrubs” e “Cold Case”. Ma in un modo non troppo romantico e diverso da quello che forse ci si aspetta. Non saprei nemmeno spiegarlo bene. Alcuni film fanno riaffiorare ricordi del periodo in cui li ho doppiati, ecco.


A cosa sta lavorando attualmente? Ci racconti quali sono i suoi programmi per il futuro.


Ho in programma un film con Kate Winslet e uno con Nicole Kidman. Ma pare che non possa dire niente...

lunedì 28 settembre 2015

Sabrina Pignalosa: cosa è accaduto a mio padre, Mario Pignalosa?


Quando si attende il ritorno di un padre, di cui si sono perse le tracce da oltre due anni e mezzo, si finisce per tornare un po’ bambini e fissare la porta di casa, nella speranza che, un giorno, possa spalancarsi, cancellando in un sol colpo mesi e mesi di angosciosa attesa. Sabrina Pignalosa non riesce a rassegnarsi al fatto che suo padre, Mario Pignalosa, un commerciante in pensione che ha da poco superato i settant’anni, sia lontano dalla sua casa di Portici, in provincia di Napoli, ormai dal 2 gennaio 2013. Mario amava passeggiare, soprattutto tra le bancarelle del mercato e, quella mattina, aveva appuntamento con un amico ambulante, col quale non si è mai incontrato. Ma cosa può essere successo a un uomo così pacato e abitudinario, da spingerlo ad allontanarsi? Sabrina e tutti i familiari e gli amici hanno temuto, sin da subito, che potesse essergli accaduto qualcosa o che qualcuno possa avergli fatto del male e la circostanza che le ricerche non abbiano condotto a nulla li tiene sospesi ormai da troppo tempo, in attesa che qualcuno si ricordi di continuare a cercare Mario Pignalosa.

Chi è Mario, tuo padre? Raccontaci la sua storia.

Mario Pignalosa è la persona più buona di questo Mondo e non lo dico perché è mio padre, ma perché me lo ripetono in tanti. È scomparso da Portici, in provincia di Napoli, il 2 gennaio 2013. Viveva da solo, purtroppo, dopo la separazione da mia madre, avvenuta già qualche anno prima.

Cosa è accaduto il giorno della scomparsa? Come si sono svolte le prime ricerche?

Quella mattina, come quasi tutte le mattine, mio padre doveva raggiungere a San Giorgio, un paese vicino, un amico che fa il venditore ambulante nei vari mercati tra Napoli e Avellino, ma non è arrivato all'appuntamento ed il suo amico se n'è andato al mercato di Cava dei Tirreni. Prima di iniziare a lavorare, l’amico, preoccupato, ha provato a contattarlo sul cellulare senza risultati e così ha avvisato mia madre. In tarda mattinata ci siamo subito allertati tutti, con la speranza di trovarlo in fretta. Siamo andati dai Carabinieri che non hanno accettato quello stesso giorno la denuncia, ma ci hanno detto di aspettare il giorno seguente. Noi, però, lo abbiamo cercato da subito, girando per tutta la città, soprattutto nelle varie stazioni, perché abbiamo pensato che se lui, quella mattina, avesse fatto tardi, avrebbe potuto prendere la Circumvesuviana per Napoli e, da lì, il treno che porta a Cava dei Tirreni, ma niente, di lui nessuna traccia. Il giorno dopo siamo andati a fare la denuncia e i Carabinieri di Portici hanno detto che sarebbero usciti con la volante a fare un giro per cercarlo, ma nulla di più. Hanno risposto che loro non possedevano una sfera di cristallo vedere dove mio padre potesse essere finito! Noi avevamo il cuore in pezzi! Dietro nostra insistenza siamo riusciti a visionare i filmati di alcune telecamere, ma, purtroppo si trattava di apparecchi di vecchia generazione, dove veniva controllato il traffico, ma non si vedevano bene i volti delle persone.

Qual è stato il momento più difficile in questi anni? Oggi chi vi sta più accanto concretamente e quotidianamente?

Ci siamo rivolti subito alla trasmissione “Chi l'ha visto?” per fare un appello. La redazione è stata sempre gentile e li ringrazio tutti per aver rinnovato più volte il nostro appello per papà in questi lunghi anni. Abbiamo affisso locandine in varie città e stazioni, ripercorrendo il tragitto con i treni, speranzosi di trovare qualche indizio. Abbiamo scritto ad alcuni giornali per riuscire a ottenere degli articoli che tenessero alta l’attenzione. Ci siamo rivolti anche all'Associazione Penelope. All'inizio è arrivata qualche segnalazione, ma poi più niente. Abbiamo scritto al PM della Questura di Napoli che ci ha accolti per non archiviare il caso. Il supporto morale ci viene dato soprattutto dalle persone che, come noi, soffrono e non si arrendono alla scomparsa del proprio familiare, perché, anche se non si vive più, non esiste la rassegnazione in questi casi.

Che ruolo svolgono, o potrebbero svolgere, secondo te, l’opinione pubblica e tutti i mezzi d’informazione di fronte a un caso di scomparsa?

È difficile trovare qualcuno, che non abbia passato quello che stiamo passando noi, che possa capire davvero cosa si provi a vivere senza avere notizie di un padre. L’opinione pubblica potrebbe fare molto di più, questo è un fenomeno che non si può ignorare. Può accadere a chiunque e non si può vivere senza risposte.

È il ricordo a mantenere vive le persone di cui si sono perse le tracce e a dare alle famiglie la forza di non smettere mai di cercare. Qual è il tuo ricordo più vivo di tuo padre?


Ho tanti bei ricordi di mio padre, perché lui è stato davvero un Grande Papà! Da piccola lo aspettavo dietro la porta di casa, seduta a terra, a volte piangendo, quando mia madre mi sgridava e quando lui arrivava per me era una gioia immensa. Era il mio angelo custode e ancora oggi lo aspetto. Non smetterò mai di cercarlo, il mio amato Papà!

sabato 26 settembre 2015

Paolo Testani: l’Associazione Oliver e le Unità Cinofile da Soccorso


Raccontare la storia di qualcuno che ha fatto del soccorso e della tutela del prossimo una missione di vita a tutto tondo è una vera emozione. Soprattutto se si tratta di una persona semplice e autentica che affronta queste tematiche con grande naturalezza, nella convinzione che davvero tutti possiamo riuscire ad affrontare un’emergenza con grinta e determinazione, se ben preparati. E questa è proprio la filosofia di vita di Paolo Testani, Carabiniere, addestratore cinofilo e Vicepresidente dell’Associazione “Oliver”, un’organizzazione di volontari che si occupa, attraverso l’addestramento e la formazione di Unità Cinofile di Soccorso, della ricerca di persone disperse, in particolar modo in territori impervi. Per Paolo Testani quella del primo soccorso è una vera e propria cultura, che invita tutti ad apprendere con impegno e dedizione, magari pensando di affiancarsi anche a un amico a quattro zampe e rendendo, così, quella del soccorritore un’attività da praticare il più possibile, mettendosi al servizio degli altri. Perché tutti potremmo trovarci nelle condizioni di dover prestare soccorso a qualcuno, nelle circostanze più diverse e, per salvare una vita, non occorre certo essere eroi.

Di cosa ti occupi in qualità di addestratore cinofilo? In cosa consiste il tuo ruolo?

Io sono un Carabiniere attualmente in servizio e sono il Vicepresidente dell’Associazione “Oliver”. Quest’Associazione a promozione sociale, ovvero senza fini di lucro, prende il nome dal mio primo cane da soccorso e si occupa, tra le tante attività, della ricerca di persone disperse in luoghi impervi. Sono un addestratore riconosciuto a livello nazionale e un formatore di Unità Cinofile da Soccorso (UCS), composte ognuna dal binomio cane-conduttore. All’interno di “Oliver”, infatti, sono il responsabile tecnico della formazione su tutto il territorio nazionale.
Negli ultimi anni dai attività dell’Associazione, la professionalità dei nostri soci ci ha permesso di venire coinvolti dalle forze dell’ordine in varie ricerche di persone scomparse in qualità di coordinatori, sempre sotto la supervisione della nostra Presidente, Mirella Onairda, come accadde nel caso di Giuseppe Ruggiero, scomparso da Coreno Ausonio, in provincia di Frosinone nel 2011 e tutt’ora disperso.


Quali sono le caratteristiche che rendono il contributo del cane fondamentale nella ricerca di tracce, soprattutto nel caso di persone scomparse?

Il cane deve essere molto attivo, docile e deve essere stimolato nella ricerca del disperso attraverso il gioco. Nell’addestramento si utilizza un figurante e un oggetto che non sia cibo, in modo tale che i sensi dell’animale non vengano confusi, e alla fine l’animale che raggiunge l’obiettivo viene premiato. È il suo fiuto a fare la differenza, ma soprattutto il rapporto che stringe col conduttore.

Quali differenze esistono nell’uso dei cani sulle scene del crimine in Italia e all’estero?

Attualmente le forze dell’ordine, in particolare l’Arma dei Carabinieri, hanno dei cani davvero molto preparati e addestrati con le tecniche più d’avanguardia, quindi non abbiamo nulla da invidiare al resto d’Europa. Anche il conduttore, che assieme al cane compone la UCS, è costantemente seguito e aggiornato nella formazione. Ultimamente, ad esempio, l’Arma si è equipaggiata di cani molecolari bloodhoud in grado di effettuare una tipologia di ricerca di persone scomparse su traccia totalmente diversa da quella che effettuiamo noi della Protezione Civile, che, invece, lavoriamo con cani da scovo, con l’obiettivo, cioè, di scovare un cono di odore rispetto a una traccia specifica che, in alcuni casi, esclude la possibilità di ritrovare dei cadaveri, concentrandosi su soggetti in vita. Questi cani sono addestrati a selezionare una molecola specifica tra cinquemila odori, distinguendola nettamente dalle altre, seguendo così la traccia e sono in grado di percepire gli odori fino a trenta giorni dopo l’ipotetico passaggio del soggetto.
L’attività svolta da noi dell’Associazione, come volontari, non ci permette di essere impiegati su vere e proprie scene del crimine come investigatori a tutti gli effetti. Possiamo affiancare tutte le forze dell’ordine, su autorizzazione del Magistrato, solo in caso di persone disperse, o, in caso di persone scomparse, su autorizzazione delle Prefetture o del Commissario per le persone scomparse. L’obiettivo è sempre quello di velocizzare e ottimizzare le ricerche in luoghi dove si presume che il soggetto possa essere passato, in modo tale da ricostruirne il percorso.

Che differenza c’è tra il cane da soccorso e il cane addestrato nella ricerca di persone disperse in zone impervie?

Si tratta di due addestramenti completamente differenti. Il cane addestrato nella ricerca dei dispersi è preparato ad affrontare territori di montagna, non facilmente agibili e a scovare tracce più fresche possibile di chi si sia smarrito per i motivi più diversi, come ad esempio un malore. È qui che il conduttore del cane deve intervenire prestando repentino soccorso. A questo proposito la prima certificazione che deve avere l’operatore è il cosiddetto BLSD (Basic Life Support - Defibrillation): la rianimazione cardiopolmonare, che permette di rianimare una persona in caso di arresto cardiaco. Inoltre il conduttore deve essere preparato circa tutte le tecniche di primo soccorso, come l’immobilizzazione del soggetto eventualmente ferito, per non creare danni irreparabili agli arti o alla spina dorsale, e il successivo trasporto dell’infortunato, per il quale, spesso, in montagna, è necessario utilizzare delle teleferiche. Tra le altre cose i nostri conduttori devono ottenere anche la certificazione per salire a bordo di eventuali aeromobili, diventando così anche aero-soccorritori nel caso in cui si trovassero in zone dove è impossibile accedere in altri modi.

Raccontaci un episodio, un aneddoto, una storia che, riguardo la tua esperienza da soccorritore, è rimasta particolarmente impressa nella tua memoria.


Ormai due anni fa, grazie alle tecniche apprese nella mia lunga formazione da soccorritore, ho salvato la vita di Stefano, un ragazzo di quarant’anni colto da arresto cardiaco improvviso davanti ai miei occhi, mentre faceva jogging. Stefano è, ancora oggi, un marito devoto e un padre affettuoso grazie al mio tempestivo intervento. Io ho ricevuto un encomio per questo gesto e sono in attesa di una medaglia d’argento al valor civile, ma non è certo per questo che non ho esitato ad agire quando ho visto Stefano accasciarsi a terra. Ho condiviso questa storia con voi per dire a gran voce quanto sia importante, al giorno d’oggi, che tutti sappiano fare le manovre di primo soccorso e, eventualmente, azionare un defibrillatore. La nostra tempestività, la nostra preparazione e il nostro impegno possono salvare delle vite e tutti possiamo e dobbiamo contribuire affinché il nostro bene più prezioso venga sempre preservato di fronte a qualsiasi emergenza.

www.associazioneoliver.it

giovedì 24 settembre 2015

Giovanni Catelli: cos’è la Federazione Italiana Tabaccai


La Federazione Italiana Tabaccai è un’Associazione Sindacale che si preoccupa di formare, seguire e tutelare tutti coloro che decidono di aprire una Tabaccheria, un esercizio commerciale dedicato alla compravendita dei tabacchi e al gioco del Lotto, in qualità di concessionario autorizzato dallo Stato, e che fornisce molti servizi utili ai cittadini, in collaborazione con Poste Italiane. Quella del Tabaccaio è una professione nella quale si sono impegnate con dedizione intere famiglie italiane e che spesso, visto il flusso di denaro che deve convogliare, ha messo in pericolo i suoi stessi titolari, come hanno drammaticamente testimoniato alcuni fatti di cronaca raccontati sui giornali negli ultimi mesi. Cosa può fare in proposito un’Organizzazione Sindacale capillarmente presente sul Territorio Nazionale come FIT? Come può sostenere e tutelare i propri utenti, facendo sì che quello del Tabaccaio torni ad essere un mestiere da affrontare con serenità per ogni buon padre di famiglia? Lo abbiamo chiesto a Giovanni Catelli, Vicepresidente Nazionale, che ha provato in prima persona cosa si prova quando in gioco c’è la vita stessa e ci racconta quanto sia importante incentivare la professionalità e la consapevolezza di tutti i fruitori della Federazione, in concerto con le necessità dello Stato e del nostro Paese, così splendidamente complicato.

La Federazione Italiana Tabaccai è un’Organizzazione Sindacale che sostiene i rivenditori su tutto il territorio nazionale. Di cosa vi occupate principalmente? Quali servizi offrite?

La Federazione Italiana Tabaccai si occupa di tutelare i diritti che derivano della vendita di articoli di monopolio: i tabacchi e il gioco del Lotto. Il Tabaccaio è l’unico concessionario diretto autorizzato dallo Stato a gestire questa compravendita e, naturalmente, è tutelato dalla legge in materia. FIT, nella fattispecie, si preoccupa di proteggere il Tabaccaio, permettendogli di svolgere in tranquillità le sue attività, nella consapevolezza della normativa e di tutto ciò che ne consegue.

Facciamo un bilancio di questi anni di attività: quali sono gli obiettivi raggiunti e quali gli ostacoli contro cui vi scontrate quotidianamente?

Negli ultimi dieci anni il panorama commerciale italiano è profondamente cambiato. Il Tabaccaio, infatti, pur essendo l’unico concessionario autorizzato dallo Stato per la vendita di tabacchi e del gioco del Lotto, deve convivere con tutta una serie di esercizi commerciali a lui vicini e affini. FIT ha garantito che, negli ultimi anni, il regime legale al quale i Tabaccai sono sottoposti non subisse particolari cambiamenti, col rischio di mettere in pericolo molte attività sul tutto il Territorio Nazionale, e anzi, che fosse consolidato nelle tutele, grazie anche ad alcune riforme sostanziali. Tutto ciò è stato fondamentale per mantenere salda la fiducia che gli italiani hanno sempre riposto nell’effige della Tabaccheria, come punto di riferimento di ogni comunità, dalle più piccole, alle più popolose.

Cosa significa, al giorno d’oggi, gestire un’Associazione Sindacale? Come si è modificato negli anni l’atteggiamento dei vostri utenti?

L’intero esecutivo, in particolar modo il nostro attuale Presidente, Giovanni Risso, e anche io, in qualità di Vicepresidente, si è particolarmente impegnato, negli ultimi mandati, a informatizzare sempre di più l’attività della Presidenza, ampliando gli uffici provinciali e mantenendo costantemente attive tutte le sedi locali che rendono forte e capillare il nostro Sindacato su tutto il territorio. Noi viviamo e collaboriamo coi tabaccai del nostro Paese quotidianamente, garantendone i diritti, grazie soprattutto alla presenza di ogni mandamento presente nelle varie province, ognuno col proprio ufficio di competenza, dove viene impiegato del personale continuamente aggiornato sugli strumenti informatici di cui siamo dotati.

Non solo storie di esercizi commerciali, ma soprattutto di persone e di famiglie spesso in pericolo, come la cronaca ha recentemente testimoniato. Ci racconti un episodio, un aneddoto, una storia che è rimasta scolpita nella sua memoria.

La Tabaccheria, essendo un fulcro dell’attività di esattoria dello Stato, vista anche la collaborazione con Poste Italiane per l’incasso di tutta la bollettizzazione del nostro Paese, concentra su di sé un flusso di denaro contante all’interno delle proprie casse, che è continuo e voluminoso. Ciò, in un momento di crisi particolare, ci rende oggetto di continui attacchi da parte di banditi e persone in difficoltà di vario genere. Io stesso, tre anni fa, ho vissuto un’esperienza drammatica: la Vigilia di Natale sono stato vittima di una rapina. Due malviventi mi hanno seguito fino alla mia abitazione dove mi hanno assalito, sparando perfino un colpo di pistola per togliermi la borsa, dove, per puro caso, non avevo denaro, ma solo contabilità di negozio, che fortunatamente è servita come mezzo di scambio perché i ladri non irrompessero in casa. Sono stato fortunato e sono orgoglioso di poter dire che la Federazione, in casi simili, è in grado di tutelare il Tabaccaio per mezzo di un progetto importante, nato grazie al nostro Presidente, che ha pensato di creare la cosiddetta “T sicura”, una sorta di sicurezza “passiva” che permetta a tutti i nostri utenti di svolgere in serenità le proprie attività. In qualità di tabaccai non siamo certo intenzionati, infatti, a richiedere un porto d’armi, ma è importante dotarsi di telecamere e di un filo diretto con le forze dell’ordine, in modo tale da metterle in condizione di intervenire in tempo reale. Tutto ciò deve servire da deterrente, naturalmente, per demotivare quanti siano intenzionati a commettere furti e rapine all’interno dei tabaccai, col rischio di mettere in pericolo titolari e dipendenti. La Tabaccheria è una sorta di nucleo familiare, ecco perché chiediamo alla politica di prendersi più cura di noi, non solo come concessionari dello Stato, ma anche come persone e cittadini, assegnandoci, magari, quegli incentivi utili, affinché tutti possiamo dotarci di questi mezzi di sicurezza che possano cercare di evitare che tragedie, come quelle che abbiamo letto nei mesi scorsi su tutti i giornali, si ripetano in futuro.

In un periodo di forte crisi economica come quello che stiamo attraversando FIT è un punto di riferimento per migliaia di lavoratori: quali sono i vostri progetti per il futuro?

Il nostro obiettivo futuro è rimanere un fulcro nell’attività di incasso della bollettizzazione, servendoci, però, di bancomat e carte di credito che permettano di azzerare i costi. È importantissimo, infatti, che la tabaccheria sia sempre più dotata di strumenti di pagamento a costi zero. In un’Italia dove gli uffici postali sono destinati a diminuire, è importante che ogni tabaccaio, presente anche nei più piccoli centri, offra questi servizi in modo efficace. I tabaccai, che per divenire tali devono seguire dei corsi specifici, devono essere preparati e portati al contatto col pubblico. La capillarità è il nostro obiettivo principale, con la consueta “T” di riconoscimento per ogni esercizio commerciale. Stiamo disegnando per noi e per i nostri utenti un futuro di grande completezza e professionalità, al servizio di tutti i cittadini.


venerdì 18 settembre 2015

Giuliano Dego: Scrivere senza Confini


Giuliano Dego è davvero uno scrittore d’altri tempi. Di quelli come, forse, non ne esistono più, in grado di mettere il valore della scrittura al di sopra di ogni altra cosa. Docente universitario per oltre vent’anni, tra Glasgow, Leeds e Londra, ha pubblicato più di trenta libri in Europa e in America, spaziando dalla narrativa di genere, alla poesia e curando anche molte edizioni italiane di grandi classici. La sua stessa carriera è interessante come un romanzo e la sua esperienza d’autore lo ha portato a confrontarsi con molte realtà editoriali, tanto che è riuscito a trovare sempre la sua dimensione, dal grande, al piccolo editore, passando anche attraverso molte redazioni giornalistiche. Il suo ultimo romanzo “Il Segreto di Duska”, edito da Giuliano Ladolfi Editore, che abbiamo avuto il piacere di leggere e apprezzare per lo stile e la profondità, è molto più di un thriller, poiché racchiude in sé il racconto di una vicenda umana di grade interesse, come ci racconterà lo stesso autore, attraverso gli occhi di personaggi che ci catturano per la loro credibilità, sempre in bilico tra amore e morte.


Che scrittore sei? Segui l’ispirazione a qualunque ora del giorno o hai un metodo al quale non puoi rinunciare?

Seguo l’ispirazione, e te lo provo. Ho iniziato a scrivere in inglese nel dicembre 1960, quando insegnavo Letteratura Italiana all’Università di Glasgow. In quel periodo collaboravo con articoli e racconti al Glasgow Herald, il più antico e massimo quotidiano scozzese, e pensavo che sarei diventato uno scrittore di lingua inglese. Nel 1962, titolare di una cattedra di Letteratura Italiana all’Università di Leeds, ho continuato collaborando al Penguin book of European Literature, con 24 ritratti critici di poeti italiani del Novecento. E ho iniziato a scrivere Moravia per la collana Writers and Critics, che pubblicava, in hardback e paperback, presso Oliver and Boyd nel Regno Unito e Barnes and Noble negli USA. Il libro ha ottenuto un buon successo di critica anche in Italia. Attilio Bertolucci, per dire, ne ha pubblicato un’ottima recensione su Il Giorno. Aggiornato e intitolato Moravia in bianco e nero, è uscito in italiano nel 2008, a cura di Giampiero Casagrande Editore, un Editore svizzero con sedi a Lugano e Milano.
Mi rendo conto che, per i pragmatici inglesi, il talento di uno scrittore torna utile all’Editore, mentre in Italia esso rappresenta una barriera, a meno che lo scrittore sia amico dell’Editore, o “intrallazzato” con un direttore di collana. Sono però cresciuto qui e provo emozioni più intense scrivendo nella mia lingua d’origine.

Raccontaci la genesi del romanzo Il Segreto di Duska, edito da Giuliano Ladolfi Editore: come lo definiresti? Cosa ti ha ispirato durante la stesura?
    
Tutti i miei romanzi, da L’ulcera, a Il Dottor Max, da Seren la Celta, a Il segreto di Duska, i miei poemi narrativi, da La storia in rima, a Il poema dell’aldilà, e le mie raccolte poetiche cercano verità e giustizia. Gli orrori che ho vissuto da bambino mi turbavano, anche intellettualmente. C’era la guerra, e subivamo mitragliamenti e bombardamenti che ci hanno costretti a sfollare, vivendo delle castagne cotte che raccoglievo sui monti. I miei libri sono dunque “investigativi”. Ciò significa, tra l’altro, che li scrivo perché vengano letti, e non perché sfoggino frasi ampollose che bloccano il lettore.   
Quando racconto a un qualsiasi inglese che la BUR ha pubblicato Il Dottor Max in una prima edizione di settemilacinquecento copie, le ha vendute e ha programmato la seconda edizione, senza però arrivarci perché è cambiato il direttore della collana, scuote il capo sconcertato. Anche Il segreto di Duska fila via veloce, un fatto dopo l’altro, senza sbavature. Quando l’Editore Ladolfi mi ha chiesto come mai, dopo aver pubblicato con Rizzoli e Mondadori, mi sia rivolto a un piccolo editore – che comunque, chiarisco, non si fa pagare – gli ho risposto che, alla mia età, non potevo permettermi di aspettare anni per sapere che un mio libro era degno di pubblicazione. Ladolfi, per contro, si comporta da inglese, risponde alle lettere, e ascolta, al caso, i consigli degli autori.  
Quanto ai contenuti, Il segreto di Duska è una storia d’amore in un romanzo investigativo che scopre agghiaccianti documenti ufficiali. Un thriller con partenza quieta e vicende drammatiche sempre più incalzanti, il solo che apra un varco nei misteri più oscuri della medicina ortodossa, toccando la nostra vita. La giovane Dottoressa Duska De Amicis giunge, infatti, da Roma in una cittadina delle Alpi, per aprirvi il suo primo ambulatorio. Ma inconfutabili documenti scientifici ne mettono in crisi la fiducia nella medicina farmacologica per quanto riguarda le malattie degenerative. Con l’affetto e il coraggioso sostegno del compagno, sottopone i pazienti malati di tumore alla terapia biologica del Dottor Max Gerson, definito, da un suo paziente, il Nobel Dottor Albert Schweitzer, “uno dei geni più eminenti nella storia della medicina”. Ma, benché sia stata convalidata dal’American Cancer Society e da ogni altra fonte ufficiale, la Terapia viene ignorata dai colleghi, lasciando spazio a un misterioso delitto.
Il segreto di Duska è in effetti un thriller che aggiunge sostanza e profondità al genere.
 
In un Paese come il nostro, dove i lettori sembrano diminuire costantemente, è ancora possibile, secondo te, fare della scrittura una professione a tempo pieno? Che difficoltà stai incontrando nel tuo percorso?

Alla prima domanda ho già risposto, anche se indirettamente. Aggiungo che, tranne Camilleri e Moravia – ma Moravia nei suoi ultimi romanzi è scivolato nell’erotomania – non conosco scrittori italiani che vivano dei loro libri. Quante volte, per questo, mi sono pentito di essere tornato all’italiano! Ma con esso torna il mio passato e mi consolo.

Ogni autore di talento deve essere anche un lettore curioso: a quale libro sei più legato? E cosa stai leggendo attualmente?

Gli autori che più amo sono Victor Hugo per il romanzo e Lord Byron per il Don Juan, poema narrativo in ottava rima. Tra i molti libri da me curati per la BUR, c’è il primo romanzo di Hugo, Bug Jargal, e l’ultimo, Novantatrè, per qualche aspetto il migliore. Si tratta di un grosso volume, la cui introduzione e il commento mi sono costati molto lavoro. Ma l’edizione, lodata e pagata, non è mai stata pubblicata. Quanto al Don Juan, la mia traduzione in ottava rima del primo canto, ha fatto una decina di edizioni, cosa inaudita per un volume di poesia. Ma il nuovo curatore della collana BUR non mi ha mai chiesto di tradurre i sedici canti successivi. Sic transit gloria mundi, almeno nel Bel Paese.    

A cosa stai lavorando in questo periodo? Di cosa ti occuperai nel prossimo romanzo? Raccontaci quali sono i tuoi progetti per il futuro.

 Nel maggio 2014 l’Editore Ladolfi ha pubblicato Il poema dell’aldilà – dal registratore le voci dolci o inquietanti dei semprevivi. Per tre anni, in effetti, sui nastri del mio portatile ho conversato coi morti. Si tratta di incontri con l’incredibile, il pazzesco in assoluto, l’evento più sconcertante che possa accadere a un uomo sulla terra. Stiamo parlando di contatti meccanici, e quindi controllabili a volontà, anche se incontrollabile resta la sorda e cieca supponenza dei “benpensanti”, bloccati da un “razionalismo” totalitario, un oscurantismo alla rovescia, che ci impedisce di fare un balzo in avanti, spirituale e conoscitivo.
 Mi sono concentrato sulla nostra vita nell’aldilà, perché si tratta della ricerca che attualmente mi coinvolge. Visto attraverso il contatto diretto con gli spiriti, l’aldilà non è quello di Dante, fermo ai dogmi di San Tommaso d’Aquino e della Tradizione Cattolica Romana. Il mio poema, in effetti, è il primo sull’argomento scientificamente documentato. Ne Il poema dell’aldilà si fanno vivi spiriti buoni e spiriti malvagi, che però non sono demoni. Quanto alla loro pena, essa non è il fuoco eterno. È mentale e relativa al loro evolversi. Chi vuole, può farlo pentendosi e tramite successive reincarnazioni. Ciò non toglie che gli stessi spiriti sconsiglino di occuparsi di evocazioni medianiche o registrazioni su nastro per frivola curiosità e senza la dovuta preparazione. Il rischio di imbattersi in entità malefiche è elevato.

Ho parlato diffusamente dell’aldilà, non solo perché Il poema dell’aldilà è narrativo, ma perché Il mistero dell'ombra furtiva, il romanzo che sto scrivendo, è un giallo mozzafiato in cui, indagando su inusitati crimini, un poliziotto e una criminologa penetrano l’enigma della nostra vita attraverso contatti diretti coi trapassati. Sto anche scrivendo la mia autobiografia, che intitolerò Una vita per capire. Estraniato da un mondo denso di violenze senza riscatto, indago sul mio passato e quello della mia gente. Alternando umorismo e introspezione, con prosa colloquiale e fluida, racconto le tensioni segrete della mia fanciullezza attraverso il Fascismo e la guerra, poi i viaggi e gli amori di gioventù, il disagio di una educazione convenzionale, la storia di un falso amico e il mio destino di scrittore – vissuto e attivo per decenni in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Quanto ai miei progetti per il futuro, ho pronto per la pubblicazione un volumetto di poesie intitolato Piume nel tempo. La raccolta potrebbe interessare molti lettori: essa illustra, di fatto, le mie reazioni alle realtà di costume, politiche, culturali e cosmiche e, quindi anche intime, del nostro tempo.

Acquista il libro!

lunedì 14 settembre 2015

Anselmo Di Iorio: l’Arte a modo mio


Un artista schietto, sincero, istintivo: le tele di Anselmo Di Iorio, sono lo specchio delle sue emozioni più profonde, che, grazie al suo grande talento, riesce a trasmettere a tutti noi, attraverso le sue numerose mostre e esposizioni.
Dal ritratto, al paesaggio naturale, passando attraverso una buona padronanza dell’astrazione, le pennellate di Anselmo sono forti, decise, piene di entusiasmo verso questa passione che coltiva fin da piccolo e lo ha portato a voler condividere questa sua propensione per il colore con tutto il suo pubblico.
L’Arte non è solo un lavoro, ma un dono che va messo a disposizione di tutti, secondo Anselmo, in primo luogo della nostra stessa interiorità che, grazie all’arte, viene nutrita e preservata dalle illusioni di una società in bilico tra materialismo e superficialità.


Da dove nasce la tua esigenza di dipingere: è una passione che coltivi da sempre o si tratta di un talento che hai scoperto recentemente? Cosa vuoi comunicare?

La mia esigenza di dipingere nasce fin da piccolo, precisamente quando frequentavo la scuola elementare e, già da allora, i primi disegni colorati destavano la curiosità delle maestre. Il mio interesse artistico esiste da sempre e, nel tempo, ho preso fiducia e consapevolezza che l'arte pittorica fosse una parte di me. Sono attento al richiamo intimista della mia anima, la mia frequentazione pittorica è ampia e, attraverso severi studi analitici e meditate ricerche, ha determinato la mia attitudine a una sconfinata fantasia evocativa.  La mia arte, "officina" di frenetica attività, è diventata un'insostituibile esigenza esistenziale, atta ad esercitare l'innato desiderio di comunicare i miei sentimenti nella più assoluta sincerità, astraendomi dalle consuetudini contemporanee del nuovo millennio, caratterizzate dalla dilagante globalizzazione tecnologica. 


Cosa ti ispira maggiormente? Quali sono i soggetti che preferisci e le tecniche che prediligi?

Sono un menestrello errante che canta odi attraverso scene pittoriche. La mia semplicità istintiva e un'innata sensibilità artistica mi portano sempre alla ricerca di armonie con rimandi en plein air. Il mio colore prorompente è sempre pronto a catturare albe, tramonti, panoramiche e visioni oniriche che, partendo dalla trivalenza primaria rosso - giallo - blu, mi conducono ai successivi traguardi cromatici complementari. Creo, dunque, imprevedibili ed emozionanti atmosfere, fra Impressionismo, Espressionismo, Simbolismo ed astrazione informale. Mi diletto anche nei ritratti, come quello dal titolo "My Way" che illumina il celeberrimo volto di James Dean e che rappresenta a pieno la mia poetica.


A quali Movimenti Artistici del passato ti rifai? Quali sono i tuoi Maestri di riferimento?

Ho studiato e studio ancora molto i Movimenti Artistici del passato. Ritengo sia molto utile la conoscenza per un artista contemporaneo, ma è ancora più importante guardarsi dentro e saper esprimere ciò che si sente sulla tela. Ho un'opinione alta della pittura: essa mi aiuta ad esternare le mie visioni interiori, mettendomi in comunicazione con l’Universo.


Cosa significa essere un artista nella nostra società attuale? Che ruolo ha o potrebbe avere l’Arte in un periodo di crisi come quello che stiamo vivendo?

Fin dai tempi più antichi, l'uomo si è sempre interessato della conoscenza, delle espressioni artistiche e della creatività. Molti artisti del passato sono stati veri protagonisti di ogni periodo storico. L'arte di oggi, purtroppo, non racconta i grandi eventi del passato. Credo che nella nostra società ci sia una preparazione, un'anticipazione che lascia ben sperare ad un futuro di affermazione. L'arte di questa epoca è attanagliata nella morsa dei beni materiali, mentre andrebbe coltivata con valori di amore e di spiritualità. Il ruolo dell'Arte in questa epoca, secondo il mio pensiero, è portata al materialismo. Bisogna creare con passione, con amore, poi il resto viene da sé, non creare al solo scopo di guadagnare.


Raccontaci un episodio, un aneddoto, una storia che, nel tuo percorso di artista, è rimasta scolpita nella tua memoria.


La cosa più bella che mi sia capitata nel mio percorso artistico inizia con un quadro familiare, ritratto di serenità, gioia ed allegria: si festeggiava il compleanno della mia amata e indimenticabile sorella Cecilia, per me l'immagine della felicità. Era il suo giorno, ma, inconsapevolmente, anche il mio. A casa c’erano parenti ed amici, ognuno aveva il proprio regalo da dare a mia sorella. Una volta scartati tutti i regali mia sorella ringraziò tutti e poi, come d’ncanto, prese un grande pacco e mi disse: “Questo è per te!”. Con mio grande stupore l’involucro conteneva un bellissimo cavalletto da campo e una scatola di colori ad olio di diverse tinte. Rimasi senza fiato e fui immensamente felice. La mia amata e indimenticabile sorella, con quel gesto, mi ha dato una maggiore spinta verso la consapevolezza della mia passione per la pittura, dicendomi che meritavo quel regalo perché ho talento e non devo arrendermi. Il destino ha voluto che Cecilia venisse a mancare nel 1996 per un incidente stradale. Ogni volta che dipingo ricordo le sue parole e mi allieta il fatto che, grazie alla pittura, la sento più vicina a me.

sabato 12 settembre 2015

Marisa Gentile: venticinque anni dalla scomparsa di mio marito, Davide Cervia


Se fossi qualcuno, qualcuno di veramente importante, costituirei il Diritto al Tempo. Certo, sarebbe difficile tramutare in Legge la Costante Universale che più di ogni altra riesce a sfuggire al nostro effimero controllo, trascorrendo inesorabilmente, giorno dopo giorno, ora dopo ora, minuto dopo minuto. Il vero cruccio dell’Umanità è la sua perenne corsa con il tempo, come se ci fosse un traguardo da tagliare e questo nemico infame, dalle lancette fendenti, non si concedesse abbastanza e non si donasse mai completamente a noi, impenitenti sognatori d’eternità. Quante volte vorremmo tornare indietro nel tempo per poter agire diversamente o rimettere le cose a posto?
L’uomo che, il 12 settembre 1990, a Velletri, in provincia di Roma, ha visto Davide Cervia, il suo giovane vicino di casa, caricato a forza da alcuni uomini su un auto verde scuro, sfrecciare via a gran velocità, vorrebbe di sicuro tornare indietro nel tempo, per rendersi davvero conto di quel che stava accadendo in quel momento e poter fare qualcosa per evitarlo.
Daniele e Erika Cervia, i figli di Davide, che, all’epoca, avevano sei e quattro anni, vorrebbero tornare indietro nel tempo, per vedere il loro papà varcare la soglia di casa con un sorriso anche quel maledetto 12 settembre 1990 e averlo costantemente presente nelle loro vite anche negli anni successivi, come era sempre stato fino a quel giorno.
Marisa Gentile, la moglie di Davide Cervia, vorrebbe tornare indietro nel tempo per continuare a vivere quella sorprendentemente tenera storia d’amore, iniziata durante un viaggio in treno e rimasta sospesa fino a oggi, a venticinque anni dalla misteriosa scomparsa di Davide Cervia, Perito Elettronico e ex Tecnico esperto di Guerre Elettroniche, in congedo dalla Marina Militare Italiana dal 1984.
Ma siamo sicuri che il vero problema sia proprio la negazione del nostro Diritto al Tempo? Che dire di tutto quello che sprechiamo? Ad esempio di tutto quello che gli Inquirenti hanno perso a convincersi e a convincerci che quello di Davide sia stato semplicemente un allontanamento volontario? O quello che Marisa, Daniele e Erika hanno speso a cercare l’aiuto di qualcuno che potesse dare un senso all’inaspettata e terribile tragedia che li ha colpiti da quando di Davide si sono perse le tracce? Venticinque anni di depistaggi, omissioni e negligenze hanno censurato la storia di una famiglia italiana supportata da poche persone.
Nel 2000 il caso di Davide Cervia è stato archiviato dalla Magistratura come “Sequestro di Persona a opera di Ignoti”, dopo dieci lunghi anni esatti di battaglie e, nel 2012, Marisa, Daniele e Erika hanno citato in giudizio i Ministeri della Difesa e della Giustizia davanti al Tribunale Civile di Roma per chiedere un risarcimento dei danni subiti a ristoro della loro perdita e della negata verità in questi venticinque anni di dolore.
Ciò che possiamo impegnarci a fare nostro è solo il corretto uso del nostro tempo, nella lealtà e nella trasparenza, per non avere rimorsi, né rimpianti. Perché a chi è stato negato il Diritto al Tempo, deve essere reso almeno il Diritto alla Verità.

Chi è Davide? Raccontaci la sua storia.

Davide è un ragazzo normale, allegro e generoso. Ci siamo conosciuti nel 1982, durante un viaggio in treno che stavo facendo in compagnia di una cugina. All’epoca Davide si trovava a Roma per un corso presso la Società Elettronica Selenia, ma era nato a Sanremo e, dopo essersi arruolato in Marina, era stato imbarcato sulla Nave Maestrale di base a La Spezia, come mi raccontò lui stesso. Io ero in viaggio verso Genova, mentre lui stava tornando a casa per il fine settimana e, per ingannare il tempo, abbiamo iniziato a chiacchierare. Davide era un ragazzo come tanti: simpatico, spiritoso, solare. Mi ha incuriosita subito e, nelle settimane successive, abbiamo iniziato a frequentarci. Solo sei mesi dopo abbiamo deciso di sposarci. Eravamo felici, entusiasti, pieni di idee e progetti per la nostra vita insieme.
Appena sposati abbiamo vissuto a La Spezia per un paio d’anni. Io conoscevo ben poco del suo lavoro. Davide non raccontava molto delle cose di cui si occupava. Sapevo soltanto che aveva una specializzazione particolare. Mi raccontava di essere un privilegiato rispetto a molti suoi colleghi, perché, grazie alle conoscenze acquisite nel corso dei suoi studi e delle sue esperienze, poteva svolgere dei compiti che mettevano in luce le sue qualità di esperto e specialista delle esercitazioni.
Sapevo che Davide era un Tecnico di Guerre Elettroniche, ma per me si trattava di termini senza significato, poiché non conoscevo fino in fondo di cosa si trattasse concretamente e non potevo essere a conoscenza di cosa si potesse nascondere dietro la sua professione.
Dopo due anni di matrimonio abbiamo deciso di avere un figlio e Davide ha maturato l’idea di lasciare la Marina, poiché aveva visto come molti colleghi, imbarcati come lui, non erano riusciti a stare accanto alle mogli durante la nascita dei figli, così ha stabilito che era il momento di cambiare vita. È stata una decisione sofferta, ma la famiglia veniva prima di ogni altra cosa per lui, così il primo gennaio 1984 ha ottenuto il congedo.
Con l’aiuto dei miei genitori ci siamo trasferiti a Roma e Davide ha trovato immediatamente lavoro: era davvero molto bravo e non ha tardato a crearsi un suo giro di clientela anche in una nuova città, fino all’assunzione presso l’Enertecnel di Ariccia come Perito Elettronico. Nel 1988 abbiamo deciso di trasferirci a Velletri, in parte per essere più vicini alla sede dell’Azienda per cui Davide lavorava, in parte perché entrambi amavamo la campagna e la zona dei Castelli Romani ci sembrava un buon compromesso, a metà strada tra la natura e grande città.

Quando lo hai visto l’ultima volta? Cosa è accaduto il giorno della scomparsa?

I giorni precedenti la scomparsa erano trascorsi normalmente, tra le solite incombenze quotidiane che tutte le famiglie hanno. L’11 settembre 1990 avevamo portato i bambini dal pediatra per un vaccino, poi Davide aveva chiamato un suo collega per dargli appuntamento al lavoro molto presto, visto che c’erano molte cose da fare e ricordo che gli aveva chiesto delle uova fresche per i nostri figli, poiché erano molto amici e spesso facevamo degli acquisti nella sua Azienza Agricola di famiglia.
Davide aveva una gran cura della nostra casa, se ne occupava molto e volentieri, non appena tornava dal lavoro. Una decina di giorni prima avevamo acquistato dei mobili per il bagno che, essendo mansardato, dovevano essere montati in modo particolare e Davide aveva fatto tutto da solo con grande soddisfazione.
Un paio di giorni prima Davide aveva effettuato uno scavo sul viale di casa, lungo circa duecento metri, per fare un nuovo allaccio dell’Enel e trasferire il nostro contatore al di fuori della proprietà. Anche molti vicini di casa lo avevano visto lavorare nel cortile fino a tardi in quei giorni, dopo il lavoro, in attesa che i tecnici della Società Elettrica venissero per il collegamento.
Il 12 settembre 1990 Davide era andato al lavoro presto, come tutte le mattine. Ricordo che ci eravamo sentiti al telefono intorno alle dieci e mezza e mi aveva chiesto dei bambini, come faceva sempre. Lo aspettavamo a casa nel pomeriggio, ma, da allora, Davide non è più tornato.
È stato facile capire, fin da subito, che non poteva trattarsi di un allontanamento volontario: una persona che vuole fuggire non si occupa così premurosamente della sua famiglia, come Davide era solito fare.

Come si sono svolte le ricerche in questi anni? Oggi chi vi sta più accanto concretamente e quotidianamente?

Le ricerche, dal punto di vista giudiziario, sono state pressoché nulle, soprattutto nei primi anni. Sappiamo tutti quanto siano importanti i momenti immediatamente successivi alla scomparsa di una persona, ma, nel nostro caso, nessuno si è dato da fare. Noi familiari, presi dalla disperazione, abbiamo iniziato a valutare tutte le ipotesi possibili, a trecentosessanta gradi e, man mano, tutto veniva escluso, giacché emergevamo elementi che ci facevano accantonare ogni tesi. Non poteva essere un allontanamento volontario, né una ritorsione particolare, poiché non avevamo nemici. In sostanza abbiamo fatto da noi le nostre ricerche, poiché, chi doveva farle non ha affatto provveduto.
Il primo testimone oculare, che ha raccontato di aver assistito al rapimento di Davide, caricato a forza su un’auto, ha parlato di sua iniziativa dopo oltre due mesi dalla scomparsa. Lo stesso è accaduto con molti altri testimoni, come i vicini di casa. Nessuno ha interrogato neppure noi componenti della famiglia, per raccogliere le nostre dichiarazioni.
Pian piano l’Opinione Pubblica si è accorta della nostra storia e abbiamo iniziato ad avere il sostegno di alcuni giornalisti coraggiosi, provenienti soprattutto dalla trasmissione “Chi l’ha visto?”, sotto la direzione di Donatella Raffai, che è stata fondamentale. Anche il giornalista Gianluca Cicinelli ci ha accompagnato per anni in questa faticosa battaglia, facendosi portavoce delle nostre vittorie e delle nostre sconfitte, con il suo impegno e la sua forza di volontà, diventando anche il Presidente del Comitato per la Verità su Davide Cervia in seguito alla stesura di due libri su questo caso. Alla storia di Davide è stato dedicato anche un film dal titolo “Fuoco Amico. La Storia di Davide Cervia”, con la regia di Francesco Del Grosso e la produzione di Giulia Piccione.


Tu che idea ti sei fatta? Secondo te cosa è accaduto a Davide?

Noi abbiamo lottato oltre dieci anni per far accertare e accettare che si trattasse di un allontanamento forzoso, perché, inizialmente, gli inquirenti hanno sminuito la faccenda, lasciandoci intendere che fosse solo di una fuga volontaria. Davide non se n’è andato, è stato rapito. Grazie a tutti gli elementi e le testimonianze che abbiamo raccolto, la Procura Generale di Roma, nel 2000, ha dichiarato che si è trattato, appunto, di un Sequestro di Persona ad opera di Ignoti.
Io sono convinta che le Istituzioni, in questi anni, non ci abbiano aiutato quanto avrebbero dovuto perché, dietro la sparizione di Davide, si nasconde il traffico di armi e di tecnici altamente specializzati.

Qual è stato il momento più difficile per la vostra famiglia in questo lungo periodo di dolore? Che ruolo svolgono o potrebbero svolgere, secondo te, l’opinione pubblica e tutti i mezzi d’informazione di fronte a un caso di scomparsa?

Ci sono stati veramente tanti momenti difficili, soprattutto i primi anni. Lottavamo contro i mulini a vento ed eravamo soli. Una volta un losco personaggio, spacciandosi per un emissario dei Servizi Segreti, ci ha fatto credere che Davide potesse tornare a casa. Ci ha illusi, riaccendendo la nostra speranza ed è stato terribile, poi, renderci conto che ci aveva solo ingannati. Abbiamo perfino subito il trauma di un’esplosione in casa: qualcuno ha nascosto dell’esplosivo in una finestra della nostra abitazione e abbiamo avuto davvero tanta paura, è stato un momento terrificante. Minacce, pressioni, intimidazioni di ogni tipo: ne abbiamo passate veramente tante!
Il potere dell’Opinione Pubblica è immenso. Quando il Popolo si unisce e chiede a gran voce qualcosa, le Istituzioni devono rispondere in qualche modo. Nel nostro caso, purtroppo, nonostante l’appoggio di molto professionisti, c’è stata sempre una sorta di censura e se ne parla, ancora, davvero poco. Forse perché meno si parla di Davide e meglio è… ecco perché io ritengo che i mezzi d’informazione abbiamo un ruolo fondamentale in questi casi! Anche se per la nostra storia non c’è mai stata tutta l’attenzione che abbiamo riscontrato per altri, siamo sollevati che i più sensibili continuino a sostenerci, nonostante siano passati ormai venticinque anni dalla scomparsa di Davide. Io credo che, in ogni caso, noi cittadini dovremmo unirci tutti in una battaglia comune proprio per la ricerca di tante verità ancora nascoste, che spesso ci negano e relative a molti altri casi oltre al nostro. La verità di uno è la verità di tutti. La verità, infatti, è un diritto di tutti i cittadini che vivono in un Paese democratico.

È il ricordo a mantenere vive le persone di cui si sono perse le tracce. Qual è il tuo ricordo più vivo di tuo marito?

Ho tantissimi ricordi e tutti molto vivi, perché la mia mente non vuole dimenticare. Non possiamo dimenticare, né io, né i nostri figli, Daniele ed Erika. Si parla sempre molto poco dei nostri ragazzi, che nel 1990 erano solo dei bambini, ma loro hanno subito più di tutti la perdita del papà in così tenera età. Davide aveva un rapporto speciale con loro, era sempre molto presente, aveva cambiato la sua vita per vederli crescere e questo gli è stato negato. Ci è stato negato.

Il nostro ricordo di Davide è vivo, ma abbiamo anche la consapevolezza che, dopo venticinque anni, sarà davvero difficile rivederlo tornare a casa, però per noi è diventato essenziale capire cosa sia successo realmente quel 12 settembre 1990 e avere giustizia, perché non si può chiedere a una famiglia di archiviare un caso come questo. Quando si perde un familiare così caro in una circostanza tanto misteriosa, non si può imporre di dimenticare e noi continueremo nella nostra battaglia per la verità. Recentemente abbiamo citato in giudizio i Ministeri della Difesa e della Giustizia proprio perché, col comportamento di alcuni dei loro funzionari, hanno violato il nostro Diritto alla Verità attraverso una serie di depistaggi e negligenze. Noi vorremmo che, finalmente, un giudice terzo, possa verificare e accertare, dopo venticinque anni, ciò che realmente è successo a Davide e anche perché una parte delle Istituzioni si è così contrapposta a questa nostra ricerca della verità.