domenica 29 novembre 2015

Luca Ricatti: la Musica è la mia vita


Col suo nuovo album, “Fumo al vento”, il musicista folk Luca Ricatti, riscopre le sue radici, raggiungendo una nuova e meritata maturità artistica e personale. Frutto di una lunga lavorazione e interamente autoprodotto, questo disco proviene dalle corde più profonde della personalità del musicista che, è proprio il caso di dirlo, si esprime a pieno attraverso le corde della sua chitarra acustica, filo conduttore dell’opera. Ironico, pungente, evocativo, Luca racconta non solo sentimenti, ma vere e proprie storie, rivisitando ritmi e melodie popolari, descrivendo paesaggi e tradizioni e rievocando epoche passate impossibili da dimenticare. Dal dialetto romanesco, alle ballate medievali, Luca Ricatti è un interprete intenso e talvolta emozionato, che fa della piccola imperfezione vocale una vera e propria cifra stilistica e della critica costruttiva alle autorità del nostro tempo una sottile metafora del suo essere. I suoi, più che testi, sono filastrocche cucite sull’attualità attraverso il linguaggio universale della Storia e della caducità della natura umana. Tuttavia, nonostante fiumi d’asfalto e orizzonti di cemento, non dobbiamo permettere alla ripetitività della vita di città di portarci via la nostra voglia di progettare un futuro migliore, che abbia radici e ali, e, per questo cantautore di grande talento, c’è un unico rimedio: la musica, se non vogliamo che il silenzio ci porti via davvero, come fumo al vento…


Raccontaci le genesi del tuo nuovo album “Fumo al vento”: cosa ti ha ispirato? Cosa hai voluto esprimere e comunicare?

L'origine di molti brani si perde nel tempo. Ci sono canzoni che ho iniziato a scrivere più di quindici anni fa. Nel frattempo ero preso da altri progetti e ci lavoravo quando potevo. “Fumo al vento” è il culmine di un processo di maturazione della mia identità musicale e personale. Dopo molti anni passati a fare cose diverse, tra cui anche musica elettronica, ho sentito l'esigenza di tornare alle radici della mia esperienza musicale, che per me significava soprattutto tornare alla chitarra acustica. Le musiche delle tradizioni orali italiane erano una conseguenza inevitabile di questa ricerca di “radici”. La maggior parte dei pezzi dell'album sono scritti da me, ma sono fortemente influenzati dal folclore. Dietro questo bisogno di solidità, di trovare dei punti fermi, però, c'è anche la presa di coscienza della provvisorietà della vita umana e anche dell'arte, che non è eterna come ci piace immaginare. Da qui il titolo. In effetti se ti fermi a pensare che tutto, prima o poi, svanirà e sarà dimenticato, inevitabilmente finisci col chiederti cosa è davvero importante per te, a cosa vuoi dedicare il poco tempo che hai disposizione.

Da dove nasce la tua esigenza di fare musica? Che cantautore sei e quali sono i temi che vuoi approfondire e le storie che vuoi raccontare?

È una domanda difficile. La musica fa parte della mia vita da quando ero bambino, per me è un modo naturale di esprimermi. In effetti la scrittura di canzoni è solo una parte della mia attività di musicista. La parte musicale è qualcosa che fluisce in modo molto spontaneo. Invece per scrivere un testo devo essere davvero motivato, anche perché è un processo che dura mesi, a volte anni.
I temi che tratto più spesso sono l'ecologismo, il rapporto tra l'uomo e la natura, la crudeltà del potere e i suoi abusi.
C'è un'immagine che mi affascina molto e che viene dall'iconografia medievale. È la “danza macabra”: i morti escono dalle tombe per trascinare i vivi in un ballo. È una cosa che ha origini chiaramente religiose, ma a me affascina soprattutto per il suo aspetto “egualitario”, perché alla danza partecipano tutti, poveri e ricchi, che è un modo per dire che almeno di fronte alla morte gli uomini sono davvero tutti uguali. Per questo, quando racconto di persone morte per ingiustizie e abusi, uso i ritmi delle danze popolari. Come in “Ballo del matto”, ispirato alla storia di Franco Mastrogiovanni, o in “Ballo della pietà”, in cui racconto di un ragazzo ucciso a forza di botte da persone in divisa. Il contrasto suona strano, ma in qualche modo funziona. Mi piace il fatto di usare un'immagine antica per parlare di problemi moderni.

A quale pezzo di “Fumo al vento” ti senti più legato e perché?

Non sono capace di citare un solo titolo. Alcune di queste canzoni le ho scritte nel corso di anni e per questo le sento molto intime, come “Foglia morta”, “Fumo al vento” o “Polvere da sparo”. Queste canzoni sono davvero “pezzi di me”. 
Poi c'è il “Ballo del matto”, che riscuote sempre successo quando la eseguo dal vivo ed è una cosa che mi fa molto piacere, perché è una canzone di denuncia sociale. La prima volta che lessi del caso Mastrogiovanni, che non era affatto un “matto”, ne rimasi sinceramente sconvolto. Franco è morto durante un trattamento sanitario obbligatorio, dopo circa novanta ore legato mani e piedi a un letto di ospedale. La sua è una storia di vera e propria persecuzione. La canzone ho iniziato a scriverla molto tempo dopo aver letto della sua vicenda. Mi aveva lasciato dentro un segno profondo, una cosa che a un certo punto ho dovuto esprimere.

È ancora possibile, oggi, secondo te, fare della musica una professione a tempo pieno? Fai un bilancio della tua esperienza di cantautore, tra ostacoli e soddisfazioni.

Le soddisfazioni e gli ostacoli sono direttamente proporzionali. È molto dura e per questo ogni singolo complimento, ogni concerto andato bene riempiono il cuore. Ad ogni modo, farne una professione è divenuto quasi una chimera. Nel corso degli ultimi venti anni il mercato discografico ha subito un vero stravolgimento, che, come tutte le crisi economiche, ha acuito le differenze tra ricchi e poveri, laddove i poveri sono gli attori del mercato indipendente, non legato alle major.
Personalmente ho scelto la strada dell'autoproduzione perché non riesco più a vedere grandi vantaggi nell'avere un contratto con un'etichetta. Produrre un disco è un passo fondamentale nella carriera di un musicista, ma al tempo stesso è ormai un investimento molto poco conveniente e questo ha creato tutta una serie di storture. In realtà, l'ultima attività potenzialmente redditizia per i musicisti è rappresentata dai concerti, ma è facile essere ghettizzati, ritrovarsi a suonare sempre negli stessi posti. Per spostarsi oltre i confini ristretti della propria regione senza rimetterci, tra viaggio, vitto e alloggio, bisogna essere in grado di chiedere cachet elevati. Insomma, è difficile. 
Ma, nonostante tutto, non sono pessimista. La situazione del mercato discografico è ben lontana dall'essersi stabilizzata e non è da escludere che col tempo si configurino scenari migliori. Siamo tutti alla ricerca di nuovi equilibri. Di sicuro internet ha un ruolo sempre più importante e gli artisti in grado di usare la rete in modo efficace avranno molte più frecce al loro arco.

A cosa stai lavorando attualmente? Raccontaci quali sono i tuoi progetti per il futuro.


Sto facendo promozione all'album. Poi scrivo sul mio blog che, per essere il blog personale di un musicista, ha buoni riscontri in termini di numero di visite e ricevo continui apprezzamenti da lettori affezionati Scrivo anche una rubrica fissa sulla rivista LineaTrad. E poi sto lavorando sulla chitarra, che è la cosa che più mi appassiona, in particolare su diversi arrangiamenti in fingerpicking di balli tradizionali. Sto scrivendo anche nuove canzoni, ma nel prossimo album ci sarà più spazio per i brani strumentali. D'altra parte la chitarra acustica sta vivendo un periodo di popolarità e la comunità di appassionati è in crescita. È molto stimolante sapere che in un mondo ormai del tutto digitalizzato, sempre più persone si interessano alla musica acustica.

www.lucaricatti.it

mercoledì 25 novembre 2015

Fabio Amendolara: quando il giornalismo diventa una missione


Ha da poco ricevuto una medaglia dalla Presidenza del Senato della Repubblica per il suo costante impegno a difesa dei diritti delle donne vittime di violenza e, con le sue inchieste, tenta di far luce su alcuni dei misteri della sua terra, la Basilicata. Si tratta di Fabio Amendolara, un giornalista che, con passione e talento, ha fatto del suo mestiere una vera e propria missione con grande naturalezza e senza sensazionalismi, scrivendo semplicemente di ciò che sa, di ciò che vede e di ciò che riesce a scoprire, investigando sul campo.
La più grande capacità di Fabio è proprio quella di fare giornalismo servendosi di tutti i media a sua disposizione, dalla carta stampata, alla radio, passando per il web e la televisione, senza che stridano l’uno con l’altro. I suoi libri inchiesta, “La colpa di Ottavia” e “Il segreto di Anna”, EM Editore, raccontano la storia della piccola Ottavia De Luise, vittima dimenticata di una rete di pedofili a metà degli anni Settanta, e di Anna Esposito, il Commissario ritrovata morta nel 2001, ma che, solo apparentemente, sembra essersi suicidata.
Quello di Fabio Amendolara è un modo di fare giornalismo che coniuga alla lealtà dei grandi del mestiere, l’abilità di utilizzo di ogni mezzo di divulgazione, lasciando che siano i fatti riscontrabili a parlare e non le opinioni nate solo dalla voglia di schierarsi sempre e comunque.

Hai iniziato la tua carriera di scrittore con due storie molto diverse: quella di Ottavia De Luise e quella di Anna Esposito, due misteri apparentemente dimenticati. Come mai hai scelto di occupartene? Chi sono Anna e Ottavia?

Sono le storie di due vittime dimenticate. La Basilicata ci aveva messo una pietra sopra e l'Italia non le conosceva. Ma erano le storie di due vittime che meritavano riscatto. La prima perché Ottavia, che era una bambina di 12 anni, è stata definita dal carabiniere che doveva cercarla (Ottavia scompare da Montemurro, in provincia di Potenza, il 22 maggio del 1975) "una poco di buono" perché "si accompagnava con gli anziani del paese". Era invece un caso di pedofilia riconosciuto da tutta la comunità di Montemurro e finito nel peggiore dei modi: con la morte della bambina. Quello di Anna Esposito è un omicidio truccato da suicidio. Bisognava restituire dignità alla vittima.


I casi che hai trattato sono profondamente legati alla tua terra, la Basilicata. Da dove nasce l’esigenza di diffondere e raccontare storie del territorio da cui provieni?

La Basilicata è, da sempre, un ghetto mediatico. Tutto ciò che accade qui difficilmente esce dai confini regionali. E anche i casi di cronaca nera, di cui lettori di giornali e telespettatori sono ghiotti, vengono ignorati dalla stampa nazionale. Ma è una terra che ha bisogno di attenzione: sono una ottantina - stando ai dati forniti dall'Associazione Libera - gli omicidi misteriosi che non hanno trovato soluzione. La Basilicata si è meritata sul campo l'appellativo di "regione noir". Nonostante ciò è ignorata dai grandi quotidiani e dalle televisioni. Per me far conoscere queste storie al grande pubblico è stata anche una sfida intellettuale.


Ti senti più un giornalista o uno scrittore? Come coniughi queste professioni solo apparentemente così diverse?

Sono solo un giornalista. Mi occupo di inchieste e cerco di farlo con tutti i mezzi mediatici disponibili: carta stampata, tv e - cosa sperimentale per la cronaca nera - anche la radio, strumento finora mai usato per raccontare le storie delle vittime. Ovviamente tra gli strumenti che ha a disposizione un giornalista ci sono anche i libri: ecco perché ho raccontato la storia di Ottavia e quella di Anna anche “in quel formato”.



Qual è, o quale potrebbe essere, il ruolo dell’informazione nella risoluzione di casi come quelli di cui ti occupi?

Ritengo che riscoprire un certo giornalismo, ormai desueto e ignorato dai direttori dei quotidiani, sia necessario. L'investigazione giornalistica è quasi scomparsa e ha lasciato spazio a chi fa il copia e incolla delle intercettazioni telefoniche o preferisce la strada più semplice: fare da megafono alle Procure. È invece necessario riscoprire il giornalismo investigativo per rendere autorevoli quotidiani e televisioni che, colpiti duramente dalla crisi dell'editoria e dall'avvento dei social network, rischiano di essere sempre meno incisivi.

A cosa stai lavorando attualmente? Raccontaci quali sono i tuoi programmi per il futuro.


Sono concentrato su tre morti sospette: tre carabinieri - uno del Centro Italia e due della Calabria - che nelle versioni ufficiali si sono suicidati. Gli atti delle inchieste, invece, raccontano altro.

domenica 22 novembre 2015

Deborah Riccelli: una voce per le Vittime di femminicidio e di violenza


La Giornata Internazionale contro la Violenza sulle Donne si sta avvicinando e, ancora una volta, abbiamo constatato quanto sia davvero efficace la sensibilizzazione verso temi difficili, come questo, se effettuata attraverso il linguaggio della narrativa. “Nessuno mai potrà + udire la mia voce”, Nuova Palomar Edizioni, infatti, non è il solito libro inchiesta, ma un vero e proprio romanzo che, ispirandosi alle storie di tante donne vittime di violenza, dà voce proprio a loro, attraverso i pensieri di una protagonista di nome Francesca, che non esiste realmente, ma vive nel cuore di molte.
L’autrice di questo libro davvero toccante è Deborah Riccelli, fondatrice e Presidente de “Oltreilsilenzio Onlus”, un’Associazione e Centro Antiviolenza che ha sede a Genova e che si occupa non solo delle vittime, ma anche del sostegno legale e psicologico ai loro familiari, aspetti spesso trascurati. Deborah Riccelli narra, con delicatezza e sensibilità, tanti anni di esperienza al fianco di donne che devono essere di esempio a tutte noi, raccontando, con uno stile che ha la genuinità delle pagine di un diario e la potenza narrativa del flusso di coscienza, il coraggio che c’è nell’affermazione dei propri diritti.



Si può morire per amore? È questa la domanda alla quale si cerca di rispondere in “Nessuno mai potrà + udire la mia voce”, Nuova Palomar Edizioni, confutando decisamente la tesi che chi uccide possa mai farlo per amore. Raccontaci la genesi di questo libro: cosa ti ha ispirato durante la stesura?

La storia di Francesca nasce dal mio bisogno di dare voce alle vittime di Femminicidio. Mi occupo di violenza sulle donne da moltissimo tempo, ma non ho mai sentito l'esigenza di raccontare, ovviamente romanzandola, la storia delle donne che incrociavano il mio cammino, confidandomi le loro sofferenze. Provo una rabbia immensa ogni volta che apprendo la triste notizia di una nuova vittima, mentre ascolto avvocati, psicologi, criminologi, opinionisti, amici e familiari che ci dicono che cosa provava o perché la vittima si è comportata in un modo, invece che in un altro, cercando di ricostruire i fatti, quando ormai è troppo tardi. Queste ragazze muoiono. Sono sole di fronte al loro assassino, che non ci dirà mai la verità su quello che è accaduto. Quello che è successo, perché sono andate a quell'ultimo incontro fatale, come mai hanno lasciato scritto quel biglietto o hanno inviato quell'ultimo sms lo sanno solo le vittime e loro non ce lo potranno dire mai più. Per questo motivo è nata Francesca. Non volevo rubare i ricordi a nessuno, ma mi sono lasciata ispirare da una realtà quotidiana che va raccontata, anche col linguaggio della narrativa. Ho cercato di immaginarla, Francesca. Così ho pensato ai suoi occhi, ai suoi capelli, al suo sorriso. Le ho dato una famiglia, un ex fidanzato, un nuovo amore, delle amiche e dei ricordi e lei è venuta al mondo per raccontare la storia di tante.

Da dove nasce la tua esigenza di scrivere? Che autrice sei: segui l’ispirazione a ogni ora del giorno o hai un metodo collaudato al quale non puoi rinunciare?

La mia esigenza di scrivere nasce dal mio bisogno di essere ascoltata e anche di essere letta. Scrivo moltissimo, osservo la vita degli altri e immagino sensazioni e sentimenti. Quando torno a casa creo delle storie, cercando di immedesimarmi nei vari personaggi. Mi piace molto e ne sento la necessità, anche se ho sempre tenuto queste storie tutte per me. Con Francesca è andata diversamente. Ho sentito il bisogno di far ascoltare la sua voce. Vorrei che, dopo aver letto il mio romanzo, le persone si soffermassero di più su chi sono le vittime e non solo sugli assassini. Purtroppo sto notando un bisogno morboso della gente comune di interessarsi a loro, al perché lo hanno fatto, a come hanno ucciso, al luogo del delitto e così via. In pochi pensano, invece, a una vita interrotta, a dei sogni che non si realizzeranno mai e alle famiglie distrutte da questo dolore. L'interesse protratto nel tempo non riguarda mai le vittime, che sembrano sempre passare in secondo piano troppo presto.



Chi è Francesca, la voce narrante della storia che racconti? Come la definiresti e, in generale, come delinei i personaggi dei tuoi libri?

Francesca è davvero una ragazza come tante. Una giovane che non può essere definita "a rischio", che ha vissuto dentro tante di noi, o che, comunque, quotidianamente potrebbe passarci accanto. La normalità e la semplicità di Francesca, della vita che conduce e della sua famiglia, sono state una scelta voluta e ponderata. Perché tutti devono capire che nessuna è immune e che certe tragedie possono accadere in ogni famiglia. L’immediatezza dei personaggi di un racconto è importantissima, sia per chi legge, sia per chi scrive.
Proprio nell’ottica della divulgazione di questi temi, sono felice di raccontare che il mio libro è arrivato anche a teatro, diventando uno spettacolo davvero unico, grazie al Municipio I, Centro Est, del Comune di Genova e alla sensibilità delle Assessore Maria Carla Italia e Paola Ravera, con le quali abbiamo anche portato avanti un bel progetto di sensibilizzazione nelle scuole superiori. Abbiamo debuttato domenica 8 novembre al Teatro Carlo Felice di Genova con la Compagnia Teatrale “Arte in Palco”, la partecipazione straordinaria dell'attrice Ambra Giordano e la regia di Angelo Formato e, nelle prossime settimane, porteremo lo spettacolo anche nelle scuole. Il mettere in scena il romanzo ci permetterà, sicuramente, di trasmettere, a chi avrà il piacere e la possibilità di venire ad ascoltarci, quanto sia importante prendere consapevolezza di questi tempi così importanti.


Sei fondatrice e Presidente de “Oltreilsilenzio Onlus Centro Antiviolenza – Genova”, un’Associazione che si occupa non solo delle vittime di violenza, ma anche del sostegno legale e psicologico ai loro familiari. Quanto è difficile sensibilizzare l’opinione pubblica e i mezzi d’informazione verso questi temi? Come si può aiutarvi concretamente?

Dopo tanti anni passati ad occuparmi solo delle vittime ho deciso di fondare “Oltreilsilenzio Onlus”, un Centro contro la violenza di ogni genere che ha un qualcosa in più. Si occupa, infatti, dell'assistenza legale e psicologica delle famiglie delle vittime di Femminicidio. Nessuno pensa a loro. Nessuno pensa a quanto è faticoso sopravvivere a questa tragedia. Ci si occupa del recupero psicologico dell'assassino, perché venga rieducato e reinserito nella società, ma mai di quello dei familiari delle vittime.
Sensibilizzare l'opinione pubblica è difficilissimo. Forse negli ultimi anni ancor di più, perché l'informazione è tanta e non sempre moderata e vera. Quindi si rischia, quando si prova a sensibilizzare qualcuno, di ricevere in risposta frasi del tipo: “Ancora? Non si sente parlare d'altro!” Ebbene, io credo che i più non sappiano proprio nulla di ciò che accade realmente. Il pubblico si divide tra chi è stufo e chi è morboso, ma manca chi ascolta davvero, la cosa più importante.

Facciamo un bilancio del percorso fatto dall’Associazione in questi anni di attività: quali sono gli obiettivi raggiunti e quali gli ostacoli contro cui vi scontrate ogni giorno? Quali sono i vostri progetti per il futuro?

Il bilancio sull'attività della mia Associazione è sicuramente positivo, ma avremo bisogno di nuovi fondi, poiché abbiamo molti progetti da portare avanti e vorremmo che tali progetti, che aiuterebbero molta gente, non restassero solo dei sogni senza futuro.

La storia di Francesca è inventata, ma è dedicata a Veronica Abbate. Veronica è stata uccisa a soli diciannove anni dal suo ex fidanzato, in provincia di Caserta. Per mia decisione i diritti d'autore ricavati dalla vendita del romanzo saranno devoluti all'Associazione V.E.R.I. nata in suo nome e in sua memoria. 

mercoledì 18 novembre 2015

Cristina Caboni: scrivo, privilegiando il cuore


Angelica è una donna forte e volitiva, ma incapace di mettere radici in un luogo. Il suo mestiere di apicultrice itinerante è più di un semplice lavoro: si tratta, infatti, una vera e propria ragione di vita, che la fa sentire veramente a casa solo quando è circondata dal vibrare rassicurante delle sue piccole amiche e dal profumo dolce del loro nettare, del quale conosce ogni segreto e ogni benefica proprietà. Quando un’inaspettata eredità la conduce nuovamente nell’isola dove è cresciuta e dove è stata veramente felice, molte cose cambiano per Angelica, che dovrà fare i conti con un passato doloroso, se vorrà cambiare il suo destino. Ad aiutarla, però, ci sarà Nicola, un uomo affascinante e misterioso, che conosce la sua triste storia e vuole infonderle il coraggio necessario per tornare di nuovo a sentirsi a casa.
“La custode del miele e delle api”, il nuovo romanzo di Cristina Caboni, edito da Garzanti, è una storia delicata e profonda, sul coraggio di una donna e sull’importanza delle sue radici, le uniche in grado di farle spiccare veramente il volo. Lo stile dell’autrice è, ancora una volta, intenso ed evocativo, colorato e pieno di profumi e di suoni, che sembra di sentire realmente, vividi ed emozionanti, durante la lettura. La semplicità dell’intreccio esalta fortemente l’aspetto psicologico dei protagonisti, nei quali è facile immedesimarsi, grazie alla fluidità dei dialoghi e delle descrizioni.
Cristina Caboni ha fatto una scelta coraggiosa: seguire la sua inclinazione naturale e scrivere, privilegiando le esigenze del suo cuore, che non sempre vanno di pari passo con quelle del portafogli, ma che, con impegno e temerarietà, possono arrivare a congiungersi, facendo trionfare il talento.             



Da dove nasce la tua esigenza di scrivere? Che autrice sei: segui l’ispirazione in qualunque momento della giornata o hai un metodo rigoroso al quale non puoi rinunciare?

Sono cresciuta in un’isola di racconti. Le leggende della mia terra sono profondamente radicate nella tradizione e narrano di tempi passati dove fate e giganti popolavano foreste, sorgenti e castelli di pietre. Un giorno ho capito che anche io avevo qualcosa da dire. 
Ogni storia ha le sue esigenze e si rivela in modo differente. “Il sentiero dei profumi”, il mio primo romanzo, è nato da una giornata d’estate trascorsa tra le api e da una gita a Firenze, all’interno dell’officina di Santa Maria Novella. Avevo già un abbozzo di trama, e un’intuizione. Sapevo che il profumo è un linguaggio e da lì sono partita. Ho approfondito e studiato, così da un’idea è nato un romanzo scritto di getto. La sua realizzazione è stata facile, perché, nel tempo, la storia aveva acquistato spessore, si era rivelata e io la conoscevo profondamente, ancora prima di scriverla.  “La custode del miele e delle api”, invece, ha preteso un percorso autonomo. È nato piano piano, capitolo dopo capitolo. Ho scritto il romanzo più volte, e non mi sono fermata finché non ho realizzato che, finalmente, avevo trovato la strada giusta. Spesso raccontare ciò che si conosce intimamente è più difficile, perché ti pone davanti a delle scelte che, diversamente, non avresti.   

Raccontaci la genesi del tuo nuovo romanzo “La custode del miele e delle api”, la storia di Angelica, una donna sempre in viaggio: cosa ti ha ispirato durante la stesura?

Angelica è una donna incapace di fermarsi in un luogo, perché il suo non è un semplice viaggio, ma una ricerca. E, come spesso avviene, ciò che si desidera intensamente, che si rincorre con ostinazione, è molto più vicino di quanto possiamo immaginare. È stato questo ad ispirarmi. La consapevolezza che la strada per la felicità passa attraverso la parte più recondita della nostra anima, e solo sciogliendo i nodi del nostro cuore, dei nostri sentimenti e delle nostre emozioni, possiamo vedere il mondo con chiarezza, e dunque scegliere il nostro percorso.

Chi è Angelica Senes, la protagonista della storia? Come la definiresti e, in generale, come delinei i personaggi delle tue storie?

Angelica è una donna forte, che prende decisioni, sceglie, ed è artefice del proprio destino. Possiede una straordinaria sensibilità che le permette di vedere ciò che spesso passa inosservato. Le api, la natura, i fiori e le piante sono la sua dimensione ideale. Il mondo che ama e capisce. Ma non è una sognatrice. È una donna che concretizza i suoi piani, li elabora e vive intensamente senza scendere a compromessi. È riservata, gentile, ma ferma. Esigente con sé stessa e con gli altri. Angelica segue la filosofia dell’alveare.
Io non creo i personaggi. Quando penso a una storia loro vengono da me e mi raccontano le loro vite. Ci vuole tempo e molta pazienza, perché li devo conoscere profondamente, prima di poterne scrivere. 

Sei riuscita a fare del tuo più grande talento un mestiere: che ostacoli hai incontrato e incontri ancora adesso nel tuo percorso? Cosa significa, al giorno d’oggi, collaborare con un grande editore?

Non è sempre stato così. Prima di essere un’apicoltrice sul campo, facevo altro. Mi piace pensare che la felicità di oggi, l’intensa soddisfazione di questa mia nuova vita, sia il compenso per un gesto coraggioso del passato. A quell’epoca ho rinunciato alla sicurezza, privilegiando il cuore. È stato difficile trovare un equilibrio capace di garantire un reddito e, allo stesso tempo, permettermi di seguire le mie aspirazioni. La vita ti chiede sempre un prezzo, ma devi decidere tu come pagarlo. Sono stata molto fortunata ad approdare in Garzanti. È una casa editrice straordinaria, che mi ha colpito immediatamente per il calore umano, la competenza e la professionalità. In breve: il nostro è stato un colpo di fulmine. Non ho mai incontrato una difficoltà che non potesse essere affrontata con un po’ di dedizione e impegno. È così che vivo ogni istante, mettendoci tutto il mio cuore. 

A cosa stai lavorando attualmente? Nuove emozionanti storie d’amore e di vita? Parlaci dei tuoi progetti per il futuro.


Storie d’amore e di vita, lo hai detto tu! Ebbene sì, sto scrivendo un nuovo romanzo, e mi piace tantissimo. Spero che possa piacere anche a voi, perché questo sarà dedicato ai miei lettori. 

www.custodedelmiele.com

domenica 15 novembre 2015

Parigi, 13 novembre 2015: cosa faremo domani?


Oggi ci sentiamo tutti inermi. Siamo turbati e commossi. Indignati e furiosi. Ascoltiamo le dichiarazioni dei grandi della Terra e ci sentiamo indifesi e in pericolo. Circondati e impauriti.
Ma cosa faremo domani? Voi Romani, come me, cosa farete? Noi, che siamo il prossimo punto sulla lista nera, cosa siamo disposti a fare? Usciremo di casa e prenderemo la metropolitana guardinghi, sobbalzando a ogni velo? Stracceremo il biglietto del teatro, convinti che, per il momento, sia meglio evitare? Rinunceremo alla pizza del sabato sera, almeno per un po’? O non ci lasceremo attanagliare dalla paura, tra orgoglio e fatalismo?
La realtà è che, probabilmente, non abbiamo scelta e, proprio per questo, abbiamo paura. Ci sentiamo in diritto e in dovere di dire la nostra, in una sorta di terapia collettiva fatta di Social Network e Telegiornali, tra la voglia di documentare e quella di dimenticare. Siamo in lutto. E, nella speranza che chi di dovere trovi il modo di proteggerci, il nostro compito è solo rielaborare una perdita. Perché ciascuno di noi, a suo modo, ha perduto qualcosa di diverso meno di quarantotto ore fa.
Ieri sera mi è tornata in mente una vecchia filastrocca di Gianni Rodari dedicata a Don Chisciotte. E questa è la prova che la buona scuola è nel talento degli insegnanti e che le nostre opinioni più profonde si formano ancor prima che noi stessi ne siamo completamente consapevoli e riaffiorano proprio quando ne abbiamo bisogno, sorreggendoci nel dolore e nella confusione.

“In cuore abbiamo tutti un Cavaliere pieno di coraggio, pronto a rimettersi sempre in viaggio, e uno scudiero sonnolento, che ha paura dei mulini a vento...”

Così scriveva Rodari. E, forse, è proprio così che ci sentiamo stamattina: ci sembra di lottare contro dei mulini a vento pronti a farsi saltare in aria, ma non vogliamo permettere alla paura di vincere. La nostra scelta è proprio lì, tra il Cavaliere pieno di coraggio e lo scudiero sonnolento, che ha paura dei mulini a vento. L’uno non esclude l’altro, perché in un Mondo così Globale ciascuno di noi ha una storia da raccontare: magari un vecchio amico di Parigi, il ricordo di un viaggio, qualche foto da riguardare. Prendiamoci il nostro tempo, senza slogan, e mettiamoci a tavolino con il nostro Cavaliere coraggioso e con lo scudiero sonnolento, per decidere insieme cosa fare domani. Perché, anche se, forse nessuno saprà mai spiegarlo neppure a noi, qualcuno dovrà pur raccontare ai bambini e ai ragazzi cosa è accaduto solo poche ore fa, trasmettendo la speranza e la forza della ragione.

Ma se la causa è giusta, fammi un segno, perché - magari con una spada di legno - andiamo, Don Chisciotte, io son con te!


Conclude Rodari. E non c’è causa più giusta del nostro domani.


lunedì 9 novembre 2015

Chantal e Eliana Corrado: “Scrittura & Scritture”, il bello dell’Editoria di qualità


Che l’Editoria italiana stia vivendo un periodo di forte decadenza, lo sappiamo già da tempo. Ciò è dovuto non soltanto alla crisi economica globale, che ha colpito tutti i settori produttivi, ma anche, e forse soprattutto, alla cronica pigrizia dei lettori nostrani, sempre fagocitati dalle proposte dei grandi editori e troppo distratti per esigere prodotti di qualità superiore.
Tuttavia, fortunatamente, i preziosi esempi di coraggiosa eccellenza esistono ancora anche nel settore editoriale: bisogna solo avere la costanza di cercarli e coltivarli, sostenendoli come imprese del nostro Made in Italy che, per una volta, non hanno a che fare col cibo per il corpo, ma per la mente: i libri.
“Scrittura & Scritture” è una piccola Casa Editrice Indipendente fondata, a Napoli, da Chantal e Eliana Corrado, che rappresenta una stella luminosa di un firmamento tutto da scoprire. L’abilità di “Scrittura & Scritture” sta proprio nel seguire gli autori dalla prime fasi di correzione e sistemazione dell’opera, accuratamente selezionata, fino alla promozione del prodotto finito attraverso numerose iniziative, passando per la vera e propria creazione, squisitamente artigianale, di un supporto di pregio, scelto con gusto in ogni suo aspetto. L’eleganza delle copertine, la sobrietà dei formati e l’attenzione, perfino, per il tipo di materiali di stampa, oltre che per i formati digitali, sono la punta di diamante di un lavoro di selezione di autori e opere di grande varietà e interesse, tutte tessere imprescindibili di un catalogo composto e arricchito con la perizia di un mosaico antico.
Ma quanto è difficile, oggi, fare la vita dell’Editore Indipendente? Come si bilanciano qualità e quantità? Valore letterario e profitto economico? Abilità imprenditoriale e intuito da talent scout? Saranno le stesse Chantal e Eliana Corrado a svelarci la loro formula magica per il successo, non dimenticando mai che anche il libro è un prodotto che va venduto col cuore.


Tutti scrivono, ma nessuno legge, sembra essere diventato un tormentone tutto italiano: cosa significa, oggi, essere un Editore di qualità nel nostro Paese?

Per noi, piccola Editoria indipendente, significa fare attenzione a ciò che si sceglie di pubblicare, selezionare tanto contenuto, stile, scrittura, autore; curare molto il “prodotto libro” in tutte le sue fasi: editing, correzione di bozze, impaginazione, grafica e promozione, con l’obiettivo finale di offrire al lettore un buon libro, sia che lo diverta, sia che lo faccia riflettere, insomma che gli lasci il segno.

Facciamo un bilancio della vostra attività: quali sono gli obiettivi raggiunti e quali le difficoltà che affrontate quotidianamente?

Siamo arrivate a risultati di vendita dei nostri titoli molto buoni e siamo in crescita. Vista la crisi economica dalla quale l’Italia pare stia uscendo, seppur lentamente, ci sembrano obiettivi importanti.
Tra le difficoltà c’è sempre quella della lotta contro il tempo.
Il rapporto con il tempo a disposizione è sempre poco, pertanto diventa importante gestire bene le risorse umane: una piccola casa editrice come la nostra, composta da cinque persone, comprese le editrici, che al di là dei rispettivi ruoli devono svolgere molte altre attività, richiede un impegno organizzativo quotidiano e una costante e forte dedizione al lavoro, con ritmi di lavoro sempre molto estenuanti. Sai quando comincia la giornata, ma non quando finisce… e poi anche la gestione economica è importante, stare attenti a non fare passi falsi, o salti nel vuoto.

Com’è il rapporto coi vostri autori? È ancora possibile dedicarsi alla scoperta di nuovi talenti e dar loro fiducia?

Siamo convinte che gli autori vadano seguiti, non a caso diciamo che l’investimento della Casa Editrice non è solo, o tanto, sul singolo libro, quanto piuttosto sull’autore. Cerchiamo di instaurare un rapporto basato prima di tutto sulla stima, trasparenza e onestà: li seguiamo non solo in fase di editing e lavoro sul testo ma anche dopo, durante la promozione, e li consigliamo. Crediamo di aver instaurato con loro un buon rapporto; con alcuni di loro si lavora insieme da anni. Del resto, se la stima è reciproca, il rapporto nel tempo può solo consolidarsi e crescere.
Certamente è stimolante portare alla luce nuovi talenti, ci si può riuscire, ma è difficile per un editore puntare su un autore sconosciuto o esordiente. Al di là della bontà dei loro testi, alle volte devi capire subito il tipo di autore: se vale davvero la pena investire risorse economiche e umane su di lui, o se stai puntando su scelte troppo azzardate che, se fallisci, sono un danno e una perdita notevole. A questo si aggiungono purtroppo le difficoltà (spazio e visibilità) e le molte porte chiuse che l’autore sconosciuto incontra una volta che ha pubblicato il suo libro, al di là dei suoi e degli sforzi della casa editrice.

L’avvento dell’ebook ha segnato una rivoluzione per l’Editoria di tutto il Mondo. Cosa sta accadendo in Italia? Siamo davvero pronti e propensi a un graduale cambiamento, sia come lettori, sia come editori?

L’ebook offre molte possibilità soprattutto per studio, nelle scuole, una facilità di reperire il testo in pochi clic, ma in Italia siamo ancora lontani da una sua piena fruibilità. Inoltre, a mancare, secondo noi, sono i contenuti. Spesso si pensa all’ebook per testi su quali non si vuole azzardare un investimento più cospicuo di tempo, risorse e denaro che richiederebbe il cartaceo, oppure come “banco di prova” per autori di cui non si è tanto convinti, ma anche l’ebook, in realtà, richiede un’adeguata selezione, cura nella produzione e promozione, aspetti che, anche qui, spesso difettano. Per non parlare del discorso della pirateria e del controverso argomento dell’IVA: rimarrà al 4% anche dopo la bocciatura della comunità Europea?
Il nostro è un lavoro che ci porta sempre a fare dei cambiamenti, a volte, in poco tempo, dovremmo essere pronti per questo. Ciò non significa dover rinunciare al cartaceo, ma, forse, considerare nuove strategie. Come lettrici, noi preferiamo il cartaceo, ma prima o poi crediamo che ci abitueremo anche all’ebook: ciò avverrà in più tempo e con più lentezza rispetto alle generazioni già nate in piena era del libro elettronico, al punto che in molte scuole già viene adottato!

A quali iniziative vi state dedicando attualmente e quali sono i vostri progetti per il futuro?


Ci stiamo dedicando a tre nostre novità editoriali, afferenti a tre generi narrativi diversi, alla terza edizione del nostro circolo letterario “Book & Tè” e a “Narrazioni, in corso”, un corso di scrittura di secondo livello, riservato a tutti coloro che hanno già un po’ dimestichezza con la scrittura, ma vogliono affinare la loro arte o, soltanto, mantenerla in esercizio. Poi, in collaborazione con l’Associazione Culturale Econote, porteremo avanti il progetto “Passeggiate d’autore”, in giro per la città di Napoli, nei luoghi dei libri, iniziativa lanciata con due appuntamenti l’estate scorsa. Altri progetti sono già in cantiere per il 2016, ma sono ancora in fase embrionale. Insomma siamo sempre in fermento! 

www.scritturascritture.it

sabato 7 novembre 2015

Rossella Padovano: il fascino del fantasy, tra passato, presente e futuro

Devo ammetterlo: non sono un’esperta di fantasy e le mie letture in merito non vanno oltre i classici del genere, ma la scoperta del romanzo di Rossella Padovano, “La Grazia dell’Acqua”, edito da Lettere Animate, è stata piacevolmente sorprendente e mi auguro davvero che questa autrice, dal talento tutto da scoprire, si cimenti presto nella stesura di un nuovo romanzo.
Magari la struttura di questo libro non sarà perfetta e lo stile non sempre coerente, ma i punti di forza del romanzo sono la capacità di unire il racconto di sentimenti universali nel tempo e nello spazio, come l’attaccamento alle proprie origini e la passione dell’amore giovanile, con gli ambienti fantastici di un mondo futuro, che ricorda molto le atmosfere medievali.
Rosensin e Ardesiani, le due razze che abitano il pianeta descritto da Rossella Padovano, non potrebbero essere più diverse tra loro, ma cosa potrebbe accadere se i due rampolli dei popoli rivali si innamorassero perdutamente l’uno dell’altra? Le pagine scorrono, come un fiume in piena, e le avventure non mancano, tra echi shakespeariani e rievocazioni della mitologia classica, trasportandoci in un mondo pieno di sorprese, che ha una sola cosa in comune col nostro: l’acqua, limpida e rassicurante fonte di vita, ma anche di insospettabili insidie.


“La Grazia dell’Acqua”, edito da Lettere Animate, è un fantasy dalle atmosfere medievali decisamente sui generis, intriso di storia e di passioni inaspettate. Raccontaci la genesi di questo libro: cosa ti ha spirato durante la stesura?

Non ho avuto un'unica fonte d’ispirazione. La musica classica e i soggetti dell'opera sicuramente mi hanno sempre affascinato. Poi, come molti, attingo idee e spunti anche da ambiti apparentemente distanti dai temi del racconto, come l'arte classica, il cinema d'autore, il fumetto. Un elemento, credo, importante, è stato sicuramente il luogo dove vivo da alcuni anni, una terra amata e celebrata da Luchino Visconti, dove è stato girato il suo più grande capolavoro.

Da dove nasce la tua esigenza di scrivere? Che autrice sei: segui l’ispirazione a qualunque ora del giorno o hai un metodo collaudato al quale non puoi rinunciare?

La voglia di scrivere non nasce ma emerge lentamente. Non la vedi, né la senti subito. Sono convinta che per scrivere un racconto sia necessaria disciplina e dunque un metodo. Tuttavia spesso mi capita di avere idee estemporanee o frames da registrare in momenti inusuali della giornata.

Come definiresti i protagonisti della storia, appartenenti a “razze” contrapposte, ma profondamente legati da un amore segreto? Come delinei, in generale, i personaggi dei tuoi romanzi?

I protagonisti del mio romanzo li definirei “classici” nei sentimenti, ma “moderni e contemporanei” nell'approccio alla vita. Tratto ogni personaggio come se avesse una storia ben precisa alle spalle, cerco di dargli profondità, anche se spesso una parte dello studio su di loro non la utilizzo concretamente nel racconto.

Per saper scrivere bene occorre, certamente, leggere tanto: che libro c’è sul tuo comodino? Che generi prediligi?

Al momento sto leggendo “Chourmo”, il secondo libro della trilogia marsigliese di Jean-Claude Izzo. Più che determinati “generi”, prediligo gli autori irruenti e viscerali come Jean-Claude Izzo appunto, o Louis-Ferdinand Céline. Naturalmente sono convinta che una base di testi classici sia importante e per questo Tolstoj, Jane Austen, Virginia Woolf o Shakespeare, ancora oggi, costituiscono un punto di riferimento per la mia scrittura. Non sono una grande lettrice di romanzi rosa, i sentimenti raccontati mi piacciono quando si sviluppano e si intrecciano all’interno di altre storie.

A cosa stai lavorando attualmente? Raccontaci quali sono i tuoi progetti per il futuro.

In questo periodo sto lavorando a un progetto basato su tematiche più urbane e noir. Abbastanza diverso dal “La Grazia dell'Acqua”, con i cui protagonisti, per così dire, sono rimasta in ottimi rapporti, per cui, chissà, magari, un giorno, li potrete rincontrare.

I prossimi mesi li trascorrerò concentrandomi sulla revisione e riscrittura del mio secondo racconto, che prevedo di finire entro dicembre e spero mi riservi belle sorprese. Continuare a lavorare per diventare una scrittrice sempre migliore, rimane l’obiettivo principale, sono convinta che, alla fine, l’impegno porterà dei risultati.

Rossella Padovano Web Site

giovedì 5 novembre 2015

Raffaele Sollecito: il mio cammino fuori dalla notte


Se questa storia fosse nata dall’estro di uno scrittore o di un regista, sarebbe naturale scegliere da che parte stare. Ognuno di noi si schiererebbe seguendo il proprio istinto, il cosiddetto sesto senso, quello che, purtroppo o per fortuna, non risponde alle leggi che regolano il nostro corpo, ma a ben altri comandamenti. Ma questa storia non è un film, né un romanzo e per raccontarla occorre buon senso.
“Esci da quella casa, Raffaele, non toccare nulla e chiama subito il 112”. Queste sono le parole con cui Vanessa Sollecito apostrofa il fratello, Raffaele, un ventitreenne timido e studioso, la mattina del 2 novembre 2007, quando riceve una sua telefonata decisamente allarmante. Raffaele le racconta di trovarsi in casa di Amanda Knox, una bella studentessa americana che frequenta solo da pochi giorni, e che insieme si sono accorti che nella villetta deve essere entrato un ladro: c’è un vetro rotto, delle tracce di sangue in un bagno e delle stanze a soqquadro. Una camera, in particolare, quella di Meredith Kercher, una studentessa inglese che si trova in Italia grazie al progetto Erasmus e che condivide l’appartamento con Amanda e altre colleghe di studi, è chiusa a chiave e nessuno risponde.
Amanda e Raffaele seguono il consiglio di Vanessa e, quando, poco dopo, quella maledetta porta verrà buttata giù, nulla sarà mai più come prima. Meredith giace morta, la gola tagliata e il corpo martoriato da decine di coltellate. Una giovane vita perduta per sempre.
Le vicissitudini giudiziarie degli anni a venire è difficile non conoscerle, perché se ne è parlato molto, anche troppo, tra giornali e televisioni. Al momento l’unico condannato in via definitiva per Concorso in Omicidio è Rudy Guede, un giovane cittadino ivoriano. Ma, secondo la ricostruzione degli inquirenti, Rudy non era solo. Raffaele Sollecito e Amanda Knox vengono accusati di aver concorso all’omicidio e, dopo due condanne, vari anni di carcere, un’assoluzione e un annullamento di sentenza, vengono definitivamente assolti, per non aver commesso il fatto, il 27 marzo 2015.
Così la Corte di Cassazione mette fine a uno dei casi giudiziari più discussi degli ultimi anni, sia per la brutalità dell’assassinio, sia per le polemiche sorte in merito alla gestione delle indagini, sia per la transnazionalità dei protagonisti.
Poche settimane fa, in tutte le librerie, è uscito un libro scritto da Raffaele Sollecito, “Un passo fuori dalla notte”, edito da Longanesi, dove il giovane pugliese racconta la storia dal suo punto di vista da uomo libero e innocente, secondo la giustizia italiana. Raffaele ricostruisce in modo pulito e diretto, non solo i fatti per come lui li ha vissuti: il carcere, le udienze, la gogna mediatica e i pregiudizi della gente, ma anche i suoi cambiamenti interiori. Il passaggio repentino da una spensierata giovinezza a una situazione più grande di lui, che lo ha portato a dover prendere delle decisioni difficili, le cui conseguenze sente e subisce anche oggi, che la giustizia ha fatto il suo corso.
Dicevamo che questa storia non è un romanzo, né un film, altrimenti tutti i punti di vista dei vari personaggi sarebbero allineati e coerenti e ci sarebbe un epilogo soddisfacente, come in ogni giallo che si rispetti, con un colpevole, brutto e cattivo, che marcisce dietro le sbarre. Ma dobbiamo fare i conti con la realtà e la prima cosa da non dimenticare mai è che una ragazza è morta, nulla può restituircela. Uno dei suoi assassini è in galera, a scontare la sua pena, gli altri sono ignoti. Non è il primo e, probabilmente, non sarà l’ultimo caso del genere della storia giudiziaria italiana. La Giustizia lo ha detto chiaro e tondo: Amanda e Raffaele sono innocenti e hanno diritto di rimettere insieme i frammenti della loro vita, cercando di combattere i pregiudizi che, forse, li accompagneranno per sempre.
Raffaele è un po’ meno timido e impacciato di prima e, da ragazzo diligente e meticoloso quale è, ha molti progetti per il proprio futuro, primo tra tutti, riscattarsi. Far emergere la sua vera personalità, una piccola grande difficoltà che ha fin da bambino e che ora sente forte, come un’esigenza primaria. Con questo libro ci riesce bene, con semplicità e senza sensazionalismi inutili. Forse ha perduto del tempo prezioso, ma non delle buone occasioni e, di certo, non la gentilezza e la generosità dei suoi vent’anni. E, al di là delle opinioni di ognuno e della indiscutibile sentenza, scopriamo, ancora una volta, che la realtà non ci richiede necessariamente di prendere posizione. Non c’è una parte giusta o sbagliata dalla quale schierarsi, oltre a quella della vittima e del diritto alla vita, alla dignità e all’integrità. Sempre e comunque.


Quando, nel marzo di quest’anno, la Corte di Cassazione ha chiuso definitivamente uno dei casi più controversi della recente storia giudiziaria del nostro Paese, assolvendoti “per non aver commesso il fatto”, tutta Italia credeva di conoscerti, pur non avendo mai ascoltato il tuo punto di vista. Ma chi è Raffaele oggi? E chi era otto anni fa?

Raffaele oggi è un ragazzo con un passato decisamente “drammatico”, nel senso che questi lunghi anni di sofferenza e battaglie insieme alla mia famiglia, mi hanno strappato definitivamente i miei vent’anni, che non torneranno più. Sono stato catapultato in un mondo surreale, per poi ritornare, in un’età ormai adulta, nel mondo reale. Ho dovuto prendere decisioni difficili anche per persone sagge e di grande esperienza e solo grazie a Dio ritengo di aver preso sempre quelle giuste.
Quando ero soltanto uno studente, ero timido e impacciato, decisamente timoroso del giudizio altrui e per nulla determinato e convinto delle mie possibilità. Posso dire di essere nato tre volte: la prima naturalmente, la seconda dopo essere uscito dal carcere ed essere stato costretto ad affrontare un mondo completamente diverso, la terza quando la Corte di Cassazione mi ha restituito il pieno possesso della mia vita. Oggi quella vita è cambiata per sempre e la realtà intorno a me è qualcosa a cui mi sono dovuto adattare un passo alla volta; mi sono dovuto convincere che quello a cui ero abituato non ci sarà più. Infatti sono nato e cresciuto in una provincia del Sud Italia e non è stato facile capire, prima, e affrontare, dopo, un mondo selvaggio e tritasassi, quale è quello della amministrazione della Giustizia e dei media in questa nazione.

Le ombre non sono meno importanti della luce, ma tu hai deciso, con coraggio, di far un passo fuori dalla notte. Da dove nasce l’esigenza di raccontare la tua storia in un libro? Non ne hai abbastanza di riflettori? Qual è la luce che stai cercando realmente?

La mia volontà è quella di far comprendere a tutti in quale realtà viviamo oggi. Quello che raccontano le televisioni ed i media, in generale, nella stragrande maggioranza dei casi, non ha nessuna attinenza con quello che succede realmente nei tribunali e nelle vite delle persone coinvolte, siano esse imputate o vittime. Quello che è accaduto a me può succedere al nostro vicino, ad un nostro amico, ad un nostro parente, a nostro figlio, a tutti. È estremamente facile che capiti, quando ci si imbatte nelle persone sbagliate e tutt’ora guardo ed assisto a casi giudiziari, che vengono trattati, a livello di informazione, esattamente come il mio. Questo la dice lunga sulla fondatezza e la solidità del quadro indiziario a carico degli imputati. In secondo luogo c’è la mia precisa volontà di riscattare la mia immagine, perché nessuno mi ha ascoltato fino ad oggi e in molti si sono fatti un’idea di me soltanto ascoltando e credendo a quello che raccontavano i giornali e le televisioni.

Non auguri a nessuno ciò che hai passato: così inizi a raccontare la tua storia. Cosa auguri a chi, in cuor suo, ha creduto per anni che fossi un assassino? E cosa auguri a te stesso?

A chi ha creduto nella mia colpevolezza auguro di non avere mai nessun amico o conoscente o parente che si imbatta nel nostro sistema giudiziario, perché certamente ne rimarrebbe traumatizzato e travolto. Auguro a me stesso di avere la forza di continuare a combattere contro il pregiudizio e contro i messaggi di odio e violenza, che mi sono dovuto abituare ad ascoltare ogni giorno.

A cosa stai lavorando in questo momento e quali sono i tuoi sogni? Raccontaci quali sono i tuoi programmi attuali.

Sto lavorando ad un progetto imprenditoriale che mi ha finanziato la Regione Puglia. Si tratta di un portale di servizi web e anche di una App che offrirà diverse opportunità innovative agli utenti. L’idea mi venne mentre ero in carcere e pensavo a come avrei potuto ricordare e magari rivedere mia madre. Quando raccontai la mia idea al Professor Milani, lui mi aiutò a preparare un business plan specifico che poi abbiamo presentato a diversi bandi di concorso in Italia e in Europa. Alla fine, con mia piacevole sorpresa, la mia iniziativa fu accettata qui in Puglia e, finalmente, dopo quasi un anno, sto ricevendo i fondi per sviluppare il mio progetto.

Che valore dai oggi alla tua libertà? Ti senti completamente libero? Vedi il tuo futuro in Italia?


Il mio futuro lo vedo in una grande città ordinata e socialmente orientata al rispetto dei diritti umani e al progresso; perché, da sempre, sono portato, naturalmente, a sentirmi “cittadino del Mondo” e questo mi fa sentire veramente libero.