domenica 31 gennaio 2016

Alberto Minnella: scrivo le storie che vorrei leggere


È il 1964, un’estate insolita è alle porte e, mentre al Teatro Greco di Siracusa si rappresenta la “Medea” di Euripide, alla Marina viene ripescato il corpo senza vita di Sebastiano Spicuglia, il giovane figlio di un cordaro della città. Inizia così l’ultima avventura del Commissario Paolo Portanova, il personaggio nato dalla penna di Alberto Minnella e nuovamente protagonista dell’ultimo romanzo del talentuoso autore agrigentino, “Una mala jurnata per Portanova”, Fratelli Frilli Editori.
Per l’imperturbabile Commissario Portanova si apre un’indagine dai risvolti delicati, durante la quale egli dovrà fare i conti con un imprenditore ambiguo, un giudice intransigente e perfino con l’imprevedibile scomparsa del padre della vittima. Riuscirà Portanova a barcamenarsi tra insofferenze e malumori, a non cedere alla nostalgia della moglie Carla e alle tentazioni di un’affascinante dirimpettaia?
Col suo stile diretto e graffiante, Alberto Minnella conferma, ancora una volta, di essere all’altezza di autori ben più esperti, facendo immergere il lettore in un’atmosfera d’altri tempi, nella quale l’intuito dell’investigatore era al di sopra di qualsiasi altro mezzo di ricerca delle prove e esaltando così la genuinità e l’autenticità dei suoi personaggi. Portanova, infatti, è, prima di tutto, un uomo che fa delle proprie debolezze delle fedeli compagne di strada da accogliere con quel pizzico di tagliente umorismo che lo rende ben lontano dai fumettistici supereroi da thriller ai quali, ormai, siamo abituati. Il Commissario Portanova è uno che non si vergogna affatto di doversi fermare a riflettere, quando è necessario, perché la soluzione di un caso, spesso, arriva quando meno te lo aspetti, ma ha sempre lo stesso profumo: il fragrante aroma di un sigaro Toscano.


“Una mala jurnata per Portanova”, Fratelli Frilli Editori, è una nuova indagine di Paolo Portanova, che ci permette di conoscere meglio questo Commissario dal temperamento unico, alle prese con un caso decisamente insolito. Raccontaci la genesi di questo romanzo: cosa ti ha ispirato durante la stesura?

“Una mala jurnata per Portanova” nasce in un tardo pomeriggio freddo-freddissimo di un febbraio di due anni fa, con una birra fredda-freddissima in mano e guardando lo sceneggiato Rai “I figli di Medea”. Mi ha affascinato la disperazione simulata da Enrico Maria Salerno durante la trasmissione. Ed è proprio dalla simulazione, dalla “maschera” e dal gioco che ne scaturisce con lo spettatore che sono nati i personaggi di questa seconda disavventura siracusana datata 1964. Questo, quindi, il punto di partenza che mi ha invogliato a scrivere il romanzo; una storia disperata, in cui tutti mentono su tutto, compreso Paolo Portanova, oppresso nel suo ruolo di poliziotto.  

Da dove nasce la tua esigenza di scrivere? Che autore sei: segui l’ispirazione a qualunque ora del giorno o hai un metodo ben preciso al quale non sai rinunciare?

Sono come i sigari che fumo. L’ispirazione non è che la prima fiamma: importantissima per l’accensione, di certo, ma per mantenere la combustione per come dev’essere, per una buona fumata, insomma, bisogna che dia le boccate giuste, senza surriscaldare mai il tabacco o farlo spegnere troppo spesso. Ecco, quando scrivo mi faccio prendere da un’idea per me straordinaria, che m’accende, che vince la mia pigrizia e mi fa sedere alla scrivania. Poi, in silenzio, ci lavoro in maniera quasi ossessiva, scrivo per il doppio che posso e leggo per il triplo, cercando di non far troppo caso all’alito fetido dell’insuccesso che ogni scrittore ha sul collo prima che qualcuno legga il nuovo racconto partorito.

Chi è Paolo Portanova, il protagonista del tuo romanzo? Come lo definiresti e, in generale, come delinei i personaggi delle tue storie?

Una critica sui miei personaggi sarebbe faziosa e forse un pizzico presuntuosa. Di Portanova, però, posso dire che è un uomo onesto, genuino e che fa il suo mestiere senza eroismi, con poltroneria e tantissima calma. Distratto da una malinconia ancestrale, senza alcuna via d’uscita.

Al giorno d’oggi, come dimostrano le pagine di cronaca, le indagini scientifiche sembrano prevalere su quelle tradizionali: come mai hai deciso di ambientare i tuoi romanzi negli anni Sessanta, discostandoti da un’attualità fatta di DNA, impronte digitali e luminol?

Il mio modo di vivere è caotico e spesso non prendo mai il verso giusto. E per verso giusto intendo quello che, di solito, ci si aspetta da un uomo contemporaneo: dalla sua carriera programmata, all’impossibilità di fallire. Guai neri, se capita, c’insegnano. Niente di scientifico e di programmato, insomma. Credo fosse inevitabile, quindi, riversare tutto questo nelle mie storie, nei personaggi e nella maniera in cui essi interagiscono con il mondo.
Forse i miei romanzi ad alcuni sembreranno poco originali (Un altro commissario? Uff! Per carità…), ad altri eccessivamente azzardati (Un poliziotto che non riesce a scoprire con arguzia chi sia l’assassino? Caspita, voglio leggerlo!), ma sono certo di una cosa: nei racconti di Portanova ci sono io, con la mia apatia, le mie ossessioni, le mie euforie, il mio carattere difficile (per chi mi sta vicino), il mio pessimo rapporto con il telefono e le distanze e i dolori subiti che sono tagli profondi. Sono romanzi scritti con onestà e tanto, tanto divertimento. E spero che questo passi al lettore. Nient’altro. A me piace raccontare le storie che vorrei leggere. Lascio le rivoluzioni a chi le sa fare.   

A cosa stai lavorando attualmente? Raccontaci quali sono i tuoi progetti per il futuro.


Sto lavorando al terzo Portanova che chiuderà la stagione del ’64 e aprirà un nuovo ciclo di storie, sempre più dure, caotiche, malinconiche, che sanno di sigari buoni, di birra gelata e dei colori della Siracusa che ho vissuto io. 


mercoledì 27 gennaio 2016

Antonio Chiumiento: la mia verità sugli UFO


A chi non è capitato, almeno una volta, di alzare gli occhi al cielo, magari in una bella notte stellata, e di credere di aver visto qualcosa di strano? Luci, dischi, velivoli dalle forme stravaganti: nient’altro che UFO, oggetti volanti non identificati, come recita la sigla inglese. Letteratura, cinema, televisione: questi fenomeni, ancora inspiegabili dal punto di vista scientifico, infiammano la nostra immaginazione da oltre mezzo secolo, senza contare le sorprendenti testimonianze che sembrano risalire perfino alle pitture rupestri. E mentre gli avvistamenti si moltiplicano in tutto il Mondo, la scienza sta ancora cercando una spiegazione razionale, tentando di rispondere a un quesito che molti di noi si pongono ormai da tempo: siamo davvero soli nell’Universo? E se qualche forma di vita aliena ci stesse spiando? Senza dubbio, per cercare delle risposte a queste domande, occorre indagare con la mente sgombra da pregiudizi, ma anche con la precisione di chi conosce e applica rigorosamente il metodo scientifico.
Dopo quasi quarant’anni di investigazioni sul campo, Antonio Chiumiento, ufologo esperto, ma anche uomo di scienza di grande preparazione, ha accumulato una notevole esperienza in materia. Ha all’attivo numerose pubblicazioni, nate, per lo più, dal racconto di tutte le testimonianze a lui rese da persone comuni che hanno assistito in prima persona a fenomeni apparentemente inspiegabili e hanno cercato di documentarli col suo aiuto. La dedizione di Antonio Chiumiento verso la ricerca di un’interpretazione di questi fatti ancora ignoti è totale. I suoi testi, talvolta anche tradotti all’estero, sono essenziali e privi di quei banali sensazionalismi che hanno reso poco credibili altri autori che si sono occupati di questa tematica. La sua onestà intellettuale e il suo entusiasmo fanno di Antonio Chiumiento il primo critico di sé stesso, come solo i veri studiosi sanno essere: uomini in grado di comprendere che il reale valore delle risposte ottenute si cela in tutte le domande alle quali abbiamo ancora il desiderio di rispondere.     



Cosa ha portato un uomo di scienza come lei a dedicarsi all’Ufologia? Da dove nasce questa esigenza?

Questa esigenza ha origine dal semplice fatto che non si può formulare un giudizio su una determinata tematica, senza indagare seriamente su di essa e, di conseguenza, senza conoscerla approfonditamente. Nell'ormai lontano 1977, presso l'Università degli Studi di Trieste, iniziò uno scambio di opinioni sugli UFO tra gli studenti di alcune facoltà. Praticamente tutti, tranne me, dissero, con un evidente preconcetto, che si trattava solo di allucinazioni, di sogni ad occhi aperti, dando tante spiegazioni convenzionali. Io, invece, affermai che bisognava indagare, indagare e ancora indagare, con una determinata metodologia d'inchiesta, sulle segnalazioni fatte, ovviamente, da persone attendibili, prima di formulare una qualsivoglia opinione. Da qui, in buona sostanza, iniziò il mio ormai lungo cammino investigativo e divulgativo. A breve saranno ben trentanove anni che nutro e coltivo questo interesse attivo nei confronti della fenomenologia ufologica e di quella di strane creature, verosimilmente provenienti da altrove.

Secondo i suoi studi, quali sono le prove dell’esistenza di altre forme di vita al di fuori del nostro Pianeta? È mai stato personalmente testimone di fatti che l’hanno portata a concludere che i fenomeni che studia siano reali e documentabili?

Devo dire che a tutt'oggi, a mio modesto parere, non esiste una prova tangibile ed oggettiva sull'esistenza di altre forme di vita al di fuori della Terra. Essendo, però, un docente anche di Matematica Applicata, sempre secondo la mia modesta opinione, sulla base della Statistica e secondo il Calcolo delle Probabilità, anche solo dal contenuto delle mie inchieste più interessanti e più documentate si evince che la probabilità che determinati episodi siano attribuibili a forme di vita extraterrestri intelligenti è quasi vicina a uno. Non è assolutamente accettabile l'obiezione delle distanze e del tempo per arrivare sul nostro Pianeta, in quanto, in pratica, non sappiamo assolutamente nulla sull'effettiva possibilità di passare da una dimensione all'altra. È rigettabile anche la contestazione del modo di comportarsi dei presunti visitatori da altrove: non si può pretendere che un possibile alieno si comporti come noi vorremmo!
Non sono mai stato testimone di alcun fatto attribuibile agli UFO o alla presenza di strane creature, verosimilmente non terrestri. Lo sottolineo: il mio interesse verso la fenomenologia in argomento è nato esclusivamente per una mia curiosità di carattere strettamente scientifico.

Il suo ruolo di divulgatore l’ha resa tra i più autorevoli esperti del settore, soprattutto in qualità di autore di numerosi saggi in materia. Quanto è importante che si parli di queste tematiche in modo corretto e trasparente per aiutare il dibattito scientifico?

Il mio ruolo di divulgatore nasce dall'esigenza di lasciare, sia alle generazioni attuali, sia a quelle future, un genuino patrimonio testimoniale sull'osservazione di UFO e su quella di insoliti esseri, molto probabilmente provenienti da altri pianeti. I miei libri contengono esclusivamente resoconti testimoniali provenienti da mie indagini o da quelle dei miei più validi collaboratori (in questo caso, con la mia modesta "super-visione"). Se determinati scienziati analizzassero veramente il contenuto dei miei volumi, non potrebbero rifiutarsi di affermare che il fenomeno in questione è consistente e che l'ipotesi dell'origine extraterrestre di certi accadimenti andrebbe seriamente considerata. Tengo a sottolineare che le testimonianze contenute nei miei testi sono perfettamente corrispondenti a ciò che è stato detto durante le indagini. Infatti le mie inchieste sono molto spesso registrate. Se non c'è una registrazione, esiste una dichiarazione testimoniale firmata. Mi sia permesso di dire che, per quanto mi è dato di conoscere, almeno in Europa, non ci sono dei libri di ufologia che contengano delle testimonianze così dettagliate e, senza dubbio, sarebbe bene parlare molto di più di questi temi e in modo scientifico, come io cerco di fare. Per come io tratto l’argomento, si tratta essenzialmente di un "fenomeno testimoniale", talvolta anche documentato, ed è importantissimo che il dibattito scientifico abbia a disposizione una "materia prima genuina", vale a dire delle testimonianze attendibili e dettagliate. Va da sé che io mi assumo la "responsabilità" in merito all'attendibilità dei testimoni i cui resoconti sono contenuti nei miei libri. A tutt'oggi nessuno è riuscito a dimostrare oggettivamente ed effettivamente che un "mio" testimone mi abbia "preso in giro", vale a dire che mi abbia volontariamente mentito.

Ci racconti un episodio, un aneddoto, una storia che, tra le tante testimonianze raccontate nei suoi libri, è rimasta particolarmente impressa nella sua memoria di uomo e di studioso.

Dal "paniere" delle numerosissime vicende da me investigate, estraggo quella che, per vari motivi, rimarrà sempre indelebile nella mia mente. Mi riferisco all'evento della creatura di Mortegliano (UD), verificatosi la notte dell'11 febbraio 2012.
Dico subito che delle persone asseriscono, addirittura senza aver espletato alcuna vera e seria indagine, che si tratta sicuramente di una bufala o di una leggenda metropolitana. Ma andiamo con ordine, mi fa piacere ricordare come è iniziata la mia lunga inchiesta su questo episodio. La mattina di domenica 12 febbraio 2012, un ex sottufficiale dell'Esercito, una persona seria e stimata da molti, residente a Codroipo (UD), mi ha telefonato dicendomi che sulla rotonda di Mortegliano, quella notte, era accaduto qualcosa di molto strano e che suo figlio, che ne era stato testimone, voleva raccontarmela.  Così ha avuto origine una mia approfondita investigazione sull'accadimento che ha dato luogo al mio libro, "La creatura di Mortegliano".
In sintesi, sabato 11 febbraio 2012, intorno alle ore 23:20, il giovane stava percorrendo la SR 252, chiamata "Napoleonica", quando, nelle immediate vicinanze della rotatoria di Mortegliano (all’epoca di recente realizzazione) vide delle macchine ferme. Il giovane, pensando che potesse trattarsi di un incidente, fermò l’auto, ma non spense il motore e vide, attraverso il parabrezza una sagoma molto alta che sembrava quasi qualcuno sui trampoli. Si accorse che i suoi cellulari non funzionavano e così scese dall’auto con una torcia per verificare meglio di cosa si trattasse. Si rese conto che si trattava di una strana creatura molto alta e in movimento. Incuriosito, si avvicinò, affiancandosi alla creatura. Intorno a loro, gli occupanti di alcune auto ferme erano atterriti, ma non il ragazzo, che fu perfino sfiorato dalla creatura stessa, finché, al sopraggiungere di un’altra macchina, lo strano essere si dileguò.
La storia è molto lunga e complessa, così come la mia indagine, raccontata nel libro. Grazie al fatto che il giovane, rinunciando all'anonimato, venne con me in due programmi televisivi, uno nazionale e l'altro regionale, gli occupanti di quasi tutte le macchine coinvolte nell'accadimento si rivolsero a me, inviandomi delle dichiarazioni testimoniali firmate, che, evidentemente, io conservo. Essi, però, chiesero l'anonimato.
Desidero sottolineare il fatto che, ad esempio, la probabilità che il giovane e suo padre mi abbiano mentito per mesi, durante le mie serie investigazioni, ovviamente registrate, è davvero bassa. Oltre al ragazzo, cito anche il padre, perché, se si legge il mio volume, si può comprendere appieno che questi, con le sue affermazioni, è praticamente coinvolto nella vicenda.
Va detto anche che, in seguito a questa mia non breve inchiesta, si è visto sulla Rete un vergognoso ed esagerato accanimento, attraverso calunnie, denigrazioni, diffamazioni, sia contro di me, sia contro il giovane, che ha avuto il coraggio di esporsi in pubblico, come se bisognasse tenere sepolta la faccenda.
Non è un mistero, inoltre, che un essere molto alto e con delle analogie con la creatura di Mortegliano è stato osservato anche in altri luoghi e in altri momenti, così come si legge anche in altre mie pubblicazioni.

A cosa sta lavorando attualmente? Quali sono i suoi progetti per il futuro?

È in fase di presentazione al pubblico dei lettori il mio nuovo libro, "Una porta sull'ignoto". Esso contiene ben 54 episodi, pressoché tutti inediti, esposti in ordine cronologico dal 1937 al 2014.
Inoltre sto già predisponendo una nuova fatica letteraria che uscirà verso la fine del 2016. Essa conterrà un certo numero di ulteriori inchieste, estratte dall'enorme archivio "investigativo" che possiedo.

I miei progetti per il futuro si concretizzano nel mio intento di arrivare a pubblicare altri libri, contenenti le mie indagini e quelle dei miei più validi collaboratori. Il 15 marzo 2016 compirò sessantasette anni e spero di poter veramente raggiungere questo obiettivo per amore della scienza e della ricerca della verità, che compio da sempre con grande passione.





domenica 24 gennaio 2016

Federico Buffa: lo Sport che racconta la Vita


Gli appassionati di sport e, in particolare, di pallacanestro, conoscono molto bene la sua voce: lo abbiamo sentito emozionarsi, esultare, perfino commuoversi, canestro dopo canestro, commentando le imprese dei più grandi dell’NBA. Stiamo parlando di Federico Buffa, uno dei telecronisti sportivi più apprezzati del momento, grazie al carisma col quale riesce a coinvolgere i tifosi di qualsiasi colore. Dopo averci raccontato a modo suo gli ultimi Mondiali di calcio in “Storie Mondiali”, in onda su Sky e approdato anche in libreria in un libro edito da Sperling & Kupfer, Federico Buffa si sta cimentando in una delle sue prove migliori: dallo scorso ottobre, infatti, sta calcando i palcoscenici di tutta Italia, portando in tour uno spettacolo toccante e divertente al tempo stesso, nel quale è protagonista assoluto, “Le Olimpiadi del 1936”.
Lasciando da parte la telecronaca, Buffa ci racconta cosa accadde durante le tristemente note Olimpiadi di Berlino del 1936, le più controverse della Storia moderna, narrando i percorsi di vita che si sono incrociati all’interno del Villaggio Olimpico dell’epoca. Dai capricci del Fürer, all’impatto mediatico che ebbero le riprese della stravagante regista Leni Riefensthal, passando attraverso le vite dei grandi atleti che hanno segnato la storia dei Giochi, come Jesse Owens e Sohn Kee-chung, Federico Buffa ci ricorda come lo sport sia, in tutto e per tutto, lo specchio della vita, che ci obbliga a giocare secondo le sue regole, regalandoci, sempre e comunque, il privilegio di partecipare.

Fare la telecronaca di un evento sportivo significa conoscere le regole del gioco e riuscire a coglierne le fasi più emozionanti, anticipando anche le mosse dei partecipanti, se necessario, per guidare gli occhi dello spettatore. Quando e perché si è approcciato a questa professione così interessante?

I miei primi passi in questo mestiere risalgono alla metà degli anni Ottanta. Un mio caro amico ricevette da una radio privata milanese la proposta di fare il radiocronista delle partite della squadra di pallacanestro Olimpia Milano, ma lui, non convinto di volersi cimentare in quel ruolo, suggerì il mio nome e io, entusiasta, decisi di accettare, esordendo in una partita della Olimpia Milano contro Mestre, che si disputava, allora, al Palasport di San Siro, lo stesso che, un anno più tardi, sarebbe crollato sotto il peso dell’eccezionale nevicata del 1985.
Così iniziò la mia carriera di cronista di qualcosa, perché, a pensarci bene, era la prima volta che mi mettevo alla prova con quella che, all’epoca non potevo immaginarlo, sarebbe diventata una professione a tempo pieno.
Il basket è uno sport che mi ha sempre emozionato e questo entusiasmo doveva trasparire dalla mia voce, perché, poche settimane dopo quell’esordio quasi casuale, conobbi Flavio Tranquillo, il quale si propose di affiancarmi nella telecronaca a ruoli invertiti rispetto come siamo abituati a lavorare adesso. E così, da un affiatamento nato letteralmente sul campo, è sbocciato un sodalizio che dura ancora oggi.
Nel 1994 il Direttore di Tele + dell’epoca, Andrea Bassani, mi contattò per propormi di fare la telecronaca delle partite di College Basket, cioè delle squadre della pallacanestro universitaria americana, e io accettai finché, nel 1997, ebbe inizio l’avventura con l’NBA che è andata avanti fino al 2013, come seconda voce al fianco di Flavio Tranquillo.  


Dalla telecronaca, alla vera e propria narrazione a tutto tondo di storie di sport e di sportivi: che differenza c’è tra il racconto di un evento sportivo e l’approfondimento di vicende legate allo sport, che possono essere da esempio di vita per tanti tifosi e non solo?

La narrazione televisiva è immediata e molto emozionante anche e soprattutto per noi telecronisti che ci troviamo a commentare immagini che potrebbero entrare nella storia dello sport, ma, nello stesso tempo, nulla è lasciato al caso.
Raccontare storie di sport, invece, potendo approfondire la storia della persona che spesso si cela dietro a uno sportivo, è una vera e propria avventura, grazie alla quale è possibile capire chiaramente come lo sport sia sempre una metafora di vita. Ciò richiede impegno, ricerca, immedesimazione. Catturare il sacrifico degli atleti del passato può insegnare molto, sia a noi tifosi, sia ai campioni di oggi,

La sua grande abilità di narratore, in grado di fare dello sport vera cultura, l’ha portata a intraprendere un lungo tour teatrale in giro per l’Italia con lo spettacolo “Le Olimpiadi del 1936” che ha ottenuto un grande successo di pubblico. Facciamo un bilancio di questa esperienza: cosa significa coniugare Storia e Sport?

Salire sul palcoscenico di tanti teatri italiani negli ultimi mesi è stato esaltante: una vera e propria scarica di adrenalina ogni sera, grazie al calore vivo e reale del pubblico e all’importanza di uno spettacolo che, ancor di più in prossimità della giornata dedicata alla Memoria, assume un carattere emblematico. Come per magia le Olimpiadi del 1936 hanno cristallizzato una generazione di atleti unica nel suo genere e che, probabilmente, non si ripeterà mai più. Uomini e sportivi per i quali sollevare una bandiera o vincere una medaglia significava qualcosa di ben diverso da ciò che, probabilmente, siamo abituati a vedere oggi.
Tante sere, soprattutto quando mi capitava di essere particolarmente stanco, spettacolo dopo spettacolo, mi sono chiesto se sarei riuscito a dare il massimo, ma ogni dubbio spariva non appena si apriva il sipario, grazie al sostegno di un pubblico sempre molto attento e partecipe verso una storia solo apparentemente lontana.


La sua professione di giornalista e divulgatore l’ha messa alla prova anche nella carta stampata: come si sente nel ruolo di scrittore? Avremo l’opportunità di leggerla di nuovo prossimamente?

Se già fatico a ritenermi un vero giornalista sportivo e un attore, di sicuro non sono uno scrittore! Nelle ultime pubblicazioni alle quali ho contribuito ho avuto la fortuna di avere accanto dei veri scrittori che mi hanno permesso di partecipare, sempre a modo mio, e il risultato sembra piacere, quindi posso essere soddisfatto. Ne “L’ultima estate di Berlino”, edito da Rizzoli, forse, sono riuscito a esprimermi al meglio, parlando attraverso un personaggio di fantasia, col linguaggio della narrazione e questo anche e soprattutto grazie al sostegno di Paolo Frusca.

A cosa sta lavorando attualmente? Quali sono i suoi programmi per il futuro?

Mi auguro di continuare a calcare i palcoscenici con “Le Olimpiadi del 1936”, che tornerà in scena molto presto, e non solo: c’è un nuovo spettacolo in cantiere, del quale, però, non anticipo nulla. Come sempre mi impegnerò al massimo, con la passione e quel pizzico di incoscienza che mi contraddistinguono, sperando che i risultati siano all’altezza di chi è seduto in poltrona.


mercoledì 20 gennaio 2016

Massimo Fagnoni: vi racconto la mia Bologna

Foto di Donata Cucchi

Un incontro fortuito alla macchinetta del caffè della piscina dove si tiene in allenamento dà il via alla seconda indagine di Galeazzo Trebbi, poliziotto in pensione, ma investigatore privato per necessità che sembra proprio non poter appendere il distintivo al chiodo. Inizia così “Bologna non c’è più”, il nuovo romanzo di Massimo Fagnoni, edito da Fratelli Frilli Editori. L’autore torna a emozionarci e a farci sorridere grazie all’acume e alla graffiante personalità del suo protagonista, Galeazzo Trebbi, costretto, questa volta, a fare i conti con un’indagine più complessa di quel che appare, che lo porterà a confrontarsi col recente passato del nostro Paese. Il suo, infatti, è un viaggio attraverso i gruppi di estrema sinistra più ai margini della sua Bologna, ma anche fra le inquietudini e le frustrazioni dei cosiddetti nuovi poveri, famiglie che, prima di quest’asfissiante crisi che ci attanaglia, non avevano alcun problema ad arrivare alla fine del mese e che, oggi, sono costrette a vivere alla giornata.
In un colorato mosaico di personaggi di ogni tipo, Massimo Fagnoni delinea una Bologna squisitamente provinciale, eppure piena di slancio verso un futuro di obbligata globalizzazione delle diverse culture che la abitano, con lo spettro del terrorismo sullo sfondo. Un terrorismo che non ha i colori dei paesi arabi, ma che affonda le radici nella Storia recente del nostro Paese e che alcuni, nutriti dall’insoddisfazione e dalla voglia di riscatto, sembrano voler riportare alla ribalta, costi quel che costi. Ecco, quindi, che Trebbi, assunto da una ricca famiglia bolognese per proteggerne il rampollo, dovrà fare i conti con un garbuglio che, anche grazie al fedele amico, il Commissario Guerra, riuscirà a essere sbrogliato sul filo del rasoio, tra le strade di una Bologna tinta di nero.



“Bologna non c’è più”, Fratelli Frilli Editori, è una nuova indagine di Galeazzo Trebbi, nel quale il protagonista deve fare i conti col passato. Raccontaci la genesi di questo romanzo: cosa ti ha ispirato durante la stesura?

Sono cresciuto negli anni Settanta, quando rapirono Aldo Moro avevo diciotto anni e ricordo che, quel tragico giorno, c’era gente gioiosa lungo le scale del mio liceo. All’epoca il terrorismo era un miscuglio di confuse ideologie vissute dai giovani dell'estrema sinistra come una sorta di fascinazione irresistibile.
Allora era in atto una profonda crisi socio economica nel nostro Paese non dissimile da quella attuale. La differenza, oggi, è che la precarietà e la miseria aggrediscono il ceto medio, i dipendenti pubblici, i giovani. L’idea di questo romanzo è nata proprio dalla frustrazione di chi, per lavorare, è costretto a subire e ad abbassare la testa e anche dal desiderio di fare una riflessione disincantata sul terrorismo nostrano.

Da dove nasce la tua esigenza di scrivere? Che autore sei: segui l’ispirazione in qualunque momento della giornata o hai un metodo collaudato al quale non puoi rinunciare?

Parafrasando la risposta di Paolo Giordano a un’intervista, spesso la scrittura ti travolge, ti costringe a rivedere scelte di vita, sia professionali, sia esistenziali. A volte la scrittura creativa è una sorta di compulsione: si scrive per scoprire qualcosa, si scrive per raccontare al mondo la propria idea di realtà, si scrive per passione, per esorcizzare una paura, per insoddisfazione, lo scrittore è spesso un “frustrato”.
Per quanto riguarda l'ispirazione, non ho momenti precisi della giornata nei quali mi metto a scrivere e non ho un metodo, l'unica cosa che posso dirti è che penso sempre a ciò che sto scrivendo, immagino le scene e le “mastico”, le rimugino dentro, poi, quando ho voglia o tempo, le scrivo.

Chi è Galeazzo Trebbi, il protagonista del tuo romanzo? Come lo definiresti e, in generale, come delinei i personaggi delle tue storie?

Trebbi è un poliziotto in pensione, un investigatore privato più per necessità che per scelta. Galeazzo è un vedovo cinquantasettenne, con una figlia disabile e alcuni scheletri nell'armadio. Era un bravo poliziotto e adesso è un bravo investigatore, cinico, sovrappeso, con una personale idea di giustizia e amante della buona letteratura.  Lui nasce dalle mie letture, dal mio amore per il noir metropolitano, nel suo personaggio c'è sicuramente l'hard boiled americano, ma anche qualcosa di Simenon, e, perché no, qualche spunto tratto da Camilleri. Ma, alla fine, ci sono soprattutto io con le mie personali idee relativamente al nero e ai lati oscuri di Bologna.

Nei tuoi libri l’attualità e, in particolar modo Bologna, la tua città, occupano un ruolo di primo piano: come mai? Cosa vuoi comunicare?

Bologna è la mia città, il luogo che conosco meglio, crocevia di tanta cultura, di tanta vita mia e italiana in genere. È una città fantastica nella sua dimensione provinciale, ma, nello stesso tempo, una finestra aperta sull'Europa. Io l'ho molto amata e, a tratti, anche odiata. Invecchiando sto riscoprendola e sto cercando di convivere con le sue contraddizioni. In realtà non voglio comunicare niente, ma solo raccontare delle storie, sarà il lettore a decidere cosa conservare dei miei racconti.

È ancora possibile, secondo te, fare della scrittura una professione a tempo pieno? Facciamo un bilancio del tuo percorso personale: che ostacoli hai incontrato, o incontri ancora oggi, e cosa ti auguri per il tuo futuro?

Io scrivo da circa dieci anni e pubblico da cinque. Non ho incontrato particolari ostacoli nel mio percorso, ma questo dipende sempre da quale obiettivi ci si prefigge. Attualmente pubblico con quattro case editrici, due locali, una milanese e una genovese. Sono tutte case editrici prestigiose, anche se non fanno parte del monopolio delle potenti, sono oneste e lavorano molto bene.
Certo, mi piacerebbe pubblicare un giorno con Mondadori, Einaudi, Rizzoli, coi grandi nomi, insomma, ma non sono sicuro che mi garantirebbero una cura maggiore di quelle con le quali lavoro adesso.
Il problema degli scrittori è sempre la distribuzione e soprattutto la promozione delle loro opere e su questo aspetto devo lodare la Casa Editrice Fratelli Frilli, perché ci mettono davvero l'anima nel fare pubblicità ai loro autori e li tutelano molto.
Se uno scrittore pensa che basti scrivere un buon libro per poi riuscire a venderlo ha sbagliato settore.
In Italia credo che siano meno di dieci gli scrittori che vivono unicamente di questo lavoro. Per me scrivere è passione, sacrificio e richiede una buona dose di nevrosi e una sorta di smania, di insoddisfazione che spinge sempre a cercare nuovi percorsi e io ringrazio il cielo di avere un altro lavoro che mi permette di “campare” e di avere abbastanza tempo libero per coltivare questa insana, potentissima passione.

www.massimofagnoni.com 



domenica 17 gennaio 2016

Luciano Garofano: una Vita sulla Scena del Crimine


Dedizione, diligenza, determinazione: quando possediamo queste qualità innate, il nostro percorso di vita non può che esserne scandito, in ogni ambito. Sono queste le caratteristiche che fanno di un grande uomo, un grande professionista, senza che sia possibile scindere l’uno dall’altro con una immaginaria linea di confine. Solo questo permette, a chi ci circonda, di percepire il nostro valore come persona, apprezzando ancor di più il nostro curriculum vitae alla maniera latina, nient’altro che percorso di vita. E quello di Luciano Garofano, ex Comandante dei R.I.S. di Parma, Generale dei Carabinieri in ausiliaria, docente universitario e consulente in numerosi programmi televisivi, è, senza dubbio, un percorso emblematico.
Oltre a essere un vero professionista, infatti, Luciano Garofano è un divulgatore di pregio, attento alla percezione che l’opinione pubblica ha del suo mestiere e impegnato nella formazione di nuove leve, anche e soprattutto attraverso la diffusione di una corretta informazione in merito. Il coraggio col quale ha condotto numerosi casi alla ribalta delle cronache, prima di congedarsi dall’Arma dei Carabinieri, è lo stesso col quale, oggi, affronta aule universitarie, corsi di formazione, studi televisivi, saggi e articoli. Una devozione autentica verso la verità e la giustizia, gli unici obiettivi che deve avere chi cerca di far luce su un crimine, tenendo come frecce al proprio arco l’amore per la conoscenza e per la trasmissione del sapere.
Dal brutale omicidio di Cogne, all’atroce delitto di Novi Ligure, sono tante le storie che hanno messo professionalmente ed emotivamente alla prova il Generale Garofano quando era al comando dei R.I.S. di Parma. E, anche oggi, che veste i panni di consulente tecnico, numerosi casi, ancora irrisolti, stanno richiedendo il suo impegno, come, ad esempio, l’assassinio di Serena Mollicone, la giovane di Arce che attende giustizia dal 2001.
Ma cosa si prova ad entrare nelle vite di tante vittime e delle loro famiglie? Quanti limiti ci è concesso superare per giungere alla verità? Dove finisce lo scienziato e dove inizia l’investigatore? A queste e a molte altre domande ha risposto Luciano Garofano, rivelandoci il cuore che batte sotto a una divisa.


Quindici anni al comando dei R.I.S. di Parma la rendono uno dei massimi esperti del nostro Paese in materia di investigazioni scientifiche. Cosa ha significato per lei rivestire un ruolo così importante? Cosa le resta di questa esperienza?

Mi ritengo un privilegiato, perché sono entrato nell’Arma dei Carabinieri nel 1978 e mi sono congedato nel 2009, quindi ho trascorso ben trentun anni in un settore che, in un arco temporale così ampio, ha veramente segnato una rivoluzione nell’uso della prova scientifica in ambito investigativo e processuale. È stata un’esperienza meravigliosa, della quale conservo grande soddisfazione per tutto ciò che di prezioso ne ho ricevuto. Sarò sempre grato all’Arma dei Carabinieri per avermi consentito di esprimermi come Biologo in un settore così particolare che, quando iniziai, era davvero agli albori. Aver assistito a questa evoluzione è stato stupendo, una continua emozione, progresso dopo progresso. Tuttavia rimane in me anche molta nostalgia, come se avessi voluto proseguire questo percorso all’infinito, perché comunque ha segnato la mia vita, sia professionale, sia personale. Tuttora, continuo ad occuparmi di casi criminali, sia per l’autorità giudiziaria, sia per la difesa, ma mi manca il mio particolare gruppo di lavoro dei R.I.S, l’atmosfera unica che vivevo, gli obiettivi che programmavamo insieme, i tanti interventi sulle scene del crimine e tutte le discussioni, i progetti fatti coi miei collaboratori. Il ricordo, a volte, mi crea un po’ di malinconia, ma sono consapevole che tutte le cose, anche le più esaltanti, sono destinate a finire e io sono soddisfatto del cammino che ho già percorso e di tutte le mie scelte. Inoltre, sono particolarmente contento di vedere che, anche oggi, il R.I.S., soprattutto quello di Parma, continua a essere protagonista nel settore delle indagini scientifiche, come vero reparto d’eccellenza e questo mi riempie di orgoglio, perché significa che il lavoro fatto insieme continua a dare i suoi frutti.


Dai primi studi di biologia, alle numerose esperienze come docente universitario: quanto è importante la formazione continua per chi voglia intraprendere la carriera di investigatore?

La formazione continua è fondamentale. Io vado frequentemente negli Stati Uniti dove, ogni anno, si tiene il Convegno dell’Accademia Americana di Scienze Forensi e quello della I.A.I. (International Association of Identification), associazioni entrambe che perseguono l’obiettivo di migliorare le tecniche di analisi, l’accesso sulla scena del crimine e altre metodiche estremamente importanti che riguardano le Scienze Forensi. A settembre scorso, inoltre, sono stato in Polonia per il Convegno del I.S.F.G. (Società Internazionale di Genetica Forense).
Sono quindi molto attento all’aggiornamento. Nel nostro settore, infatti, come in tutti quelli scientifici, è indispensabile rimanere sempre aggiornati. E nel nostro caso lo è ancora di più, poiché, analogamente ai medici che hanno a che fare con la salute fisica delle persone, noi abbiamo a che fare con un altro bene prezioso: la giustizia. Sono consapevole che noi esperti forensi possiamo contribuire moltissimo ad alimentare il senso di giustizia e di ricerca della verità richiesto dai cittadini, quindi è nostro dovere aggiornarci costantemente al fine di utilizzare al meglio ciò che la scienza e la tecnologia ci offrono. Mi dispiace constatare, quindi, che, negli ultimi anni, in un settore delicato come quello delle Scienze forensi, si sono affacciati pseudo esperti, molti dei quali hanno un’esperienza solo teorica che non è in grado di dare quel contributo di verità che molti casi criminali richiedono.


I suoi studi e la sua esperienza l’hanno resa anche un abile divulgatore della carta stampata. Come si sente nei panni di scrittore? Quali sono i suoi progetti per il futuro in merito?

A un certo punto ho sentito il naturale dovere di divulgare, perché ero cosciente che la prova scientifica poteva dare maggiori certezze ai cittadini, in virtù del fatto che la sua conoscenza si stava diffondendo in tutto il mondo, grazie anche alle serie televisive. Quindi ho deciso che era il momento di spiegare di cosa si trattasse, sempre in modo molto equilibrato e corretto, contrapponendomi anche alla tanta disinformazione che viene fatta nel settore. Fare informazione, infatti, significa raccontare chiaramente qual è l’ambito delle possibilità che la prova scientifica può offrire, evitando fantasiose interpretazioni che possono risultare addirittura fuorvianti.
La divulgazione, in questo senso, è importantissima e io ho cercato di parlare in modo semplice dei casi dei quali mi ero occupato a partire da quando ero al comando del R.I.S., assieme ai miei collaboratori, proprio per far comprendere alle persone in che cosa consisteva il mio lavoro. Ho iniziato a scrivere quando ancora si stavano svolgendo le indagini per l’omicidio di Cogne, una vicenda tristemente nota per un omicidio così efferato ed incomprensibile, ma anche a causa di attacchi poco corretti verso il mio lavoro da parte della difesa.  È stato questo che mi ha spinto ad utilizzare il potente mezzo della scrittura per difendermi e per raccontare cosa facessi realmente, dimostrando che la scienza può consentire di risolvere i casi con grande rigore.
Sto continuando a scrivere, proseguendo il percorso iniziato allora. Negli ultimi anni mi sono occupato di femminicidio col mio ultimo libro “I Labirinti del Male” (Infinito Edizioni), nel quale ho trattato una tematica importante che ci deve vedere tutti coinvolti nel tentare di contrastare questo esecrabile fenomeno.
È da poco uscito, inoltre, per Simone Editore, un Manuale, scritto con Cristina Brondoni, intitolato “Il Soccorritore sulla Scena del Crimine”. Abbiamo realizzato questo libro perché ci siamo resi conto che, tra tutti coloro che intervengono sul luogo del delitto, c’è una serie di soggetti, privi di una formazione specifica, che possono, loro malgrado, danneggiare le indagini, contaminando la scena del crimine, alterando o distruggendo prove e reperti. A questo Manuale abbiamo già associato un Corso di Formazione dedicato che, attraverso una serie di semplici linee guida, è in grado di fornire consigli e suggerimenti i quali, senza stravolgere i Protocolli ufficiali del Soccorso, permettono di preservare la scena del crimine.


L’interesse diffuso per la cronaca ha fatto di lei un ospite e un conduttore di interessanti programmi televisivi di approfondimento. Facciamo un bilancio di queste esperienze: che ruolo hanno, o potrebbero avere, i mezzi di informazione nella risoluzione dei crimini? Avendo indossato i panni di inquirente in numerosi casi di grande interesse mediatico, può svelarci come viene vissuta dalle forze dell’ordine l’ingerenza della televisione nelle indagini?

Se l’informazione televisiva è equilibrata, come a Quarto Grado, al quale partecipo come esperto da anni, essa può avere un ruolo importantissimo e questo è un mio pensiero da sempre. In molti casi, come ad esempio quello di Valentina Salamone, siamo riusciti, attraverso l’informazione televisiva, a sottolineare le lacune delle fasi iniziali dell’indagine e a modificarne, in un certo senso, la rotta. Quindi, se la comunicazione è corretta, cauta ed equilibrata, anche il mezzo televisivo può avere un gran ruolo, innanzitutto per permettere alle persone di conoscere lo stato delle indagini e per fornire, talvolta, consigli utili, come mi hanno testimoniato direttamente anche molti addetti ai lavori.


Che consigli darebbe a un giovane che, prendendo ad esempio la sua carriera, volesse seguire le sue orme?

Chi volesse approcciare a questa professione può scegliere due strade: quella di laurearsi in una disciplina scientifica, propriamente detta, studiando quindi Chimica, Biologia, Fisica o Informatica, oppure quella di laurearsi in Scienze Psicologiche. Rispetto al passato quest’ultima materia ha registrato una forte rivalutazione, soprattutto se pensiamo alla specializzazione in Psicologia Giuridica, la quale può contribuire moltissimo a migliorare i Protocolli oggi utilizzati nell’interrogatorio e per lo studio della vittima, per arrivare quindi più facilmente a ricostruire moventi e dinamiche delittuose.
Si diceva precedentemente dell’importanza della formazione continua, quindi, vedo con molto favore il fatto che, anche dopo il conseguimento di Lauree scientifiche, ci si possa ulteriormente preparare con dei Master specifici in Scienze Forensi, Criminologia ecc., non dimenticando mai che questa professione deve essere sempre affrontata con molta umiltà ed equilibrio.


Quale caso della sua carriera ha richiesto maggiori energie come investigatore? E quale storia, invece, è rimasta più impressa nella sua memoria e nel suo cuore come persona?   

Senza dubbio il caso che ha richiesto maggiori energie è stato l’omicidio del piccolo Samuele Lorenzi, avvenuto a Cogne, per tutto ciò che ha significato e per tutte le polemiche che sono nate nel corso delle indagini. Da un punto di vista scientifico non era un caso difficile, ma lo è diventato nel corso della gestione, a causa di tutti gli attacchi infondati mossi nei miei confronti e al R.I.S.

Il caso che invece, umanamente, mi è rimasto più impresso è stato il duplice omicidio di Novi Ligure, perché non ho mai saputo dare, dentro di me, una giustificazione al fatto che una ragazza di sedici anni potesse uccidere, non solo la madre, ma, soprattutto, il fratellino di dodici anni. Tra l’altro, all’epoca, i miei figli avevano le stesse età di Erika, l’assassina, e del fratellino, Gianluca, e quindi ho proiettato sui miei ragazzi questa ferocia inaudita e incomprensibile. Ricordo le forti emozioni che quel caso mi produsse e le difficoltà vissute nel constatare una mattanza davvero inspiegabile: è, quindi, il caso che è rimasto di più nel mio cuore. 






lunedì 11 gennaio 2016

Maria Masella: come si trasforma una Storia in un Romanzo


È aprile inoltrato, ma l’aria di primavera tarda ad arrivare: il Commissario Antonio Mariani non si sente più lo stesso. Nonostante sia passato del tempo, infatti, Mariani è ancora profondamente turbato a causa del grave incidente d’auto che ha rischiato di condannarlo a non camminare mai più e stenta a risollevarsi da uno stato di profonda depressione. L’unica che sa come scuoterlo è la moglie Francesca, con la quale ne ha passate davvero tante negli anni di matrimonio e che riesce a persuaderlo ad indagare sull’omicidio del quale è stata accusata l’Ispettore Lorenza Petri. Mariani, dopo essersi lasciato convincere, tenta di ricostruire l’accaduto, mettendo insieme i pezzi di un caso che è molto più complesso di quel che sembra, ma che riuscirà a fargli riscoprire il coraggio di essere sé stesso. Con “Mariani e le porte chiuse. Indagine a Campopisano”, Fratelli Frilli Editori, Maria Masella firma l’ultima emozionante avventura del Commissario Antonio Mariani, un personaggio che, noir dopo noir, abbiamo imparato a conoscere nella sua appassionante semplicità di uomo normale, in grado di fare dei propri difetti una spinta per non arrendersi mai. E ciò è vero ancor di più in quest’ultimo romanzo, nel quale Mariani dovrà fare i conti con sé stesso e con le proprie paure e debolezze. Maria Masella ci accompagna nel corso dell’indagine con il suo stile semplice e diretto, introspettivo ma avvincente, in grado di dare uno spessore unico a tutti i suoi personaggi. Oltre ai numerosi noir che hanno per protagonista il Commissario Mariani, infatti, l’autrice è indiscussa regina del romance italiano, sia storico, sia contemporaneo, con decine di coinvolgenti titoli pubblicati dai più grandi editori. Ma come si fa a barcamenarsi tra due generi così apparentemente diversi, come il noir e il romance? E qual è il suo segreto per trasformare una storia in un romanzo? Sarà lei stessa a svelarcelo, con quel pizzico di ironia che non deve mai mancare per fare del proprio talento una professione a tutto tondo.


In molti si chiedono quale sia il segreto di uno scrittore di talento, oltre alla fantasia e alla disciplina: tu che scrittrice sei? Segui l’ispirazione a qualunque ora del giorno o hai un metodo al quale non puoi rinunciare?

Sono curiosa, le persone mi piacciono, mi piace guardarle e ascoltarle. Ed è un ottimo stimolo (se non vogliamo usare la parola “fertilizzante”) per la fantasia. Se sono in crisi di idee (ogni tanto capita, anche solo per un dettaglio), un giro sul bus in ora di punta risolve il problema. A quanto ricordo ho sempre avuto molta fantasia, ho sempre sentito il piacere, anche fisico, di raccontare storie. Ancora adesso mi racconto una storia se di notte fatico a prendere sonno. Ma scrivere è diverso da raccontare storie, è necessario imparare il mestiere, quindi disciplina, mettendo in conto anche una buona dose di fatica fisica: gli scrittori soffrono di mal di schiena, cervicale, tunnel carpale. Per non parlare degli occhi! La disciplina è un discorso molto delicato, ogni scrittore ha il suo ritmo, i suoi tempi, i suoi metodi: sarebbe assurdo imporre una disciplina uguale per tutti, perché alla base del lavoro c'è sempre una forte componente di fantasia. Lavoro senza scaletta, diciamo che la stendo quando ho concluso la prima stesura, ma alcuni colleghi ottengono ottimi risultati predisponendola all'inizio.
Scrivo quando posso, quando ho tempo. Sono felice se recupero due ore al giorno. E se arriva un'idea quando non posso scrivere? Sono “filosofa”: se era buona rimarrà, altrimenti svanirà. Appunti? Mi fido più della mia capacità di ricordare un'idea, se buona, che della possibilità di ritrovare un qualsiasi oggetto fisico: perdo agende, foglietti, penne... D'altra parte su dieci storie che inizio non tutte arrivano alla fine, a volte le accantono e le riprendo dopo anni di latenza, forse sono maturate.

Dal noir, al romance: sono rare le autrici in grado di destreggiarsi in modo così efficace tra due generi solo apparentemente così diversi: tu come ci riesci? Da dove nasce questa esigenza di spaziare?

La prima stesura di un romanzo mi lascia stanchissima e così, durante la revisione grossa (la prima, quando controllo la struttura e realizzo lo schema), cambiare genere è un riposo. Dovendo impegnarmi in qualcosa di molto diverso mi allontano dalla storia appena finita e, quando la riprendo, riesco a leggerla con un minimo di distacco. Ma, forse, dipende anche da un altro motivo: per anni ho insegnato matematica al liceo e in una mattinata passavo da una prima a una terza, da geometria ad algebra. A volte cinque salti in una giornata! Sono diventata saltatrice. E se la ragione fosse che cerco di rendere varia una vita altrimenti monotona? Chissà…
Fra l'altro i due generi sono diversi, ma richiedono entrambi: documentazione, coerenza, precisione... E soprattutto la necessità di mettere in scena personaggi vivi, non di cartapesta.

Sei riuscita a fare del tuo più grande talento una professione a tempo pieno: che ostacoli hai incontrato e incontri ancora adesso nel tuo percorso? Cosa significa, al giorno d’oggi, collaborare con molti editori e cosa significava quando hai iniziato? Dai un consiglio a chi vorrebbe seguire le tue orme.

A tempo pieno? Non del tutto! Oggi sono pensionata e vivo della pensione, i guadagni come scrittrice non sarebbero sufficienti. Inoltre sono infermiera e badante di un padre anziano e vedovo e sono figlia unica, quindi ho un bel da fare, oltre a dedicarmi alla scrittura.
Ostacoli quando ho cominciato? Moltissimi! Anno 1985: niente internet, i recapiti delle case editrici si cercavano sull'elenco telefonico. Ma anche oggi incontro almeno un ostacolo al giorno: mancanza di tempo, editori che puntano sempre più sulle novità. Un tempo un romanzo aveva una vita più lunga, ora devi cogliere l'attimo fuggente. Collaborare con molti editori non è semplice, stai mesi senza pubblicare nulla e poi ti trovi con due uscite in due giorni!
Dare un consiglio a chi vuole dedicarsi alla scrittura? Bella domanda! Scrivi se ti piace, direi a chiunque, altrimenti il gioco non vale la candela. Se lavori su due generi corri ancora più pericoli: è difficile essere presa sul serio dai lettori di noir, perché scrivi anche rosa e le lettrici di rosa temono che nei tuoi rosa ci sia troppo intreccio non amoroso, perché scrivi anche noir, insomma, può essere una bella sfida incontrare il favore di tutti. Inoltre, soprattutto se sei una donna, se nei tuoi noir presti attenzione alla vita privata dei protagonisti, e se, addirittura, scrivi anche romance, allora leggi che il tuo è un rosa-noir. E ti incavoli parecchio! Non ditemi che la vita privata di Salvo Montalbano non è uno dei motivi di interesse, eppure nessuno oserebbe dire che quelle storie sono rosa-noir! Quindi un consiglio: se scrivete di genere, concentratevi su uno soltanto.

Raccontaci la genesi del tuo nuovo romanzo, “Mariani e le porte chiuse”, Fratelli Frilli Editori: cosa ti ha ispirata durante la stesura? Come hai delineato e sviluppato negli anni il personaggio del Commissario Mariani?

Antonio Mariani è nato poco per volta, aggiungendo qualcosa in ogni romanzo. Nel primo è soltanto un commissario con una vita coniugale in crisi. In Morte a domicilio avevo in mente un assassino che uccide e vuole essere trovato, ma soltanto dopo aver compiuto la sua vendetta. Mariani è stato costruito in funzione di quella vendetta.
Il vero passo avanti è stato fatto con Primo, il prequel, quando Antonio ha acquistato un passato.
Per Mariani e le porte chiuse tutto è cominciato con una domanda: quale è il modo migliore di uccidere e farla franca? A raffica sono arrivate le altre: perché, se un accusato è innocente, rifiuta di difendersi? Come vedete più che domande tecniche o domande da rebus sono interrogativi sull'animo umano.
Da alcuni romanzi sto portando avanti il tema della verità, che mi affascina. Il mio primo noir si intitola Per sapere la verità, “sapere” non “scoprire”, ci sarà un motivo.

Ogni autore di talento deve essere anche un lettore curioso: tu che lettrice sei? Che generi preferisci?


Non leggo noir se lavoro in noir, non leggo rosa se lavoro in rosa. Con queste due uniche preclusioni, leggo qualsiasi cosa purché ben scritta (ovvio: parere personale). Non guardo cover, non leggo sinossi, ma leggo qualche pagina. Se il modo di scrivere mi soddisfa compro. Ho una passione per i libri d'arte, il mio hobby è la pittura.

www.mariamasella.it